venerdì 29 giugno 2018

Federconsumatori. Rc auto: dal 2013 al 217 un aumento del 27%, altro che diminuzione! Agire concretamente per abbassare i costi delle polizze che, specialmente al Sud, hanno costi spropositati


Redazione Job news



L’Ivass rende noti oggi i dati relativi all’andamento delle polizze rc auto dal 2013 al 2017.

Secondo l’Autorità i premi sarebbero diminuiti, in tale lasso di tempo, di oltre 100 Euro. Un dato lontanissimo dalla realtà che emerge dalle nostre rilevazioni: secondo il consueto monitoraggio dell’O.N.F. – Osservatorio Nazionale Federconsumatori che da oltre 10 anni raccoglie annualmente i costi delle polizze rc auto nelle principali città italiane (sia nei piccoli che nei grandi centri), dal 2013 al 2013 l’aumento è stato di 144,35 Euro annui, pari al +27%.

Per un veicolo di cilindrata 1.200, il costo medio delle polizze nel 2017 risulta pari a di 668,46 Euro annui (per un 50enne in 1 classe).

Dati ancora lontanissimi dalla media europea. In tale contesto deteniamo il primato, oltre che per i conti correnti bancari più cari, anche per le polizze rc auto più onerose.

Permangono inoltre gravi divari e disuguaglianze a livello territoriale, non ancora colmati dagli sconti previsti per chi installa la scatola nera.

Ci auguriamo sia solo questione di tempo prima che tale divario si azzeri completamente: da troppi anni, infatti, gli automobilisti al Sud sono vessati da tariffe inaudite e ingiustificabili, che incidono in maniera pesante sulle proprie condizioni di vita.

Una nota positiva, infine, proviene dalla notizia del “risveglio” di 190.000 polizze dormienti, ovvero quelle polizze assicurative che, pur avendo maturato diritto al pagamento, non sono mai state reclamate da nessuno, dal momento che gli aventi diritto non ne erano a conoscenza.

Si tratta nella maggior parte dei casi dei parenti di persone decedute, che ignorano il fatto che i propri cari fossero titolari di polizze vita.

In totale, nelle casse delle compagnie assicurative, giacciono circa 4 milioni di polizze potenzialmente dormienti nel nostro Paese. Si tratta di un numero elevatissimo.

È bene ricordare che si hanno dieci anni di tempo per riscuotere tali polizze: decorso tale termine l’importo confluisce in un fondo del Ministero delle Finanze. Chi rinvenisse una polizza propria o di un parente deceduto deve immediatamente chiederne la liquidazione alla compagnia emittente.

Se qualcuno avesse dubbi in merito alla possibile sottoscrizione di una polizza da parte di un parente deceduto può rivolgersi alle sedi della Federconsumatori per la necessaria assistenza.

Federconsumatori. Istat: i redditi delle famiglie crescono meno della spesa e il potere d’acquisto è in calo. Necessaria una strategia di intervento per una ripresa stabile


Redazione Job news



I dati comunicati oggi dall’Istat confermano la situazione di criticità in cui versano le famiglie italiane, evidenziata da tempo dalla Federconsumatori, denunciando l’aumento considerevole della spesa rispetto al reddito. Nel dettaglio, nel primo trimestre del 2018, nonostante l’inflazione sia in lieve crescita, dopo oltre un anno si è verificato un calo del potere di acquisto delle famiglie. La spesa cresce più velocemente del reddito, per questo le famiglie non riescono a far fronte alle proprie spese, effettuando dolorose rinunce persino in settori delicati come quello della salute.

“È evidente come tale situazione richieda delle misure appropriate tese ad una redistribuzione dei redditi e ad un complessivo riequilibrio delle condizioni economiche e sociali, attraverso un piano di investimenti che miri al rilancio di un’occupazione di qualità” – sostiene Emilio Viafora, presidente della Federconsumatori. È quindi fondamentale realizzare una strategia di intervento idonea ad una stabile ripresa e ad un rilancio del potere di acquisto, particolarmente rilevante per un Paese come l’Italia in cui la componente della domanda interna pesa fortemente sull’andamento del sistema economico.

Energia: dal 1 Luglio sarà adisposizione il portale per confrontare le offerte PLACET. Necessario avviare al più presto una campagna istituzionale per informare i cittadini sul passaggio al mercato libero


Redazione Job news



Sarà disponibile dal 1 Luglio il portale predisposto da ARERA e gestito dall’Acquirente Unico per agevolare la confrontabilità delle offerte sul mercato dell’energia. Un ulteriore passo avanti per informare e tutelare i cittadini in vista dell’abolizione del mercato tutelato a partire da luglio 2019.

Sono già oltre 2.000 le offerte PLACET (a Prezzo Libero A Condizioni Equiparate di Tutela) pronte ad essere pubblicate sul nuovo portale, che rispettano i canoni di trasparenza definiti da un apposito Comitato tecnico composto da Antitrust, ARERA, MISE, AGCOM, Federconsumatori in rappresentanza delle Associazioni dei Consumatori, PMI e imprese venditrici.

A settembre, oltre alle offerte PLACET, sbarcheranno sulla piattaforma anche le altre offerte sul mercato libero attualmente comparabili sul Trovaofferte. Anche queste saranno comparabili, in base a dei requisiti di trasparenza, confrontabilità, contrattualistica condivisa, disposte dal tavolo consuntivo tecnico e recepite nella delibera dell’Authority.

Al momento, dalla piattaforma è assente l’offerta del mercato tutelato, che sarà inserita a partire da settembre per una migliore comparazione.

Nell’ottica di favorire la comprensione dei cittadini e garantire la trasparenza di questo importante passaggio, riteniamo fondamentale completare il percorso previsto dalla normativa, in tal senso abbiamo chiesto di predisporre:

Una campagna informativa istituzionale;

Un albo ufficiale dei venditori, già predisposto dal MISE e ora al vaglio del Consiglio di Stato.

Ci auguriamo che tale percorso porti al più presto dei risultati positivi, affinché operino sul mercato solo i venditori sicuri, seri e certificati, per una maggiore e più corretta competitività in un mercato costellato di scorrettezze ed abusi.

Scacchetti (Cgil) a RadioArticolo1: “La crescita del numero degli indigenti, soprattutto tra i più giovani, è conseguenza del crollo della qualità dell’occupazione”



Redazione Job news



Dati molto recenti certificano una crescita continua della povertà assoluta in Italia, che colpisce in particolare i minori e i giovani tra i 18 e 34 anni. Un’emergenza nell’emergenza, “che però non è una priorità nel dibattito pubblico e nelle scelte di politica economica del nuovo governo”. A dirlo, ai microfoni di RadioArticolo1, è Tania Scacchetti, segretario nazionale della Cgil.

“I dati sulla povertà sono dati drammatici – ha continuato Scacchetti –. Un milione e duecentomila minori sono in povertà, tre giovani su dieci sono neet, il fenomeno del lavoro povero è dilagante. Sono segnali di un pesante fardello sul futuro del nostro paese. È ormai saltato un equilibrio che per anni aveva fatto sì che avere un lavoro garantisse una vita dignitosa e una serie di protezioni sociali”. Per uscirne, quindi, “non ci restano altri interventi che non siano la ripartenza degli investimenti, lo sblocco della spesa pubblica, la creazione di nuove opportunità di lavoro e l’idea di rimettere al centro il lavoro di qualità”.

L’obiettivo della Cgil resta dunque quello di “superare una fase storica in cui si è radicata l’idea di un lavoro basta che sia”. Anche se tutto ciò rimane fuori dall’agenda di questo legislatore, “che per ora produce molti slogan e poche azioni concrete”. E soprattutto “non elabora un’idea di riprogettare il paese che parta dal lavoro e dalla sua centralità”. La costituzione del Rei (il reddito di inclusione) come strumento di contrasto alla povertà è stato un risultato importante, che il sindacato rivendica “perché si tratta di una misura strutturale e non estemporanea”. Ma è anche necessario superare “questa fase in cui si parla esclusivamente del sostegno al reddito, dato che questa misura copre solo una parte dei poveri”. Bisogna infatti dare ai meno abbienti “anche la possibilità di riattivarsi nella società, trovare nuove occasioni di lavoro e mettere al centro l’emancipazione come strumento di crescita per l’Italia intera”.

Servono dunque, a detta di Scacchetti, investimenti “per dare sostanza alla seconda gamba del Rei, quella rete di servizi pubblici collegati allo strumento di integrazione economica che dovrebbero ricostruire la cittadinanza per il soggetto in povertà attraverso la formazione, la creazione di lavoro e l’inclusione attiva”. Però anche in questo caso è indispensabile “andare oltre il dogma del superamento del perimetro pubblico e dell’indebolimento degli investimenti”. L’Italia arriva da anni di disinvestimento nel sociale, in cui “sono mancate risposte dal punto di vista della protezione dei soggetti e dell’infrastrutturazione necessaria allo sviluppo e alla crescita”. Anche questo tema fondamentale, però, “resta totalmente assente dal dibattito pubblico”.

La povertà, tra l’altro, aumenta nel momento in cui il numero di occupati ha ormai raggiunto livelli pre-crisi. “Il problema, però, sta nella qualità del lavoro che si è generato in questi ultimi vent’anni – spiega ancora Scacchetti –. l dati Istat misurano le teste, considerando occupati anche persone che hanno svolto pochissime ore di lavoro in una settimana. I dati analitici sull’occupazione ci raccontano invece una verità drammatica. I posti recuperati riguardano soprattutto i lavori con meno ore, con molto tempo determinato e spesso di breve o brevissima durata”.

“Se non affrontiamo il tema della qualità del lavoro – conclude la dirigente sindacale – comprendendo che il lavoro che è andato perso era prevalentemente nei settori industriali, e quello recuperato prevalentemente nell’area di un terziario spesso non qualificato, se non facciamo insomma un’analisi qualitativa dell’occupazione che si sta generando, rischiamo di non comprendere la realtà sociale del nostro paese. Se avessimo riconquistato un lavoro di qualità, non avremmo i dati sulla povertà che ci fornisce l’Istat e che misurano una netta divaricazione fra settori e territori. Questo è un ulteriore vincolo alle possibilità di una crescita sostenibile”.

Maurizio Landini, Cgil: il governo “manda messaggi di odio” sui migranti, mentre su economia, lavoro e povertà sarà “sfidato sulla base delle nostre proposte”



Redazione Job news



Sul tema dei migranti il governo è “pericoloso” perché manda “messaggi di odio”, sui temi economici e sociali va “sfidato sulla base delle nostre proposte”. Maurizio Landini, segretario confederale Cgil, valuta i primi passi dell’esecutivo gialloverde e parla anche del congresso che l’organizzazione di corso d’Italia sta preparando per gennaio. “Sulla questione migranti e accoglienza – sottolinea l’ex leader della Fiom – credo che le cose che sta dicendo e facendo Salvini siano pericolose, per i toni e per i messaggi. Agire sulla paura e sulla insicurezza delle persone non è accettabile. Poi i problemi esistono e vanno affrontati: il trattato di Dublino va cambiato e l’Europa non può scaricare solo su un paese il fenomeno, ma il diritto a muoversi va garantito a tutti”. Peraltro, segnala il sindacalista, “i dati dicono che sono più gli italiani che sono dovuti andare via dal nostro paese per cercare lavoro che non le persone straniere che sono arrivate qui. Quindi c’è una complessità di temi che vanno affrontati, senza lanciare messaggi che incitano all’odio invece di incidere sulle cause delle disuguaglianze”. Rispetto ai temi delle politiche economiche e sociali invece “credo che dobbiamo sfidare fino in fondo il governo e sarebbe importante che l’esecutivo convocasse le organizzazioni sindacali. Se si vogliono – continua Landini – introdurre le causali nei contratti a termine noi siamo d’accordo, se si vogliono eliminare forme di lavoro precarie bene, se si vogliono dare tutele a tutto il mondo del lavoro, anche autonomo, sono le nostre proposte”. Sulle pensioni, avverte, “non c’è solo il tema di quota 100, c’è il problema dei giovani e delle donne. Poi c’è la lotta alla povertà e il tema fondamentale del lavoro e dell’occupazione, per cui bisogna far ripartire gli investimenti”.

Rispetto all’opposizione al governo, Landini osserva: “Sul fronte politico mi sembra sotto gli occhi di tutti che chi ha governato in questi anni sta pagando un prezzo pesantissimo, perché l’ha fatto senza il consenso delle persone e vedo un silenzio molto forte”. Landini ribadisce la sua volontà di restare in Cgil, sottraendosi a chi lo indica come possibile leader di una opposizione di sinistra. “Questa discussione sarebbe opportuno chiuderla: io sto in Cgil e voglio restare in Cgil. Il sindacato deve fare il suo mestiere fino in fondo per riunificare il mondo del lavoro e rimettere al centro delle politiche di questo paese il lavoro”. Infine il ‘caso’ del profilo Facebook ‘Maurizio Landini segretario generale della Cgil’ che ha creato malumori in corso d’Italia e che proprio stamattina è stato chiuso. Landini ne prende le distanze e precisa: “Io su Facebook non ci sono e penso che le sedi in cui fare le discussioni sono quelle del congresso. Abbiamo le nostre regole e abbiamo un ruolo del segretario generale che sta affrontando i temi che vanno affrontati. Poi ognuno pubblicamente deve dire quello che pensa. Non credo che il luogo del confronto possa essere Facebook ma gli organismi dirigenti e tra i lavoratori”. Il segretario confederale sottolinea la novità del percorso congressuale: “Questo congresso nasce con una innovazione sulla partecipazione: il documento è stato il frutto di una discussione durata oltre un mese, coinvolgendo 20.000 persone, quindi stiamo già aprendo la strada di un allargamento della partecipazione. D’altronde – conclude Landini – sarebbe miope non rendersi conto che noi abbiamo bisogno di allargare la nostra rappresentanza. Se penso alle varie forme di lavoro precario, non siamo stati in grado in questi anni di rappresentarle tutte, ma abbiamo il dovere di avanzare a tutti una proposta di tutela, altrimenti le condizioni di lavoro peggiorano per tutti”.

Bonfiglioli, debutta lo Smart-Work




L'accordo è in via sperimentale e punta a bilanciare i tempi di vita con quelli di lavoro e a influire positivamente sui fattori ambientali. L'adesione è volontaria. Garantiti i diritti sindacali e l'applicazione del contratto collettivo e aziendale



Lo Smart-Work entra in Bonfiglioli. Azienda e coordinamento sindacale hanno siglato l'accordo che regola l'utilizzo di questa tipologia contrattuale che sarà introdotta in via sperimentale (dal 16-07-2018 al 21-12-2018), per meglio bilanciare i tempi di vita e quelli di lavoro e per influire positivamente sui fattori ambientali. L'obiettivo, si legge anche in una nota della Fiom Bologna, è anche quello di “interpretare i cambiamenti del mondo del lavoro alla luce delle innovazioni tecnologiche dell'industria 4.0”.

Questa tipologia, va ricordato, non rappresenta una nuova forma di rapporto di lavoro, ma una diversa modalità di svolgimento della prestazione lavorativa che prevederà flessibilità sia rispetto ai tempi che al luogo di lavoro. L'adesione al progetto avverrà su base volontaria a fronte di un accordo tra azienda e lavoratore ed entrambe le parti potranno recedere in qualsiasi momento, con un preavviso di 30 giorni.

In una prima fase la sperimentazione sarà limitata a quattro aree (Afc, He & Organization, Ict e Strategic Marketing & Communication) ed eventuali altre strutture potranno essere coinvolte in una seconda fase di sperimentazione. La prestazione lavorativa in regime di Smart-Work potrà essere effettuata soltanto in orario diurno, nella fascia oraria compresa tra le 6 e le 20 nei giorni feriali. Ferme restando le 8 ore giornaliere, dal lunedì al venerdì, la prestazione potrà svolgersi anche in maniera discontinua, per meglio aderire alle esigenze del lavoratore. Chi aderirà al progetto potrà lavorare in un luogo diverso da quello abituale per un massimo di 5 giornate al mese, non frazionabili. In queste giornate sarà espressamente escluso il ricorso a prestazioni di lavoro straordinario.

Ai lavoratori, ricorda la Fiom, saranno garantiti i diritti sindacali previsti dalla legge 300/70, dal Ccnl e dalla contrattazione aziendale; nell’accordo viene anche posta attenzione al tema della salute e sicurezza. Per le giornate di Smart-Work al lavoratore sarà garantita la corresponsione di regolare buono pasto.

La Fiom di Bologna “esprime soddisfazione per uno dei primi innovativi accordi in materia di Smart-Work che permetterà di meglio contemperare le esigenze di vita e quelle di lavoro”.

Legge sul caporalato, un presidio di civiltà



di Maurizio Minnucci, Rassegna sindacale

Parla Enrico Pugliese: “Per la prima volta si mettono a nudo le responsabilità delle imprese che traggono vantaggio dall’intermediazione degli sfruttatori. Questo è l’impianto fondamentale, non si può mettere in discussione”



La legge contro il caporalato non si tocca”. L’appello è contenuto in una lettera indirizzata a tutti i deputati e senatori firmata da Flai Cgil, Terra!Onlus, Uila Uil e altre associazioni della società civile come Libera, Amnesty, Emergency e Oxfam. Una presa di posizione appena rilanciata dopo che nei giorni scorsi il vicepremier Matteo Salvini e il ministro leghista dell’Agricoltura Gian Marco Centinaio hanno messo in discussione la legge 199 di contrasto al caporalato varata due anni fa dal Parlamento dopo una lunga battaglia condotta dal sindacato, Flai Cgil in testa. Rassegna ne ha parlato con Enrico Pugliese, sociologo e docente universitario, che su questi temi è uno dei principali esperti italiani.

Professore, il ministro Salvini dice che la legge complica le cose. Il titolare dell’Agricoltura aggiunge che vuole parlarne con le associazioni dei produttori per capire cosa non va. Lei cosa ne pensa?

Pugliese Penso innanzitutto che l’approvazione di quella legge, per come è stata scritta e prodotta, è stata l’espressione di un momento di civiltà nel nostro Paese. Poi è ovvio che una legge “complica”, nel senso che rispettare le regole implica per l’appunto una “complicazione” di fronte al puro mercato dove vince il più forte. Il tema vero è un altro: è valutare quanto si riescano a garantire i diritti dei braccianti che prendono 2 euro l’ora a vantaggio dei caporali e delle aziende che non dovrebbero mettersi in combutta con loro. La grande novità della legge 199 che probabilmente non piace né a Salvini né al ministro dell’Agricoltura, è proprio il puntare sulle responsabilità delle aziende. Se la si vuole rendere più efficace, va bene. Purché non si tocchino i principi fondamentali: la lotta sul piano legale al caporalato e, soprattutto, il richiamo delle imprese alle proprie responsabilità.

Proviamo a ricostruire la vicenda, perché questa non è la prima volta che in Italia si tenta di metterci mano. Ci riassume com’è andata?

Pugliese È una storia antica. Mentre era in corso la campagna “Stop al caporalato” della Cgil, che si è sempre mobilitata e non da sola, a un certo punto dall’Unione Europea venne la possibilità di una nuova regolamentazione che permettesse di operare contro i caporali. Ma la cosa nacque male, nel senso che quegli interventi erano pensati esclusivamente in una logica di contrasto all’immigrazione clandestina e non partivano dalla questione lavoristica del super-sfruttamento di gente con regolare permesso di soggiorno. Per questo fu fatta quando Maroni era ministro degli Interni. Purtroppo, però, la logica penalistica su cui si basava lasciava presupporre che si sarebbe fatto poco e in effetti è andata così. Si voleva semplicemente perseguire questi figuri presentati come personaggi terribili, ignobili, assumendo però che agissero nel vuoto.

Come sempre la realtà è più complessa degli slogan. Ci può aiutare a capire meglio questa figura del caporale?

Pugliese Si è creato un meccanismo ideologico che non ci aiuta a capire come stanno effettivamente le cose. Il caporale non è il datore di lavoro e non esiste perché concretizza la cattiveria umana, sebbene la stragrande maggioranza dei caporali rientri in questa categoria. Non esiste nemmeno un caporale-tipo, ci sono molte figure diverse: da quello che si fa pagare solo la benzina a chi truffa le persone, sino a chi usa la violenza. La pericolosità sta nel fatto che forniscono servizi dove altri non arrivano.

Ci può fare esempio?

Pugliese Perché lo deve dire il caporale dove c’è bisogno di gente per la raccolta dei meloni a Foggia, e non può farlo un normale ufficio locale? Perché non vengono organizzati autobus di linea a prezzi ridotti per i lavoratori agricoli? In Puglia qualcosa tardivamente si muove, anche se non in tutti i contesti. Penso al caso di Nardò, dove in assenza di collocamento pubblico erano state fatte liste di braccianti accettate anche dalle imprese. Si pensò così di scavalcare il caporale, poi però il prefetto le ha bloccate per una motivazione speciosa.

Un altro grande argomento cavalcato dalla Lega è quello degli alloggi che diventano ghetti. Com’è la situazione secondo lei?

Pugliese Ovviamente non è che se vai con le ruspe a buttarli giù hai risolto. Il problema si comincia ad affrontare garantendo che l’impresa rispetti i diritti dei braccianti, andando a vedere come i lavoratori sono pagati, se effettivamente c’è l’intermediazione del caporale. Per questo investigare è molto importante. Io poi non sono molto d’accordo con gli architetti che pensano ai grandi progetti ecocompatibili. Basterebbero strutture semplici per superare il ghetto. Un tempo in Puglia si parlava dell’albergo diffuso, per esempio. Il punto è alzare il tetto delle condizioni di vita dei braccianti. Quando sono salariati fissi, è l’impresa che deve garantire l’alloggio.

Per concludere torniamo alla legge 199. La tragedia di Paola Clemente, morta di fatica nei campi, ha segnato un punto di svolta importante per la sua approvazione. È d’accordo?

Pugliese L’opinione pubblica ha dovuto prendere atto che non erano solo gli stranieri a essere sfruttati e maltrattati, e questo ha operato nella direzione del voler fare qualcosa. È scattata una certa forma d’identificazione di classe rispetto alla contraddizione etnica. Cioè: non più “noi diversi dagli altri”, ma “noi sfruttati come agli altri”: dal caporale che taglieggia, ma anche dalle imprese, aggiungo io. Poi le associazioni datoriali hanno contribuito alla nuova legge con mia piacevole sorpresa nel voler distinguere tra le aziende meritorie e quelle che operano nell’illegalità. Questo è l’impianto fondamentale della legge che si può cambiare semmai per potenziarla, non certo per eliminarla.