sabato 30 giugno 2018

Migrazioni, le cause rimosse dal governo



Lampedusa, 10 anni fa la porta d'Europa. Il primo elemento importante per ridurre la migrazione è far crescere il reddito della popolazione dell’Africa e qui, anche se l’impegno dell’Europa è importante, occorre intervenire soprattutto nei grandi partenariati (non solo a livello di aiuti) come gli Accordi di Partenariato Economico o Ape (Economic Partnership Agreement), e gli accordi Acp (Africa, Caraibi e Pacifico) perché siano più equi



Fabrizio Floris, Il Manifesto



Il 28 giugno 2008 venne inaugurata a Lampedusa la Porta di Mimmo Paladino, un monumento che intendeva mostrare l’Europa come un luogo aperto a chi si trovava dall’altra sponda del Mediterraneo. Un ricordo di coloro che avevano perso la vita in mare perché questo non accadesse più. Ne furono promotori l’Associazione Amani for Africa, l’associazione Alternativa Giovani di Lampedusa e Arnoldo Mosca Mondadori.

E basterebbe leggere le statistiche sulla popolazione dei due continenti a suggerire un’unità e collaborazione tra gli stessi: nel 2100 l’Europa avrà 639 milioni di abitanti, l’Africa 4,2 miliardi. È noto che la scelta di migrare permane finché il differenziale di reddito tra due paesi è superiore a tre, il costo e la fatica di lasciare la propria terra sono «ripagati» solo se puoi triplicare il tuo benessere: ci si sposta se nel proprio paese si guadagna 100 e nel paese limitrofo almeno 300.

Tra i paesi dell’Africa e l’Europa questa differenza è superiore a 100, ad esempio il reddito pro-capite annuo in Italia è di 30.527 mila dollari nella Repubblica Centrafricana è di 382 dollari, ma le differenze di reddito e opportunità sono significative all’interno dello stesso continente africano infatti la maggior parte delle migrazioni sono interne allo stesso, solo una parte minima si sposta verso l’Europa.

Il primo elemento importante per ridurre la migrazione è far crescere il reddito della popolazione dell’Africa e qui, anche se l’impegno dell’Europa è importante, occorre intervenire soprattutto nei grandi partenariati (non solo a livello di aiuti) come gli Accordi di Partenariato Economico o Ape (Economic Partnership Agreement), e gli accordi Acp (Africa, Caraibi e Pacifico) perché siano più equi.

La seconda causa di movimento delle popolazioni è la violenza armata anche qui l’Europa può fare molto sia a livello internazionale per limitare la vendita di armi da parte dei paesi del patto atlantico sia per far rispettare tale impegno ai propri paesi, sia a livello diplomatico. Fin qui tutti i governi che si sono alternati in Italia non hanno agito sulle cause dell’immigrazione, ma sugli effetti e l’unica opzione possibile in questo senso è quella militare, ma in outsourcing: pagare governi più o meno democratici perché blocchino il flusso migratorio verso l’Europa.

La Porta di Lampedusa rappresenta il tentativo di investire a livello culturale, appare strano che chi si occupa di questioni umanitarie preferisca destinare fondi ad un monumento rispetto all’emergenza, ma la questione migrazione in Europa non propriamente economica, militare o di altro genere, ma attiene alla cultura a come si guarda al continente e i fatti non sono veri o falsi in sé, ma lo diventano nelle loro conseguenze: se vedo l’altro come ostile diventerà un nemico. E se si sta alle cronache di questi mesi si può affermare che questa battaglia in Italia è stata persa.

Solo gli economisti sono rimasti a considerare l’opportunità di avere vicino un continente giovane, pieno di risorse, un mercato di un miliardo di persone, ma quelli che guardano alle persone in quanto esseri umani sono rimasti isolati. Il dibattito a smesso di essere ragionamento, dialogo, confronto ed è diventato tifo.

Per questo, spiega Gian Marco Elia di Amani, noi abbiamo pensato di ricordare questi dieci anni, regalando la poesia che Alda Merini ci donò nel 2008 «Una volta sognai…/ Così, figli miei,/ una volta vi hanno buttato nell’acqua/ e voi vi siete aggrappati al mio guscio/ e io vi ho portati in salvo/ perché questa testuggine marina/ è la terra/ che vi salva/ dalla morte dell’acqua».

Migranti, l’inarrestabile declino dell’Europa



Porti in faccia. Macron fa le parti del leader “umano” perché accoglie pochi scampati ai naufragi, mentre la sua polizia sigilla le frontiere. Angela Merkel è esclusivamente interessata ad assicurare gli alleati bavaresi che la “barca è piena”, e che quindi saranno prese le necessarie misure per non far salire più nessuno a bordo. E tutti gli altri, i fascisti o para-fascisti austriaci, polacchi, slovacchi, ungheresi, che le burocrazie europee si guardano bene dal sanzionare, si chiudono in un isolamento identitario sempre più feroce



Alessandro Dal Lago, Il Manifesto



L’Europa comprende 48 stati, esclusa la Russia, e ha 730 milioni di abitanti, poco più di un decimo della popolazione mondiale. Solo negli ultimi cent’anni gran parte dei paesi europei è stata coinvolta in una successione di guerre che hanno provocato un centinaio di milioni di morti. E stiamo parlando della cosiddetta culla della “civiltà” mondiale, che ha diffuso (insieme alla propaggine americana) il suo patrimonio di tecnologie e stili di vita dapprima con la violenza coloniale e imperialista, e poi con la forza dell’economia.

Ebbene, l’Europa – che, dopo la catastrofe della seconda guerra mondiale, aveva cercato di imboccare la via della pacificazione e della cooperazione – sta cavalcando di nuovo, e con un’accelerazione impressionante, le tendenze nazionalistiche che ne avevano quasi causato la distruzione, 73 anni fa. E qual è il fattore determinante dell’implosione dell’utopia europea? Le migrazioni verso il vecchio continente di alcune centinaia di migliaia di immigrati e rifugiati dall’Africa e dai paesi asiatici in guerra. Il confuso Consiglio europeo del 28 giugno con i suoi equivoci e le sue finzioni non è che una tappa di questa prevedibile entropia. Giuseppe Conte, che solo la beffa di un dio ha proiettato nel ruolo di presidente del consiglio italiano, annuncia il suo successo al vertice perché tutti gli altri leader hanno promesso di accettare i migranti su base “volontaria”, cioè ipotetica, cioè inesistente.

Macron fa le parti del leader “umano” perché accoglie pochi scampati ai naufragi, mentre la sua polizia sigilla le frontiere. Angela Merkel è esclusivamente interessata ad assicurare gli alleati bavaresi che la “barca è piena”, e che quindi saranno prese le necessarie misure per non far salire più nessuno a bordo. E tutti gli altri, i fascisti o para-fascisti austriaci, polacchi, slovacchi, ungheresi, che le burocrazie europee si guardano bene dal sanzionare, si chiudono in un isolamento identitario sempre più feroce.

Infine ecco Salvini, il quale, da “ministro e papà”, come esige la sua retorica ributtante, condanna alla fame, alla sete e alla morte centinaia di naufraghi alla deriva sui barconi o sulle navi delle Ong. Bisogna ripeterlo: più di 700 milioni di abitanti di un continente sviluppato (o 400 se consideriamo solo la Ue) manifestano dovunque reazioni di rigetto, che si spingono sino al razzismo attivo, verso un numero di richiedenti asilo e migranti irrisorio, se consideriamo le proporzioni. E i governi, dopo aver aizzato per anni le popolazioni nazionali, vellicandone il senso di insicurezza, si adeguano, cambiando solo le tattiche. Se Minniti ha organizzato gli internamenti in Libia – in cui agonizza, tra umiliazioni, torture, stupri e uccisioni, un milione di migranti subsahariani – Salvini sfrutta le tragedie in mare per negoziare un po’ di spazio in Europa, che ovviamente non otterrà, e soprattutto per raccattare consensi in un elettorato spaurito, impoverito e ignaro delle vere poste in gioco. Naturalmente, con la connivenza dei grillini al governo, che fanno la parte dei poliziotti buoni, se non dei gonzi.

E così africani e asiatici muoiono in mare, se sono scampati ai trafficanti in Niger, alle bande armate in Libia e alla guardia costiera di Tripoli. Più di cento solo il 28 giugno, mentre Salvini chiudeva i porti e ruggiva contro Malta. E gli altri, i salvati? Posta di ridicoli conflitti tra staterelli europei, che si illudono di contare qualcosa come ai tempi della regina Vittoria o del Kaiser, migranti e rifugiati saranno palleggiati tra leader piccolissimi che blaterano di taxi del mare, missioni di civiltà, identità nazionali e frontiere da difendere contro le invasioni. Esseri di carne e sangue come noi, i migranti, persi nelle terre di nessuno, morti assiderati, reclusi sine die nei campi di concentramento.

I capetti europei pensano di essere realistici, ma stanno gettando le basi di un declino inarrestabile, mentre le vere potenze egemoni nel mondo osservano ghignando.

Fico attacca il governo: «Sbagliato chiudere i porti»



In visita all'hotspot di Pozzallo. Di Maio: «Fico parla a titolo personale». E poi minaccia l’Unione europea

Leo Lancari, il Manifesto



Parla da uno dei luoghi simbolo dell’emergenza migranti come Pozzallo, in Sicilia, e ogni frase, ogni singola parola contraddicono le azioni del governo gialloverde. A partire dalla decisione presa dal ministro degli Interni Matteo Salvini di chiudere i porti alle navi delle Ong non solo per sbarcare uomini, donne e bambini strappati al mare, ma anche per fare rifornimento e sostituire l’equipaggio. «Io non lo avrei fatto», dice il presidente della Camera Roberto Fico uscendo ieri dall’hotspot della città portuale. Non cita mai Salvini, né il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli sempre allineato alle decisioni del leghista, ma è chiaramente a loro che si riferisce. «Come terza carica dello Stato dico che bisogna essere solidale con chi emigra, che sono storie drammatiche che toccano il cuore. Tocca all’Europa farsi carico di quest’emergenza, non solo all’Italia e bisogna tirare fuori gli estremismi perché la solidarietà si fa insieme». Gli risponde il vicepremier Luigi Di Maio: «Fico parla a titolo personale», dice il capo politico dei 5 Stelle che ha appena minacciato l’Unione europea: «Versiamo all’Europa 20 miliardi di euro l’anno: se questi signori smentiscono un documento appena firmato dobbiamo rivedere tutto», dice riferendosi al mezzo accordo siglato a Bruxelles. E in serata interviene anche Salvini: le parole di Fico: «Un suo punto di vista personale», dice da Pontida: «Divergenze? Non siamo in una caserma, è giusto che ognuno esprima le proprie idee. Poi i ministri fanno i ministri».

Non è la prima volta che il presidente della Camera, che è anche figura di spicco del M5S, prende le distanze dall’operato del governo manifestando pubblicamente il dissenso provocato da certe scelte. La stessa cosa la fece lo scorso 11 giugno quando si recò, anche allora unico esponente delle istituzioni, nella tendopoli di San Ferdinando, in Calabria, dove viveva Soumayla Sacko, il sindacalista maliano ucciso pochi giorni prima a colpi di fucile. «Vengo per portare le condoglianze dello Stato alla famiglia e agli amici di Soumayla», disse.

Oggi a dividerlo dal governo sono le posizioni estremiste assunte nel confronti dei migranti e delle organizzazioni non governative. A Pozzallo Fico le ha viste lavorare e il giudizio che ne trae non lascia spazio a dubbi: «Quando si parla di ong bisogna capire cosa si vuole intendere. Fanno un lavoro straordinario di supporto alla Capitaneria di porto, lavorando insieme per salvare i migranti», avverte. Sottolineando per di più come la campagna condotta contro di loro non abbia portato a nessuna accusa concreta. «C’era un’inchiesta su Palermo che è stata archiviata, da più di un anno è stata aperta un’inchiesta a Catania ma sembra che non riesca a cavare u ragno dal buco», ricorda. «Quando si parla di ong bisogna fare nomi, cognomi, da chi sono finanziate se non si sta dicendo niente e di fa una cattiva informazione».

Fatta eccezione per la senatrice Paola Nugnes («la penso esattamente come Fico. Qui parliamo di diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione, rispetto ai quali non si possono accettare forzature»), e per lo sfogo di Di Maio con i suoi collaboratori con i quali avrebbe negato che il governo chiude i porti alle navi, ma solo alle ong , ancora una volta è il silenzio a caratterizzare le reazioni dei pentastellati ormai completamente sottomessi, anzi «asfaltati» come direbbe probabilmente Beppe Grillo, dall’iniziativa leghista. Apprezzamento per le parole del presidente della Camera arrivano invece, come è ovvio, dall’opposizione. «Ho apprezzato le parole del Presidente Fico», dice il reggente del Pd Maurizio Martina. «Sono parole giuste. Ora mi auguro che voglia muoversi sia verso la maggioranza di governo e nel suo movimento perché si rifletta con serietà sulla situazione e si fermino scelte sbagliate come quelle fatte sino a qui dall’esecutivo».

D’accordo con Fico anche l’ex presidente di Montecitorio Laura Boldrini, che si chiede però come farà d’ora in poi Fico a relazionarsi con la maggioranza formata dal Movimento 5 stelle e dalla Lega che, afferma, «vuole fare il contrario di quello che dice lui».

L’Open Arms accusa: «Italia responsabile del naufragio»



A porti in faccia. L’ong spagnola sulla tragedia di venerdì scorso. E ieri salva 59 migranti. Salvini le chiude i porti: «Pericolo per la sicurezza»



Adriana Pollice, il manifesto



«Si scordino di arrivare in Italia», dice Matteo Salvini. Il ministro degli Interni se la prende questa volta con la ong spagnola Proactiva Open Arms che ieri, al largo della Libia, ha tratto in salvo 59 migranti, tra loro quattro bambini di cui due non accompagnati: erano «alla deriva e in pericolo di vita», spiega l’ong. Salvini nega l’approdo nei porti italiani fin dal mattino, ma a sera dal Viminale arriva una spiegazione che ha tutta l’aria del pretesto: «L’attracco può provocare rischia per la sicurezza», spiega una nota.

Per intervenire l’Open Arms ha deciso di non aspettare l’arrivo della Guardia costiera di Tripoli. Venerdì avevano rispettato l’ordine del Centro di coordinamento di Roma ma, accusano, dopo un ritardo nei soccorsi di un’ora e mezza, i libici hanno trovato in vita solo 16 dei 120 stipati sul barcone, affondato da ore. Ieri sono stati gli stessi attivisti catalani ad avvistare il gommone in difficoltà. Cosa è successo lo racconta l’eurodeputata Eleonora Forenza del Gue, che era a bordo della nave dell’Ong insieme a tre colleghi spagnoli: «Più volte l’Open arms ha contattato le autorità italiane segnalando il pericolo di naufragio, sentendosi rispondere di contattare la Guardia costiera libica. Il mancato soccorso in mare è un reato grave, oltre che un atto disumano. Le persone a bordo ci urlavano ‘No Libia’. A differenza di Salvini, le persone che erano su quel barcone sapevano che la Libia è spesso detenzione, tortura, stupro». Il capitano dell’Open arms ha poi spiegato: «Le autorità libiche non rispondevano né via radio né al telefono. Così Roma ci ha detto che toccava a noi decidere cosa fare». La motovedetta libica è poi arrivata quando il soccorso era già in corso, hanno fatto un’inversione della rotta e sono andati via dicendo alla nave dell’Ong ti tornarsene in Spagna. Il più piccolo dei naufraghi ha appena 9 anni: viene dalla Repubblica Centraficana, era con i genitori, l’equipaggio l’ha messo al posto di comando chiamandolo capitano.

Matteo Salvini ieri mattina ha twittato: «Si scordino di arrivare in Italia. Questa nave si trova in acque Sar della Libia, porto più vicino Malta» innescando così l’ennesima polemica con La Valletta che ha replicato «Basta con le bugie, il salvataggio è avvenuto tra la Libia e Lampedusa». Il direttore operativo della Proactiva, Riccardo Gatti, ha spiegato: «Continuiamo a proteggere il diritto alla vita degli invisibili. La Spagna è lo stato di bandiera della nave, spetta al governo iberico mettersi in contatto con le autorità maltesi, italiane e oltre per trovare un porto sicuro». La nave ha però chiesto di attraccare in Spagna, il Consiglio comunale di Barcellona ha dato la sua disponibilità ma ci vuole il via libera del governo, prudente dopo aver concesso lo sbarco a Valencia dell’Aquarius.

La Ong ha poi messo sotto accusa la gestione dei soccorsi: «Cento persone sono morte venerdì, Open Arms avrebbe potuto salvarle ma è stata ignorata dalle autorità libiche e italiane». Il presidente dell’Ong, Oscar Camps, ha commentato: «Sono affogate davanti alle coste libiche. Però tranquillo, Salvini, non erano italiane. Erano solo ‘carne umana’». Sul sito El Diario Gabriela Sanchez, che è a bordo dell’Open Arms, ricostruisce i fatti: venerdì alle 9 la nave ha sentito, tramite il canale radio 16, l’avviso informale di un aereo militare alla guardia costiera libica, c’era un barcone in pericolo nella zona di Al-Khums, vicino alla costa di Tripoli. Erano a 80 miglia dalla Open Arms ma nessuna comunicazione è giunta alla Ong dal Centro di coordinamento di Roma: «È lontano e hanno avvisato i libici» aveva commentato allora il capitano con la giornalista. Ma alle 10.30 arriva un mayday dal Centro di coordinamento di Malta. Il capo missione, Guillermo Canardo, chiama Roma ma è tardi: i libici erano sul luogo del naufragio, i migranti erano quasi tutti annegati, inclusi tre neonati. «Se ci avessero avvisato in tempo ci saremmo attivati, nonostante abbiamo poco carburante» ha spiegato Canardo. Hanno poco carburante perché Italia e Malta rifiutano l’accesso ai porti alle Ong persino per i rifornimenti.

Ieri i libici hanno riportato indietro 270 naufraghi, 11 i bambini. Sul naufragio di venerdì l’ammiraglio Ayoub Qassem ha spiegato: «La Guardia costiera di Roma non ha responsabilità. Le ricerche sono state interrotte perché non ci sono i mezzi e il personale necessari».

Ancora abusi e negazioni dei diritti basilari al confine franco-italiano


Il report dell’osservazione congiunta tra associazioni francesi e italiane



Nizza, 27 giugno - La crisi dell’Europa e delle politiche europee ha generato pratiche illegali che costituiscono una minaccia per la dignità e la sicurezza dei migranti e dei rifugiati, a prescindere dalle situazioni.

Quel che sta accadendo al confine franco-italiano non è un’eccezione: il ripristino dei controlli alla frontiera dal 2015 è diventato il pretesto per rendere banali numerose pratiche illegali da parte delle autorità francesi, nonostante gli interventi della Giustizia e di numerose autorità indipendenti. Le recenti osservazioni effettuate dalle nostre associazioni e dai nostri partner italiani e francesi, dal

24 al 26 giugno, confermano nuovamente le numerose violazioni dei diritti di cui sono vittima i migranti a livello di questa frontiera da parte delle autorità francesi:

·       controlli selettivi (ad esempio secondo il colore della pelle) effettuati regolarmente sui treni in provenienza da Ventimiglia, mentre invece questo tipo di controlli è vietato;

·       rinvio di 157 persone in Italia, senza aver dato loro la possibilità di richiedere asilo e senza aver vagliato la loro situazione individuale, mentre tali pratiche sono state giudicate illegali dal Tribunale amministrativo di Nizza, il 2 maggio 2018;

·       privazione della libertà di 76 persone presso i locali della polizia alla frontiera di Mentone, in condizioni indegne, senza possibilità d’accesso ad alcun diritto. Questa privazione di libertà è durata fino a 14 ore, superando ampiamente la durata di 4 ore giudicata ammissibile dal Consiglio di Stato a luglio 2017;

·       le forze di polizia non hanno preso in considerazione la minore età di 11 giovani migranti, che sono stati rinviati illegalmente in Italia e sono stati successivamente ricondotti dalle forze di polizia italiana in Francia.

Le organizzazioni firmatarie continueranno incessantemente il loro lavoro, affinché siano rispettati i diritti dei migranti e dei rifugiati, previsti dalle legislazioni nazionali, europee ed internazionali.

Lanciano un appello al governo italiano perché cessi l’escalation d’aggressività verbale contro i migranti e non rinunci ai valori d’ospitalità dell’Italia.

Si rivolgono con forza al governo francese perché interrompa definitivamente le pratiche illegali diffuse che si riproducono abitualmente al confine franco-italiano.

Si appellano ai due governi perché trovino i mezzi d’esercitare la solidarietà nell’accoglienza dei migranti e dei rifugiati, piuttosto che fare a gara nell’invettiva, nel rifiuto e nella violazione dei loro diritti.

* Le associazione che partecipano al monitoraggio congiunto sono:

Francia

Amnesty International France

Anafé

La Cimade

Médecins du Monde

Médecins sans frontières

Secours Catholique Caritas France

AdN Association pour la Démocratie à Nice

Citoyens Solidaires 06

DTC-Défends ta citoyenneté

LDH Nice

Pastorale des migrants du diocèse de Nice

Roya Citoyenne

Syndicat des Avocats de France

Tous Migrants

Italia

Amnesty International Liguria

ASGI

Caritas Intemelia OdV

Diaconia Valdese

Intersos

OXFAM Italia

Terre des Hommes Italia

WeWorld Onlus

L’Isola Europa: il reality. Il commento del Naga al vertice europeo




L’agognato vertice europeo sull’immigrazione ha partorito un meccanismo di chiusure progressive che ricorda un macabro reality in cui i concorrenti devono superare prove sempre più difficili e pericolose nel tentativo di arrivare alla meta con il rischio sempre presente di ritornare dal via. La produzione si annuncia molto costosa, i concorrenti tantissimi e l’esito scontato in termini di perdita di vite umane.

Primo step: chiusura del Mediterraneo. Si delega alla guardia costiera libica la gestione dei salvataggi in mare. Il Mediterraneo ritorna ad essere un buco nero delle vite e dei diritti. I viaggi del mare saranno ancora più pericolosi e i flussi si sposteranno verso altri varchi.

Secondo step: una volta intercettati i fuggitivi verranno riportati in "piattaforme extra UE" in Libia o negli altri stati nord africani dove saranno vagliati, rimpatriati o rilasciati e, in tutti i casi tenteranno ancora una volta di fuggire.

Terzo step: se i fuggitivi ce la fanno ad arrivare autonomamente, verranno rinchiusi in hotspot, questa volta su base europea. La solidarietà europea si traduce nella costruzione di carceri europee.

Quarto step: una volta rinchiusi verranno esaminate le domande di asilo ma si preannuncia una vigorosa stretta e un aumento dei rimpatri, per cui: si riparte dal primo step.

Quinto step: per chi supera anche la fase precedente, una volta usciti dagli hotspot si entra in una prigione più grande perché vengono impediti i movimenti all’interno della UE, quindi di fatto viene sospeso Shengen per una determinata categoria di persone in attesa che venga sospeso per tutti.

L’Europa, che isola non è, aspira a diventarla sempre di più, la solidarietà è abolita per legge e al suo posto si instaura lo stato di Polizia generalizzato interno ed esterno.

Allora ci domandiamo: questo impianto, che leva il fiato, era l’unico possibile?

Secondo noi no. Ecco cosa era possibile fare:

 Introduzione del permesso di soggiorno europeo, cioè di un permesso ancora rilasciato da ciascuno stato ma con validità in tutta la UE.

 Prevedere forme vincolate di visti di ingresso per motivi umanitari nei paesi di origine o transito investiti da conflitti armati o da gravi violazioni dei diritti fondamentali per richiedere protezione internazionale.

 Revisione del regolamento di Dublino con la previsione del diritto del richiedete asilo di scegliere il paese di destinazione.

 Abolizione della procedura d’ingresso attraverso il decreto flussi.

 Rilascio di un visto di ingresso per ricerca lavoro e relativo permesso di soggiorno per ricerca lavoro della durata di almeno 12 mesi.

 Regolarizzazione ordinaria dei migranti già sul territorio che svolgano un’attività lavorativa, che abbiano concreti legami familiari o non abbiano più rapporti significativi con lo stato d’origine.

 Ampliamento delle possibilità di ricongiungimento familiare.

 Trasferimento delle competenze in materia di permesso di soggiorno dalle questure ai comuni.

Intanto, noi continueremo a dare supporto a chiunque riesca ad arrivare.

14 luglio, Ventimiglia città aperta: la piattaforma che ha indetto la manifestazione internazionale risponde al sindaco Iaculano



Libertà , uguaglianza, sorellanza e fratellanza!

In primis ci vogliamo rivolgere alla cittadinanza ventimigliese: i governi italiani e europei hanno sempre messo sotto scacco la città di Ventimiglia, la colpa non è dei migranti o dei solidali, ma dell’esistenza stessa del confine.

Sono le politiche italiane ed europee, non certo le manifestazioni di solidarietà, che stanno mettendo in discussione Shengen, facendo ricomparire per tutte un confine che non dovrebbe esistere più e che invece diventa sempre più brutale.

In questi anni i cittadini di Ventimiglia hanno dimostrato in tantissime occasioni da che parte stavano.

Partendo dai tempi del campo sugli scogli dei balzi rossi, sino ad oggi hanno portato coperte, cibo, sostegno alle migliaia di donne, uomini, bambini bloccate a Ventimiglia.

Non sono bastate le ordinanze del Sindaco Ioculano che vietavano ai suoi concittadini di portare cibo ai migranti a fermare questa solidarietà attiva e diffusa: ogni giorno erano tanti i ventimigliesi che portavano un vecchio vestito o una coperta, magari nascondendoci dentro del pane, della frutta, una bottiglia d’acqua.

Non è bastato che Ioculano facesse di tutto per far chiudere la Chiesa delle Gianchette di don Rito, unica struttura a Ventimiglia che ospitava donne e bambini, costringendo anche loro a vivere sotto un ponte.

Non è bastato neppure sostenere gli sgomberi e i rastrellamenti razziali per le strade di Ventimiglia e le conseguenti deportazioni.

Ancora oggi, ogni giorno, in Caritas, sul fiume Roya, sui sentieri, in stazione, tanti uomini e donne, ventimigliesi e non, provano a sostenere ed aiutare il viaggio di chi non ha nulla e non chiede altro che raggiungere un parente, un amico, la fine di un viaggio terrificante.

Come in passato, anche per il 14 luglio siamo sicuri che i cittadini di Ventimiglia sorprenderanno il loro sindaco e scenderanno in piazza dimostrando ancora una volta che la solidarietà attiva è un’arma, l’unica forse, che ci è rimasta contro un’idea di Europa sempre più brutale.

Interessante, infine, è notare come anche sull’economia la preparazione del primo cittadino sia scarsa e poco lungimirante.

Le code di auto francesi alla ricerca di alcolici e sigarette ci sono sempre state a Ventimiglia.

Anche in questo caso, ci sembra che il vero pericolo non sia certo la manifestazione del 14 luglio, ma la possibile crisi di Shengen: già sta accadendo che la Francia chieda i documenti a tutti i passeggeri dei treni, dagli ultimi incontri europei escono scenari molto cupi sulla futura ricomparsa dei confini interni per tutte.

Il percorso della manifestazione garantirà comunque l’accesso ai parcheggi già dal pomeriggio e le strade per la frontiera saranno solo parzialmente interessate dal percorso.

Non dimentichiamoci che migliaia di partecipanti alla giornata del #14L consumeranno chi un caffè, chi una bottiglia d’acqua, un panino o una birra a fine percorso. Come detto, quindi, l’invito è a conoscersi e a superare le differenze, è un invito ad incontrarsi percorrendo insieme le strade della città e scambiandosi idee durante il percorso.

Invitiamo tutte le persone residenti a superare le paure, la diffidenza e l’odio verso chi è diverso, provando a conoscersi senza timori nella grande festa di sabato 14 luglio.

Ricordiamo a tutte e tutti che la manifestazione è autorizzata dalla Questura di Imperia: sarà una grande marea che attraverserà le strade della città di Ventimiglia rivendicando la libertà di movimento, contro le diseguaglianze di genere, per un permesso di soggiorno Europeo e per la rinascita di un corpo sociale solidale.

Infine anche la frase del Sindaco “Le manifestazioni sono benvenute ma a casa vostra, grazie!”, ci fa capire come non si sia compreso, quanto ai solidali ventimigliesi o di altri luoghi stia a cuore il benessere della città e la tolleranza sociale.

Ventimiglia è casa per molte e molti grazie alla sua posizione e questo dovrebbe essere una ricchezza!

Sanremo News ed il sindaco definiscono la manifestazione “Contro la Francia”:

“Manifestare a Ventimiglia il 14 di luglio contro le politiche migratorie della Francia è un’idiozia incredibile oltre che una provocazione”

La manifestazione è contro le politiche migratorie della Francia? Vero in parte, ma non solo.

“Ventimiglia città aperta: manifestazione internazionale #14L” vuole mettere sotto i riflettori tutte le politiche disumane, dalle recenti decisioni europee, a quelle del governo Minniti-Orlando, da quelle di Salvini, a quelle di Macron, insieme a quelle messe in campo dall’amministrazione comunale presieduta proprio da Ioculano.

Scendere in piazza il #14L significa mettere a valore le esperienze di umanità e solidarietà, dal Mar Mediterraneo alle grandi città italiane, fino ai confini come Ventimiglia, Como e il Brennero.

Il motivo è semplice, caro sindaco: il confine è qualsiasi pensiero, muro, azione, gesto che disprezza, esclude e ghettizza; per noi il 14 Luglio è la possibilità concreta che persone di ogni provenienza possano parlare, cantare, mangiare e passeggiare serenamente per la città, avendo la libertà di esistere senza sfruttare un altro essere umano donna o uomo che sia.

In discussione non è il futuro dei migranti, ma quello di tutti.

Per concludere, ci dice che “è un’idiozia incredibile oltre che una provocazione”

Con questa frase che emana odio e disprezzo, Ioculano ci invoglia, invece, a una partecipazione e un impegno sempre maggiore per cercare e ottenere libertà, uguaglianza, fratellanza e sorellanza!