martedì 31 luglio 2018

MAFIE I mandanti esterni della strage Chinnici


Record per i contratti a termine, che superano 3,1 milioni. Scacchetti: "L'occupazione è la vera emergenza. Alla luce del boom del lavoro precario, sono incomprensibili i provvedimenti discussi in Parlamento. Serve la causale dall'inizio, no ai voucher"

Giorgio Bongiovanni, AMDuemila
01 agosto 2018


(24 Gennaio 2018) Ieri sera su Rai Uno, con la regia di Michele Soavi e prodotto da Rai Fiction e Casanova Multimedia, è andato in onda “Rocco Chinnici - È così lieve il tuo bacio sulla fronte”. Un film che, grazie alla straordinaria interpretazione di Sergio Castellitto (a dimostrazione che l’Italia ha in dote delle vere eccellenze nel mondo della recitazione), mostra non solo la figura del magistrato (ideatore del pool antimafia che poi verrà realizzato da Antonino Caponnetto) ma anche del padre e del marito che, nonostante l’impegno in prima linea nella lotta alla mafia, cerca di essere presente accanto alla famiglia.
Una vita che è stata spezzata il 29 luglio 1983 in via Federico Pipitone a Palermo, quando il boss mafioso Antonino Madonia premette il pulsante del telecomando che fece esplodere un’autobomba. Rocco Chinnici rimase ucciso di fronte al portone del suo palazzo ed insieme a lui persero la vita i due agenti della scorta, Mario Trapassi e Salvatore Bartolotta, e il portinaio del condominio, Stefano Li Sacchi. Sopravvisse, ferito gravemente, solo l'autista, Giovanni Paparcuri, poi diventato stretto collaboratore di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Un attentato tremendo che riportava in auge la cosiddetta strategia del terrorismo mafioso già vista nel 1963 quando, in una borgata agricola di Ciaculli, venne fatta saltare in aria un’Alfa Romeo Giulietta uccidendo quattro uomini dell'Arma dei Carabinieri, due dell'Esercito Italiano, e un sottufficiale del Corpo delle Guardie di P.S. (attuale Polizia di Stat
L’attacco alle istituzioni si era già manifestato con gli omicidi del giudice Cesare Terranova, del giudice Gaetano Costa e con quello del Generale Carlo Alberto dalla Chiesa, in via Isidoro Carini, ma le stragi mafiose con l’utilizzo di esplosivi, che poi torneranno nel 1992 e nel 1993, iniziarono proprio con l’attentato a Chinnici.
La storia del magistrato, la sua attività investigativa e di contrasto alla mafia, il suo impegno nella sensibilizzazione dei giovani sui rischi della tossicodipendenza e sui collegamenti tra droga e mafia, sono noti. Ci sono però alcuni dettagli che spesso non vengono ricordati o che vengono poco affrontati da quella regia strategica di “professionisti della congiura e del silenzio” che tendono a concentrarsi in particolare sull’ala militare di Cosa nostra. In tanti anni abbiamo sentito parlare di una mafia sconfitta, quasi azzerata. Tuttavia, seppur non si può che plaudire alle numerose operazioni che sono state condotte dagli organi inquirenti (le ultime in questi giorni) bisogna realizzare che ancora oggi esiste un livello di mafia che non è affatto morto o decaduto. Il consigliere istruttore, Rocco Chinnici, è stato il primo a intuire che oltre ai boss e ai picciotti, c'era un terzo livello (anche nel film viene evidenziato) oltre alla Cupola mafiosa. Vi erano personaggi occulti che agivano nell’ombra e che rafforzavano l’organizzazione criminale. E’ per questo motivo che è stato ucciso e viene riconosciuto anche nelle sentenze come quella storica, del 2000, con cui la corte d’Assise di Caltanissetta (presieduta da Ottavio Sferlazza e Giovambattista Tona giudice a latere) ha condannato all’ergastolo esecutori e mandanti (tra cui Salvatore Riina, Bernardo Provenzano ed Antonino Madonia). Condanne che saranno confermate in Cassazione nel novembre 2003, ad esclusione di Matteo Motisi e Giuseppe Farinella (assolti in secondo grado).
In quel processo di primo grado, dove l’accusa era rappresentata dai magistrati Antonino Di Matteo e Anna Maria Palma, si evidenziava come “l’uccisione del giudice Chinnici fu voluta dai cugini Ignazio e Nino Salvo e ordinata dalla cupola mafiosa, per le indagini che il magistrato conduceva sui collegamenti tra la mafia e i santuari politico-economici”.
I Salvo, è riscontrato nelle carte, erano “uomini d'onore della famiglia di Salemi. Avevano un ruolo di raccordo, nel panorama politico siciliano, quali esponenti di spicco di un importante centro di potere politico-finanziario, tra Cosa nostra ed una certa classe politica”. In particolare con la corrente andreottiana della Democrazia cristiana.
In quel dibattimento, condotto dal pm Di Matteo che oggi è rappresentante dell’accusa assieme ai pm Roberto Tartaglia, Vittorio Teresi e Francesco Del Bene al processo sulla trattativa Stato-mafia, vennero raccolte prove definitive che non fu solo la mafia ad uccidere il giudice istruttore. Grazie all’apporto decisivo dei collaboratori di giustizia, ma anche con il contributo di testimoni come Paolo Borsellino e Ninni Cassarà, era un quadro che appariva evidente.
Particolarmente importanti furono riconosciute le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Giovanni Brusca, seppur in quel momento la collaborazione risultava molto travagliata. Di Matteo trovò riscontri alle parole dell’ex capo mandamento di San Giuseppe Jato, reo confesso del delitto, ed in grado di fornire numerosi dettagli dell’aspetto organizzativo dell’attentato. Brusca raccontò anche i retroscena della decisione di uccidere Chinnici, parlando di una riunione tra Nino Salvo, il padre Bernardo Brusca e Totò Riina al termine della quale gli fu detto dal Capo dei Capi in persona: “Finalmente è venuto il momento di rompere le corna a Chinnici, mettiti a disposizione di don Nino”.
I riscontri successivi hanno fatto emergere chiaramente che Cosa nostra aveva agito su input di altri. Ed è sempre Brusca a tirare in ballo “referenti romani”. E quella dichiarazione è riportata anche nella sentenza di primo grado: “Dal governo centrale di Roma arriva una segnalazione - dice Brusca - un input da parte dell'onorevole Andreotti, facendo sapere a Lima, Lima ai Salvo, i Salvo me lo dicono a me e io lo porto a Riina. Dice di darci una calmata perché sennò si era costretti a prendere provvedimenti. Riina mi rimanda dai Salvo: fagli sapere che ci lascia fare”.
Con quella sentenza, di fatto, si è creato uno spartiacque a dimostrazione che spesso Cosa nostra non ha agito solo per ordine di Riina o della Cupola, ma anche su richieste di altri poteri dello Stato-mafia e della politica. E’ la dimostrazione che per certe stragi sono esistiti, ed esistono, mandanti esterni. Un fatto che nessuno vuole ricordare e che troppo spesso si dimentica.

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