mercoledì 1 agosto 2018

PALESTINA Israele condanna poetessa palestinese a 5 mesi di prigione


Un tribunale israeliano ha condannato una poetessa palestinese per aver scritto alcuni versi a sostegno della resistenza palestinese al regime di occupazione.

Redazione l’Antidiplomatico
01 agosto 2018


Dareen Tatour, palestinese, 36anni, è agli arresti domiciliari dal 2015, quando ha pubblicato sul social network un video in cui ha recitato la sua poesia "Resisti, popolo mio, resisti", accompagnato con immagini di scontri tra giovani palestinesi e l'esercito del regime israeliano.

"Non mi accontenterò di una soluzione pacifica, non abbasserò le mie bandiere fino a quando non li espellerò dalla mia terra (...). Resistete alle rapine del colono e seguite la carovana dei martiri ", recita una parte del testo di Tatour.
L'attivista è stata condannata oggi a cinque mesi di carcere dopo essere stata accusata di incitamento "terrorismo" in una poesia e una serie di commenti pubblicati sui social network durante un'ondata di proteste palestinesi.
La corte di occupazione della città di Nazareth, nel nord dei territori palestinesi occupati, ha anche condannato la poetessa per sostenere il movimento della Jihad islamica palestinese nella Striscia di Gaza.
Il regime israeliano ha ripetutamente minacciato di imprigionare poeti che scrivono in favore della resistenza del popolo palestinese contro le aggressioni delle forze di occupazione.

Questi abusi si verificano nello stesso momento in cui il regime di Tel Aviv ha ucciso più di 155 persone e ne ha ferite altre 17.000 dal 30 marzo, giorno in cui sono cominciate le 'Marce per il Ritorno' nella Striscia di Gaza assediata per rivendicare il diritto dei rifugiati palestinesi a tornare alle loro case.
Diverse organizzazioni per i diritti umani hanno espresso preoccupazione per come l'esercito dell'occupazione israeliana stia uccidendo i civili modo "scandaloso", così hanno invitato Israele a evitare l'uso eccessivo della forza nel reprimere le manifestazioni.


Fonte: Al Jazeera
Notizia del: 31/07/2018

PALESTINA Ahed Tamimi: l’occupazione ci prende anche la giovinezza


Intervista. Parla la 17enne di Nabi Saleh divenuta un simbolo della resistenza palestinese per gli schiaffi dati a due soldati lo scorso dicembre. «Gli israeliani mi accusano di essere una ragazza violenta ma la vera violenza è quella che compie l'occupazione che ci ruba la terra, ci imprigiona e ci nega la libertà»

Michele Giorgio, Il manifesto
01 agosto 2018

Il giardino di casa Tamimi nel villaggio cisgiordano di Nabi Saleh in questi giorni è una enorme sala d’attesa per giornalisti, delegazioni, amici e parenti. Tutti, rispettando una rigida agenda di incontri, attendono il proprio turno per salutare, intervistare o semplicemente per stringere la mano ad Ahed Tamimi. Il simbolo della resistenza palestinese, scarcerata domenica da Israele, è tornata a casa dopo otto mesi in prigione assieme alla mamma Nariman, condannata alla stessa pena detentiva per aver filmato e postato sui social gli schiaffi dati dalla figlia a due soldati israeliani lo scorso dicembre. Basem Tamimi, padre di Ahed e noto attivista, è il più attento ai bisogni dei presenti. Trova comunque il tempo di chiederci informazioni sulla vicenda di Jorit Agoch, il writer napoletano detenuto dalla polizia israeliana e poi rimandato in Italia (non potrà ritornare in Israele e nei Territori occupati per i prossimi dieci anni) perché ha realizzato sul Muro che divide Betlemme da Gerusalemme un bellissimo enorme ritratto di Ahed Tamimi. La ragazza, 17 anni compiuti lo scorso gennaio, appare nel giardino qualche minuto dopo. Sul volto porta la fatica tre giorni passati tra centinaia di persone e sotto i riflettori di tutto il mondo. Dice di aver dormito poco. Però non rinuncia ad rispondere alle domande dei giornalisti.

Cominciamo dal giorno in cui hai preso a schiaffi i soldati israeliani.
Ero molto nervosa per quello che stava accadendo intorno a me. (Donald) Trump qualche giorno prima proclamato Gerusalemme capitale di Israele e i soldati israeliani avevano ucciso o ferito tanti palestinesi durante le proteste (seguite allannuncio del presidente Usa,ndr). In più mio cugino Mohammed, poco più di un bambino, era stato ferito gravemente alla testa da un proiettile sparato dai soldati. Cose avvenute tutte insieme che mi hanno portato a reagire in quel modo nei confronti di chi occupa la nostra terra. Penso sia una reazione comprensibile da ogni persona costretta vivere le mie stesse esperienze. Comunque anche se avessi saputo che quel gesto mi avrebbe portato per mesi in prigione, avrei agito ugualmente in quel modo.

Le autorità israeliane ti definiscono una ragazzina aggressiva e con una storia di violenza.
Violenta piuttosto è l’occupazione israeliana che priva i palestinesi della libertà, che prende le nostre terre, demolisce le nostre case, uccide ragazzini o li mette in prigione. E ce ne sono tanti in carcere in questo momento in cui sto parlando che scontano delle condanne molto severe e non dobbiamo dimenticarli. Gli israeliani non hanno diritto di accusarmi e di accusare altri palestinesi di essere violenti. Allo stesso tempo penso che la nostra lotta si possa esprimersi in varie forme, anche diffondendo la nostra cultura, spiegando ai cittadini di altri paesi le ragioni e la storia del popolo palestinese.

Torniamo ai giorni successivi all’arresto. Durante gli interrogatori ti è stata assicurata la protezione che si deve ad una adolescente in stato di detenzione?
Non mi hanno mai trattata come un’adolescente e neppure come una adulta o come dovrebbe essere trattato qualsiasi essere umano. Mi hanno messo in cella con detenute per reati comuni, criminali che mi rivolgevano offese volgari. Durante gli interrogatori minacciavano di punire la mia famiglia. Non hanno mai permesso ai miei familiari di essere presenti e nella stanza dove di volta in volta venivo portata cerano sempre solo uomini. In nessun caso una donna è stata presente agli interrogatori.

Sei molto giovane, la prigione ti avrà privata di tante cose.
Davvero molte. Prima di tutto gli affetti della famiglia. Mia madre era nella stesso carcere ma non potevo vederla perché si trovava in una sezione dove non potevo accedere. Mi è mancato passare del tempo e scherzare con mio fratello. Mi sono mancate le mie amiche, le passeggiare assieme a loro. Sono state tante le cose che avrei voluto fare e non ho potuto. In carcere però ho studiato per non perdere lultimo anno delle superiori e sono riuscita a sostenere gli esami della maturità ‎‎(dopo una serie di proteste negli anni passati, le autorità israeliane hanno concesso ai detenuti politici palestinesi di poter continuare gli studi in cella, anche se con modalità e condizioni molto particolari, ndr).

Come vedi la tua vita di adolescente nell’immediato futuro e da giovane adulta negli anni che verranno?
Sto vivendo una fase molto complessa. Ho vissuto un’esperienza dura dalla quale sono uscita molto provata. In questi giorni mi sento stanca e provo un malessere generale. Penso che loccupazione israeliana e il carcere mi abbiamo preso una parte della vita e della giovinezza. Ho perduto sul piano personale qualcosa che non riuscirò a recuperare. Questo è il prezzo che tutti noi palestinesi siamo costretti a pagare a causa delloccupazione . Malgrado ciò sono pronta a pagarlo se alla fine di questo tunnel c’è la liberazione del nostro popolo.

Credi che sia ancora possibile una soluzione giusta per i palestinesi?
La soluzione è tornare a prima dell’occupazione della Palestina quando gli ebrei e i palestinesi cristiani e musulmani vivevano in pace rispettandosi tra di loro. I problemi esistono a causa dellideologia sionista. I palestinesi non sono contro gli ebrei e lEbraismo ma contestano il Sionismo e l’occupazione.

Intendi che la soluzione è tornare al prima del 1948?
Anche più indietro perché prima del 1948 c’erano il colonialismo e il Mandato della Gran Bretagna. Prima di ciò, da quanto ho letto nei libri e ho ascoltato dai nostri anziani, esisteva una clima di pace e di ottime relazioni tra tutte le componenti della società.

Dopo la tua scarcerazione hai dichiarato che in futuro avrai un ruolo in politica, resterai indipendente o pensi di entrare in un partito politico?
Continuerò a partecipare attivamente alla lotta per i diritti del mio popolo ma non intendo unirmi ad alcuna forza politica. La Palestina e i palestinesi non appartengono a un partito o a un movimento politico.

Come giudichi le divisioni tra le forze politiche palestinesi, tra Cisgiordania e Gaza?
In modo del tutto negativo naturalmente. Queste divisioni e la rivalità non aiuteranno un alcun modo la nostra causa. Solo lunità potrà dare ai palestinesi la libertà.

Proseguirai gli studi?
Senza dubbio. Non ho ancora deciso bene ma andrò all’università. Sono orientata a studiare diritto internazionale, perché credo che la conoscenza delle leggi internazionali potrà darmi gli strumenti per aiutare il mio popolo.

Quanto peserà sul tuo futuro la notorietà e il simbolo della resistenza alloccupazione che oggi rappresenti per tutti i palestinesi.
Sono la ragazza di sempre, non sono cambiata ma sento il peso sulle mie spalle di questa notorietà. Tuttavia è anche una grande opportunità che mi viene offerta, quella di diffondere informazioni su quanto accade nella mia terra, al mio popolo, e di parlare della condizione dei detenuti (palestinesi) nelle carceri israeliane.

ITALIA Dal dottore sciachimista alla mamma no vax: una giornata tipo nella nuova Italia sovranista


Un medico xenofobo e complottista. Una twittatrice terrapiattista convinta. E una donna che arringa contro Big Pharma. Cronaca semiseria di una visita in ospedale nel nostro Paese

Giuseppe Genna, L’ESPRESSO
01 agosto 2018

L'altro giorno, in un pronto soccorso stomatologico, mi sono fatto curare un ascesso, non avendo la prontezza e l’attenzione di specificare che l’ascesso da cui è affetta la realtà italiana è ben più profondo e batterico. Il dentista sovranista, che mi ha accolto chiedendomi se sono un egiziano, mi ha medicato senza commentare?
Tutt’altro. Paralizzato da un’anestesia locale e spirituale, sono stato sottoposto a una narrazione ipnotica e surrealista dell’Italia contemporanea. Kafka non ci sarebbe arrivato. L’impietoso stomatologo grilloleghista, gonfiando i capillari e le varici sul suo volto spugnoso e vagamente itterico, mi ha affabulato con una favola nerissima. Dunque per l’odontoiatra gialloverde il virologo Roberto Burioni cospira insieme a George Soros, almeno un milione di “negri” (testuale) stanno aspirando a invadere la Penisola, per arraffare 35 euro giornalieri di reddito di cittadinanza, garantito a loro ma non agli aborigeni italici, Stefano Cucchi è un’invenzione per mettere in una greppia le forze dell’ordine, Matteo Salvini sarà Presidente della Repubblica per un trentennio, come la Costituzione garantisce, anche se la carta fondamentale andrebbe rifatta per introdurre il reato di furto in casa e permettere di difendersi sparando, come si fa del resto nei civilissimi Stati Uniti. A un certo punto mi dice: «Il suo ascesso è una reazione agli elementi chimici presenti nell’aria, l’hanno inquinata irrorando con gli aerei bario e silicio, lo so io che sono medico». Provo a ripeterlo: avevo un’infezione al dente per via delle scie chimiche.
Del resto, in coda al pronto soccorso, mi ero trovato, esasperato, accanto a una madre esasperante, che lasciava scatenare l’altrettanto esasperante pargolo, protagonista di un’accelerazione neuromotoria, che avrebbe meritato dosi ciclopiche di Ritalin. La madre ce l’aveva proprio con il Ritalin: «Vogliono vaccinarlo con il Ritalin. È un complotto di Big Farm. È una multinazionale che ha assunto medici e farmacisti, in particolare quelli stranieri. Sono tutti d’accordo». Provavo a ignorarla immergendomi in Twitter. Un’utente, il cui nickname era affiancato dall’immancabile bandierina tricolore, si lamentava perché qualcuno l’aveva bannata, quando aveva espresso l’autorevole teoria che la Terra è piatta. «È un’opinione personale, come si permette di bloccare il mio account?», ululava la sovranista digitale.
Il nostro pianeta è piatto e il Big Pharma è una marca di generici. La giornata tipo del progressista italiano medio nelle ultime settimane è sempre più intensamente sottoposta a questa terapia del dolore, nel senso che glielo si impone a un ritmo frenetico. Sulla navetta che mi riportava a casa, con tanto di granuloma da scia chimica, una settantenne, abbigliata come Coco Chanel sotto ecstasy, arringava i passeggeri, sostenendo che “i pazienti cancerogeni” (non sto scherzando) oggi li fanno curare soprattutto da medici libici (non sto scherzando), perché agli ospedali italiani costano poco, li pagano meno.
La proposta per la "revisione del sistema vaccinale", firmata dai consiglieri pentastellati tra cui Davide Barillari e Roberta Lombardi è stata scritta con le associazioni dei genitori "per la libertà di scelta". Ma rende un calvario fare i vaccini o impone assurde umiliazioni 
Nemmeno una pallida idea dell’esistenza di un contratto nazionale. Gli avventori annuivano agli affondi della sciura, con un entusiasmo di cui non erano state capaci le folle del Trionfo della volontà di Leni Riefenstahl. A chi avrei potuto nominare “Il trionfo della volontà” e la regista hitleriana? Già è normalmente italiano che uno scrittore non possa più esercitare alcuna referenza. Se cita, è un professorone, un intelligentone, un rosicone. Tuttavia in queste settimane è proprio il progressista medio italico a non avere diritto di intervento. Soffre di una psicoparologia della vita quotidiana, priva di qualunque terapia.
Si può nutrire una certa indifferenza a proposito dell’Italia, non pronunciarsi, annuire o scuotere la testa. Ciò fino a quando non la si vede per davvero: una nazione che parla la lingua moderna più antica, dove la natura fa il suo corso in forma di tragedia e farsa all’infinito. L’Italia è territorio melodioso di odii sotterranei, che esplodono in ascessi giganteschi e subitanei. Ci si può comodamente lamentare sempre, in questa nazione che non smette di progredire con mezzi innovativi e reazionari. Una patria di startup perenni, dal fascismo al terrorismo settantino, dall’idea di una democrazia cattolica alla sperimentazione di un monarca delle televisioni unite, fino all’attuale sovranismo purulento.
Qualcosa tuttavia è cambiato. Oggi più che mai è soffocante la vita quotidiana di una persona di medio buonsenso. Il sistema nervosissimo centrale dello Strapaese travolge chi abbia una disposizione a ciò che i francesi hanno inscritto nel loro genoma repubblicano, e che alle nostre latitudini sembra un sogno più che mai impossibile, per l’appunto straniero: la libertà, l’uguaglianza, la fraternità. Sarebbero gli arcangeli dell’umano agire, che lo Stivale ha cura di calpestare in forme sempre rinnovate e drammaticamente sorprendenti. Del resto l’Italia è serva e ostello di dolore per il padre di tutti gli scrittori e dunque per tutti i lettori. Che sono pochissimi.
La ciclica inconsapevolezza italiana funziona per costanti disattenzioni e dimenticanze permanenti. Chi volesse vivere affratellato e assorellato in queste lande collinari, liquorosamente bagnate dalle sanguinose risacche mediterranee, ha da tenere presente che in questo Paese dei Baloccamenti il passatempo nazionale è La ghigliottina: va in onda dal 2004, è il momento apicale dell’infinito successo televisivo L’Eredità. I connazionali, che prima erano spettatori e ora si riscoprono odiatori attivi, rispondono da anni alle sollecitazioni di Amadeus, Fabrizio Frizzi, Carlo Conti, tutti insieme appassionatamente, mentre la lama delle parole cala implacabile sui soldi, mozzando le cifre che fanno tutta la speranza di un Paese da sempre abbinato alla lotteria. Chi guarda la ghigliottina? A Parigi, nella lugubre place de Grève, il popolo si radunava per scommettere e le anziane sferruzzavano tra le teste e i fiotti di sangue. Quel popolo, che era stato scambiato per rivoluzionario, era in realtà la più cinica rappresentazione dell’odio schiumante e del piacere osceno di guardare la morte altrui in faccia. Noi italiani esercitiamo da sempre, nelle maniere meno raffinate, quella morbosità. A furia di guardare la ghigliottina, si diviene aspiranti carnefici. Bisogna dunque concedere un ritratto compiuto e sintetico di ciò di cui la nostra nazione ha dato “plastica rappresentazione” in poche settimane. Vengono le vertigini a comporre l’identikit italiano in questi giorni.
L’Italia è un Paese bagnato dal mare, in cui sono morti più di seicento tra migranti e rifugiati da marzo, e sulle cui spiagge non deve più apparire alcun venditore ambulante, perché gli italiani ne hanno le tasche piene e l’aria è cambiata e ronde neofasciste italopolacche presidiano il bagnasciuga riminese, cantanti impalano pubblicamente mendicanti stranieri che rifiutano qualche centesimo, un sottosegretario ha sostenuto che bisogna legalizzare i matrimoni di gruppo e tra specie diverse, una legione sostiene con furia che non bisogna vaccinarsi poiché i polivalenti sono un complotto, quattro su dieci sono favorevoli alle armi in casa perché credono che i crimini si impennino e invece stanno calando, il reato di tortura va abolito perché altrimenti non possono lavorare le forze dell’ordine, il ministero degli interni è un ministro degli internamenti, i partiti al potere non rendicontano o addirittura non dichiarano dove sono finiti 49 milioni di euro rubati alle pubbliche casse, scrittori sotto scorta sono irrisi e minacciati che venga loro levata la protezione, il presidente dell’Inps è un cospiratore, si taglia qualche vitalizio e si esulta come se si fossero aperti tredici milioni di posizioni lavorative, che peraltro vengono promessi salvo rimangiarsi tutto dopo tredici secondi esatti dalla pronuncia della comica profezia. Si potrebbe andare avanti all’infinito. Ciò che sconvolge è che tutto ciò piace alla nazione. Non si costruisce il consenso, in Italia: lo si trova nella realtà, integro e antropologicamente fascista. Per decenni è stata raccontata la fiaba del tycoon che faceva il lavaggio del cervello alla gente, quando è il popolo che si fa sempiternamente il lavaggio delle interiora, un’idrocolonterapia che espelle nel mondo le proprie tossine.
Qual è il pronto soccorso per curare l’ascesso che suppura nella realtà? Al momento non c’è. Allo stomatologico, dove l’irre-dentista mi medicava impietosamente, erano accesi schermi tv in ogni studio. L’odontoleghista specificava che i televisori servono a distrarre i pazienti. La cura canalare era tuttavia meno dolorosa della cura con cui il canale tv trasmetteva un accorato discorso valligiano dell’attuale leader progressista. Non sentivo nulla. Non capivo nulla. Ero abbandonato dalla speranza di un asilo, di un conforto, di una fraternità. Ci si sente in coda affollata presso una sala d’attesa priva di pronto intervento democratico. Il progressista medio italiano se ne esce nel mondo, tenendosi l’ascesso, per i germi non ci sono antibiotici, che saranno tutti un complotto di Big Farma. La notte è lunga, si è insonni per il dolore, ogni pena porta il suo giorno, che in Italia è oggi: è sempre oggi.

ITALIA Roma, cantano "Bella Ciao" contro CasaPound. Avviso dalla questura: "Socialmente pericolose"


Tre donne che avevano partecipato il 20 maggio alla Garbatella alla contestazione contro il banchetto dell'estrema destra sono state convocate dalle forze dell'ordine. A loro è stato notificato un provvedimento previsto dal Codice Antimafia

Mauro Favale, La Repubblica - Roma
01 agosto 2018

Un "avviso orale", un provvedimento emanato dal questore e previsto dall'articolo 3 del "Codice antimafia" riservato a persone socialmente pericolose, che si sono dimostrate "dedite alla commissione di reati". A riceveverlo, pochi giorni fa, sono state tre donne della Garbatella, due delle quali nemmeno si conoscono tra loro, e che in comune, negli ultimi mesi hanno solo una cosa: tutte hanno partecipato lo scorso 20 maggio a una contestazione contro un banchetto di CasaPound in Largo Leonardo Da Vinci, nell'VIII Municipio di Roma.
Quel giorno il gruppetto di antifasciste ha intonato Bella Ciao a qualche decina di metri dal gazebo montato dai "fascisti del terzo millennio". Per questo, racconta un comunicato della Rete antifascisti e antifasciste di Roma Sud, sono state convocate in Questura. A una di loro è stata notificata l'apertura di un'indagine, alle altre due è arrivato invece "l'avviso orale del questore" nel caso "esistono indizi a loro carico indicando i motivi che li giustificano".
"Il bello - si legge nel comunicato - è che a nessuna di loro viene specificato quali sarebbero questi reati, anzi, ad alcune di loro viene chiesto: 'Ma cosa ha fatto negli ultimi anni?'. Mah... un figlio o due, qualche lavoro precario, qualche assemblea cittadina, qualche flash mob... ma nulla che mi faccia sentire pericolosa". E ancora: "Ci si chiede: cos'è che l'ha fatto scattare? Qualcosa accaduto negli ultimi mesi senz'altro, nel quadrante di di San Paolo, qualcosa al quale erano presenti tutte coloro che hanno ricevuto la chiamata della Questura, per ritirare la notifica o una denuncia non meglio specificata. Una sola è la risposta: la contestazione al banchetto di Casa Pound del 20 maggio".
"Al momento non sappiamo se la contestazione è scattata d'ufficio o perché è stata presentata denuncia", spiega una delle tre attiviste che nelle prossime settimane sono intenzionate a procedere con un accesso agli atti per chiedere poi la revoca del provvedimento del questore.

ITALIA Cosa dice sul Sud il rapporto Svimez 2018

Il numero di famiglie meridionali con tutti i componenti disoccupati è raddoppiato tra il 2010 e il 2018. Toccata quota 600 mila.

Roberto Romano, Sbilanciamoci
01 agosto 2018

La Svimez, associazione per lo Sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno, ha pubblicato le prime anticipazioni del suo rapporto annuale 2018 dedicato al Sud. E i dati non sono confortanti. Nel 2019, infatti, «si rischia un forte rallentamento dell'economia meridionale», con la a crescita del Pil che «sarà pari a +1,2% nel Centro-Nord e +0,7% al Sud». Nel corso del 2017 il Mezzogiorno ha proseguito la sua lenta ripresa, ma in un contesto di «grande incertezza» e in assenza di «politiche adeguate» rischia di frenare ancora, con un «sostanziale dimezzamento del tasso di sviluppo» nel giro di due anni. La Svimez sottolinea in particolare che anche nel 2019 «il livello degli investimenti pubblici al Sud dovrebbe essere inferiore di circa 4,5 miliardi se raffrontato al picco più recente», datato 2010. Se invece nel 2019 fosse possibile recuperare per intero questo gap, si avrebbe una crescita aggiuntiva di quasi un punto percentuale rispetto a quella prevista.

IL SUD HA PERSO QUASI DUE MILIONI DI RESIDENTI IN 16 ANNI
Inoltre, negli ultimi 16 anni, «hanno lasciato il Mezzogiorno 1 milione e 883 mila residenti», la metà dei quali «giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto laureati, il 16% dei quali si è trasferito all'estero. Quasi 800 mila non sono tornati». E il numero di famiglie meridionali con tutti i componenti in cerca di occupazione è raddoppiato tra il 2010 e il 2018, passando da 362 mila a 600 mila, mentre al Centro-Nord sono 470 mila. La Svimez parla di «sacche di crescente emarginazione e degrado sociale, che scontano anche la debolezza dei servizi pubblici nelle aree periferiche». E definisce «preoccupante la crescita del fenomeno dei working poors, ovvero del lavoro a bassa retribuzione, dovuto a complessiva dequalificazione delle occupazioni e all'esplosione del part time involontario».

DRAMMATICO DUALISMO GENERAZIONALE
Suscita preoccupazione anche un altro fenomeno, che la Svimez definisce «drammatico dualismo generazionale». E spiega: «Il saldo negativo di 310 mila occupati tra il 2008 e il 2017 al Sud è la sintesi di una riduzione di oltre mezzo milione di giovani tra i 15 e i 34 anni (-578 mila), di una contrazione di occupati nella fascia adulta 35-54 anni (-212 mila) e di una crescita concentrata quasi esclusivamente tra gli ultra 55enni (+470 mila unità)». Si è dunque «profondamente ridefinita la struttura occupazionale a sfavore dei giovani».

MENO STRANIERI RISPETTO AL CENTRO-NORD
Dal punto di vista demografico, inoltre, il peso del Sud è diminuito ed è pari al 34,2%, anche per una minore incidenza degli stranieri. Nel 2017 al Centro-Nord risiedevano infatti 4,2 milioni di cittadini non italiani, rispetto agli 872 mila del Mezzogiorno. Sul fronte dei servizi, i divari rispetto al resto del Paese si fanno sentire anche in campo sanitario. E sempre più frequentemente l'insorgere di patologie gravi costituisce una delle cause più importanti di impoverimento delle famiglie, soprattutto al Sud.

ECONOMIA E LAVORO Decreto Dignità, ignorando storia e teoria economica


La discussione relativa al decreto Dignità è monca degli effetti (marginali) sul sistema produttivo. Anche la la relazione tecnica si è concentrata su effetti marginali come 8 mila posti su 2 milioni di contratti a tempo determinato senza prendere in esame la potenziale trasformazione del lavoro a indeterminato.


Roberto Romano, Sbilanciamoci
01 agosto 2018


Il decreto Dignità solleva delle dispute che rasentano la stupidità. Innanzitutto l’effetto discutibile di meno 8.000 lavorati, su oltre 2 milioni di lavoratori coinvolti dai contratti a tempo determinato, è molto più che residuale. A ruota segue l’incredibile discussione sugli effetti finanziari del decreto pari a 151 milioni di minori entrate fiscali per il triennio 2018-19-20 (relazione tecnica del decreto Dignità).
La prima e la seconda considerazione tradiscono una profonda e non banale malafede e/o “ignoranza” (nel senso di non conoscenza) delle teorie economiche del benessere e ancor di più dei principi ispiratori dell’economia classica (Smith e Ricardo).
Il primo e non banale aspetto da sottolineare è il seguente: la crescita sconsiderata del lavoro a tempo determinato ha concorso in misura considerevole a

1) ridurre la produttività per addetto e capitale,
2) ridurre il valore aggiunto per addetto,
3) consolidare e approfondire la de-specializzazione del tessuto produttivo e dei servizi del Paese.

Più precisamente, i fautori degli effetti negativi del decreto non hanno conoscenza né dell’effetto Ricardo – quando aumentano i salari si rafforzano gli investimenti -, né dell’effetto Smith – al crescere dei salari aumenta la domanda e quindi i mercati da soddisfare.
Se l’economia nazionale cresce meno della media europea (meno 13 punti di PIL tra il 2007 e il 2016) vuol dire che qualcosa non ha funzionato nella politica economica e nella politica del lavoro del Paese.
Sebbene l’industria italiana sia ormai ai margini della specializzazione europea, e gli incentivi fiscali del 2015-16-17-18, pari a 55 miliardi di euro di cui 12,5 miliardi strutturali (C. Perniciano), non hanno prodotto nessun effetto di struttura, se non quella non meno grave di minori entrate fiscali pari a 12 miliardi (e qualcuno si lamenta per 151 milioni di minori entrate fiscali), la discussione relativa al decreto Dignità è almeno monca degli effetti (marginali) sul sistema produttivo.
Ovviamente non commetto lo stesso errore di del presidente dell’INPS (sempre fuori posto nelle considerazioni svolte) e Confindustria nel considerare grave meno 8.000 posti di lavoro e meno 151 milioni di minori entrate, ma possiamo almeno considerare l’effetto potenziale di maggiore valore aggiunto sotteso alla riduzione minimale del lavoro a tempo determinato? Quante entrate aggiuntive produrrebbero? Si tratta di decimali e molto a margine del sistema economico; per questa ragione, probabilmente, non sono state considerate nella relazione tecnica, ma almeno la relazione tecnica doveva (poteva) anche prendere in esame la potenziale trasformazione del lavoro a tempo determinato in tempo indeterminato visto che sono così importanti secondo Confindustria e il presidente dell’INPS.
Qualora non siano importanti, hanno ragione sia l’INPS che Confindustria, così come la relazione tecnica, ma a questo punto abbiamo un problema ancor più drammatico: la creazione di lavoro in Italia è possibile solo ai margini dello stesso, con poco valore aggiunto incorporato e, peggio ancora, con un profitto atteso delle imprese che traguarda il margine del costo del lavoro e non le aspettative di crescita.

SANITA' Come si privatizza il servizio sanitario nazionale



Prima del 1978 c’erano le casse mutue, oggi si torna a un sistema sanitario “corporativo” e non universalistico attraverso il predominio delle assicurazioni che fanno capo al welfare aziendale di dipendenti semi-paganti e alla spartizione dei finanziamenti pubblici in Fondi regionali che aggravano le disparità geografiche. Con la flat tax il rischio del colpo finale

Lorenzo Paglione, Sbilanciamoci
01 agosto 2018


Il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) nasce con la Legge 833 del 27 Dicembre 1978 in un clima politico teso, ma fecondo di avanzamenti politici. Il SSN viene avviato al termine di un percorso di graduale integrazione delle Casse Mutue e delle Opere Pie, fino ad allora titolari del finanziamento e dell’erogazione delle prestazioni sanitarie in Italia. Le Casse Mutue e delle Opere Pie rappresentavano un modello “bismarckiano” corporativo di finanziamento ed erogazione, basato sul modello produttivo fordista in cui la figura centrale era il cittadino-lavoratore, tendenzialmente maschio, che contribuiva direttamente al finanziamento del servizio tramite un prelievo dal proprio salario. Con il SSN si passa a un modello “Beveridge” universalista, basato sulla tassazione generale e diretto a tutta la popolazione, di cittadini e non, come recita l’articolo 32 della Costituzione.
Fino al 1978, le protagoniste dell’assistenza erano quindi la miriade di casse mutualistiche professionali, ciascuna con il proprio bilancio ed il proprio pacchetto di prestazioni “mutuabili”. I gravi limiti di quel sistema erano le disparità che determinava tra le casse dei professionisti e quelle degli operai, e l’esclusione di tutti i soggetti che si trovavano al di fuori del mercato del lavoro.
Con il SSN invece il protagonista divenne il ministero della Salute che, attraverso le declinazioni territoriali delle Unità Sanitarie Locali, cogestite con i Comuni, finanziava ed erogava direttamente gran parte dei servizi.
Questa struttura ha retto per poco più di un decennio, fino alle riforme dell’inizio degli anni ‘90, i D.L. 502/92 e  D.L. 517/93, in cui, in un clima politico altrettanto teso, ma di segno inverso a quello degli anni 60/70, si decise unilateralmente e dall’alto di procedere ad una riorganizzazione in senso aziendalistico dell’intero Servizio. Questa trasformazione avvenne nell’ottica di un presunto miglior controllo sulla spesa da parte di enti riorganizzati secondo l’ideologia neoliberale del new public management. Così le Unità Sanitarie Locali, che lavoravano a stretto contatto con il territorio di competenza, vennero trasformate in Aziende Sanitarie Locali, degli enti dotati di “personalità giuridica pubblica, di autonomia organizzativa, amministrativa, patrimoniale, contabile, gestionale e tecnica”. A questo si aggiunse la Riforma Costituzionale del 2001, che, con la modifica dell’articolo 117, ha sancito il trasferimento delle competenze in materia di salute dallo Stato alle Regioni.
Questa brevissima, e molto semplificata, ricostruzione storica, è necessaria alla contestualizzazione dei processi politici e sociali che da trent’anni investono il nostro SSN  e che hanno portato alla sua sostanziale frammentazione, con lo spezzettamento in 21 Servizi sanitari Regionali – SSR. Tale federalismo – che, sia detto per inciso, una vittoria del sì al referendum del 2016 non avrebbe minimamente modificato – ha portato inoltre a politiche molto diversificate per quanto riguarda la “compartecipazione alla spesa” (i famosi ticket), ma soprattutto ha comportato enormi differenze regionali rispetto ai tempi di attesa. Non analizzeremo in questa sede il ruolo che queste due componenti hanno nell’indirizzare la domanda di salute verso il privato, ma sappiamo tutti quanto costi e quanto tempo ci voglia per effettuare dei semplici esami strumentali in una struttura pubblica o in un centro privato.

La spesa sanitaria

Il GIMBE – Gruppo Italiano per la Medicina Basata sulle Evidenze – fondazione privata molto attiva nello studio e nella diffusione di informazioni relative al funzionamento del Servizio Sanitario ha curato il III Rapporto GIMBE 2018, secondo il quale, in Italia, nel 2016 la spesa sanitaria totale è stata di 157,6 miliardi di euro. Di questi, poco più di 112 miliardi hanno carattere di spesa pubblica e quasi 45,5 miliardi di spesa privata.
All’interno di un Servizio basato sulla tassazione generale, avere quasi un terzo della spesa che deriva da fonti private mette chiaramente in luce, a fronte di crescenti bisogni di salute, l’incapacità del sistema pubblico di assicurare l’intero servizio per la salute a chi risiede in Italia.
Ciò mette anche in serio pericolo l’equità del Servizio stesso, perché lega in larga parte la disponibilità di cure ed assistenza alle capacità economiche delle persone, minando alla base l’esigibilità di un diritto garantito dalla Costituzione.

Il dualismo della spesa privata, diretta e intermediata

Tornando ad analizzare queste voci, possiamo dividere la spesa privata in spesa diretta – letteralmente, “di tasca propria” – consistente in contributi monetari direttamente versati da chi fruisce del servizio, e “spesa intermediata”, corrispondente a contributi monetari che transitano attraverso soggetti, pubblici o privati.
Dei 45 miliardi di spesa privata, quindi, la quasi totalità (l’87,7%), è costituita da spesa out-of-pocket, che, a sua volta, si ripartisce in poco più di 5 miliardi per i servizi ospedalieri, 15,5 miliardi ai servizi ambulatoriali, 13 miliardi per i farmaci.
La “spesa intermediata”, che si aggira attorno al 12% del totale della spesa privata (5,6 miliardi di euro circa, nel 2016), è oggi al centro di un acceso dibattito. L’intermediario – il c.d.“terzo pagante” – può essere un Fondo Sanitario (“secondo pilastro”, che può essere sia pubblico che privato) o un’assicurazione (“terzo pilastro”).
Chiaramente, in quest’ultimo caso si tratta quasi sempre di polizze individuali, capaci di attrarre una fascia della popolazione che può sostenere gli alti costi necessari. Le assicurazioni infatti hanno costi elevati perché, oltre all’assistenza e al sistema di gestione e di controllo, devono garantire anche un margine di profitto. Per ora, comunque, il mercato assicurativo, complice una crisi oramai decennale, resta piuttosto ristretto: nel 2016 la quota di polizze assicurative era circa il 10% della spesa privata intermediata, pari a quasi 600 milioni di euro.
C’è da aggiungere che, mentre nel pubblico i costi di amministrazione sono circa il 15% del totale, nel sistema assicurativo si aggirano sul 25-27%, a cui si aggiunge una percentuale riservata per il “fondo di riserva” – fondo obbligatorio che le assicurazioni devono avere – facendo in modo che solo circa il 50% della spesa alla fine si traduca in servizi.
All’interno della spesa intermediata, il settore più florido è quello dei Fondi Sanitari. Secondo la normativa vigente (d.lgs n. 229 del 1999 l’articolo 9, che modifica l’articolo 9 del d. lgs. n. 502 del 1992, ma soprattutto il DM del 31 marzo 2008 anche conosciuto come decreto “Turco”), i Fondi Sanitari, eredi delle società di mutuo soccorso, enti non profit ma con un taglio decisamente corporativo, possono erogare prestazioni integrative o sostitutive dei Servizi LEA.
I LEA sono i Livelli Essenziali di Assistenza, ossia l’insieme di servizi e prestazioni che ogni Regione dovrebbe erogare con la propria quota di Fondo Sanitario Nazionale (FSN), il finanziamento pubblico basato sulla tassazione generale.
La normativa, almeno nelle intenzioni dichiarate, ambiva a coprire, con un residuo del sistema antecedente al SSN, tutte quelle prestazioni rimaste sempre al di fuori dei LEA, in particolare rispetto all’assistenza odontoiatrica. Ulteriori modifiche e rimaneggiamenti della norma hanno portato però i fondi a divenire da integrativi a sostitutivi del SSN, così permettendo a dei soggetti privati di fornire prestazioni e servizi già compresi all’interno dei LEA e formalmente già erogati dal Servizio Sanitario.
Pertanto, la distinzione tra fondi integrativi e sostitutivi è ormai saltata de facto, e ciascun fondo – secondo l’ultimo decreto in materia Sacconi, 2009 (http://www.gazzettaufficiale.it) che modifica il precedente decreto del 2008 – può erogare prestazioni in sostituzione del SSN fino all’80% delle risorse impegnate dai fondi stessi. Ad oggi, quindi, i fondi – integrativi o sostitutivi che siano – coprono il 68% della spesa intermediata, mobilitando più di 4 miliardi di euro e coprendo, tra iscritti e familiari a carico, più di 10 milioni di persone.
Questo “secondo pilastro” dei Fondi Sanitari presenta però due enormi limiti. In primo luogo, la sua natura corporativa di welfare “aziendale”, essendo legata al lavoro – e, in particolare, al lavoro dipendente – per la natura del tessuto produttivo italiano rende i Fondi iniqui a livello geografico, con un notevole gradiente tra Nord e Sud del Paese.
In secondo luogo, il Fondo Sanitario, garantendo un accesso diretto al servizio senza la mediazione del medico di Medicina generale (MMG), che funge da cosiddetto gatekeeper, stabilendo se e come entrare nei percorsi assistenziali del SSN, va a sostituirsi alle prestazioni pubbliche e può portare, specie nel lungo periodo, ad un serio aumento dei costi senza necessariamente un ritorno in termini di salute.
Nell’attuale crisi del lavoro, questo welfare aziendale affascina sempre di più anche componenti storicamente conflittuali e universaliste come i metalmeccanici, che, nell’ultimo contratto nazionale, hanno preferito l’iscrizione ad un fondo sanitario (http://www.fondometasalute.it/) ad un aumento del salario, innescando una dinamica di involuzione corporativa.

Il diritto alla Salute sotto attacco

Complessivamente, infine, la spesa sanitaria pro capite resta abbastanza contenuta: nel 2016, in Italia la spesa sanitaria pro capite è di 2.470 euro, contro una media Ocse di 2.821. Ciò ha evidenti ripercussioni sull’accessibilità, e quindi sull’equità, del Servizio. Infatti, secondo i dati più affidabili in circolazione, nel 2014 le persone – prevalentemente localizzate nel Mezzogiorno – che hanno rinunciato alle cure sono circa 5 milioni di persone. E ovviamente ciò avviene soprattutto per motivi economici.
Intanto, a fronte dell’esplosione della spesa privata, le risorse pubbliche si riducono essendo il Fondo Sanitario Nazionale in progressivo definanziamento.
In questa dinamica, il ruolo giocato dai “terzi paganti” (assicurazioni e mutue) si va ampliando, poiché queste sostengono di essere più efficienti dei singoli privati ai quali offrono di sostituirli intermediando l’intera spesa privata.
Così, a causa dei notevoli differenziali di costo e qualità tra pubblico e privato, l’opting-out– ossia lo sganciamento degli strati più agiati dai servizi pubblici verso quelli privati – mina il meccanismo solidaristico del welfare state universalistico. La sua realizzazione non è più solo una minaccia ma una realtà sempre più minacciosa, che si nutre di vere e proprie controriforme come la flat tax.

In conclusione, come sostiene il Rapporto della XII Commissione del Senato – Igiene e Sanità, riprendendo le conclusioni del rapporto del 2003 della Commissione sul futuro dell’assistenza sanitaria in Canada, “il sistema è tanto sostenibile quanto noi vogliamo che lo sia”. Le scelte relative all’assicurazione della salute pubblica sono scelte politiche e non traiettorie ineluttabili. Infatti, in questo contesto, la grande assente, ancora una volta, è la salute della popolazione, sempre meno garantita come un diritto e sempre più mercificata. A questa logica corrisponde l’aziendalizzazione del pubblico che risponde alle esigenze di efficienza cercando di erogare il servizio con il minor impegno di risorse possibile. In questa corsa al massimo ribasso, il privato intanto, minimizzando i costi, troppo spesso mostra avere regole, standard e controlli di qualità inferiori, con l’effetto di divenire sempre più competitivo in termini di prezzo offerto al cittadino ma sempre meno sicuro in termini di salute.