mercoledì 1 agosto 2018

DIRITTI «Mi attaccano perché non vogliono che un bambino abbia due papà»

Intervista. Sergio Lo Giudice: «Contro di me polemiche inesistenti, la legge 40 già vieta la Gpa»

Carlo Lania, Il manifesto 
02 Agosto 2018

Se non fosse che di amichevole non c’è proprio niente, quello che in questi giorni sta colpendo Sergio Lo Giudice si potrebbe definire fuoco amico. Ex parlamentare Pd, tra i protagonisti della legge sulle unioni civili ed ex presidente di Arcigay, una settimana fa Lo Giudice è stato nominato dal segretario del Pd Martina responsabile del dipartimento Diritti civili del partito. Scelta contestata da tre iscritte fino al punto di minacciare le dimissioni dal Pd. Motivo di tanta ostilità: l’opposizione alla Gestazione per altri (Gpa) pratica della quale Lo Giudice ha anche usufruito scegliendo con il suo compagno di recarsi negli Stati Uniti per avere due bambini.

Lo Giudice la legge 40 vieta già la pratica della maternità surrogata in Italia, quindi dov’è il problema?
Questa polemica non ha nessuna ragion d’essere perché un’eventuale modifica della legge 40 in questo senso non è ad oggi all’ordine del giorno. E non lo era neanche due anni fa quando è stata fatta la legge sulle unioni civili, anche se qualcuno l’ha voluta porre come centrale nel dibattito politico. Sull’argomento poi c’è una posizione ufficiale del Pd

Che sarebbe?
Il 5 maggio 2016, non a caso due settimane prima dell’approvazione delle unioni civili, venne approvata una mozione parlamentare, a mio giudizio di grande buonsenso, in cui si dà conto dello complessità del tema e dello sfruttamento che in tante parti del mondo subiscono donne poco libere e poco consapevoli o non in grado di decidere sulla propria vita in queste situazioni, ma che tiene conto anche di realtà molto diverse presenti in Paesi avanzati come Stati uniti, Belgio, Canada o Gran Bretagna in cui la Gpa è regolamentata in modi molto precisi anche se differenti: in alcuni casi ritenendo discriminante la gratuità della pratica, in altri prevedendo forme di rimborso spese o di compensi, ma comunque regolamentando il tema. Nella mozione si dà inoltre atto della differenza di opinioni presenti nel dibattito nel nostro Paese chiedendo di aprire il confronto. Ma si sottolineano anche due aspetti: la necessità di modificare la legge sulle adozioni, aprendo anche alle coppie omosessuali, ma soprattutto spiegando che comunque vanno tutelati i diritti dei bambini, il diritto alla loro identità personale e alla loro tutela indipendentemente dal modo in cui sono venuti al mondo. E’ il tema centrale ed è quello che stanno facendo i tribunali, visto che dalla legge sulle unioni civili è stato stralciato anche il riferimento alla possibilità di adottare il figlio del partner.

Visto che la posizione del Pd è chiara perché allora le polemiche nei suoi confronti?
Perché quella posizione non è condivisa da alcune persone. E questo perché la mozione non si schiera per un divieto universale della gestazione per altri, che significherebbe poter punire in Italia anche chi va all’estero. Chi mi attacca vorrebbe inoltre che non venissero riconosciuti i due papà o le due mamme come genitori, come stanno già facendo tanti Comuni. Se poi c’è la compagna della mamma che vuole adottare il bambino si può fare, però il bambino ha una mamma.

Colpisce che in questo momento, con un governo che rischia di mettere in pericolo diritti importanti conquistati, nel Pd c’è qualcuno che preferisce prendere di mira lei.
In realtà nel Pd si discute molto poco di questo e non c’è stata nessuna obiezione alla mia nomina. Martina, tramite il coordinatore della segreteria Matteo Mauri, ha difeso questa scelta. Il punto è che fuori del Pd, coinvolgendo a quanto pare anche qualche iscritta, c’è un gruppo che non si riconosce nella posizione aperta che un grande partito plurale e di sinistra deve avere, nel rispetto verso posizioni diverse e senza assumere toni da crociata.

L’amareggiano queste polemiche?
Sono abituato. Da quando sono impegnato nell’affermazione dei diritti civili spesso ho dovuto confrontarmi con pezzi di opinione pubblica che non la pensano come me. Sono confortato dal fatto che un po’ alla volta in questo Paese il confronto è riuscito a produrre dei passi in avanti. Magari anche se, come nel caso delle unioni civili, non proprio come le persone a cui la legge è destinata avrebbero voluto.

2 AGOSTO 1980 NOI NON DIMENTICHIAMO


Cgil: il 2 agosto a Roma il flashmob #NoVoucher


A Roma alle 11, in piazza della Rotonda davanti al Pantheon. La confederazione: "Dopo cinque giorni di presidio a Montecitorio, insieme ai lavoratori delle categorie, saremo ancora in piazza per chiedere ai parlamentari di stare dalla parte giusta" 

Redazione, Rassegna sindacale
02 Agosto 2018

La Cgil prosegue la sua mobilitazione #NoVoucher mentre in Parlamento si discutono misure per estendere l’utilizzo dei buoni lavoro. Appuntamento domani 2 agosto, alle ore 11, a Roma, in piazza della Rotonda davanti al Pantheon, per un flash mob.
“Dopo cinque giorni di presidio unitario davanti a Montecitorio, insieme alle categorie delle lavoratrici e dei lavoratori del turismo, del commercio e del pubblico impiego - fa sapere la Cgil - saremo ancora in piazza per chiedere ai parlamentari di avere il coraggio di stare dalla parte giusta: insieme a quel milione e mezzo di italiani che un anno fa ha detto no al lavoro senza diritti, no alla precarietà, NO ai voucher”.
La Cgil ha lanciato nei giorni scorsi una raccolta di firme ‘Tu rimetti, io firmo’, che consegnerà direttamente ai parlamentari delle commissioni Lavoro e Finanze. Per sottoscrivere la petizione clicca qui

WELFARE Donne, i sistemi di welfare non sono neutrali


Il livello e tipo di offerta di servizi, i trasferimenti alle famiglie, le politiche per la casa, oltre che le pensioni o le indennità di disoccupazione, a uno sguardo di genere rivelano gli assunti dati per scontati rispetto alla divisione del lavoro

Chiara Saraceno, Rassegna sindacale
02 Agosto 2018


Le analisi di genere hanno evidenziato come i sistemi di welfare non siano neutri, né neutrali, rispetto ai modelli di organizzazione famigliare e di rapporti di potere tra uomini e donne, dentro e fuori la famiglia, che sostengono e talvolta promuovono. Si può, anzi, sostenere che le forme di regolazione dei rapporti di genere (gender arrangements) sono una dimensione specifica dei sistemi di welfare, a sua volta sostenuta da modelli culturali circa ciò che è appropriato in base al genere (Pfau-Effinger, 2004).
Il livello e tipo di offerta di servizi, i trasferimenti alle famiglie, i sistemi fiscali, le politiche per la casa, oltre che le pensioni o le indennità di disoccupazione, così come le forme di regolazione del mercato del lavoro e dell’orario di lavoro, a uno sguardo di genere escono da una loro presunta neutralità e rivelano gli assunti dati per scontati rispetto alla divisione del lavoro tra uomini e donne. Senza contare il lavoro familiare e di cura non pagato come lavoro necessario, che non solo va meglio redistribuito tra uomini e donne e tra famiglia e società, ma che va anche riconosciuto nel suo valore e per il quale occorre garantire tempo, alle donne e agli uomini.
Una visione della (dis)uguaglianza di genere basata non solo sulla partecipazione al lavoro remunerato, ma anche al lavoro di cura, complica la dicotomia familizzazione-defamilizzazione e il modo in cui si possono valutare le politiche in questo campo. In primo luogo, anche nei contesti più – o viceversa meno – defamilizzati la cura, salvo eccezioni considerate per lo più patologiche o estreme, è sempre prestata da un mix di persone e istituzioni, in parte a pagamento in parte no. In secondo luogo, accanto alla defamilizzazione e politiche pubbliche possono (nella forma dei congedi) non solo garantire “tempo per la cura”, ma, se esplicitamente disegnate a questo scopo anche favorire un riequilibrio di genere nelle responsabilità di cura (Saraceno e Keck, 2013).
Le analisi delle studiose femministe hanno trovato un terreno di ascolto favorevole tra coloro che a livello internazionale si interrogano sui cosiddetti nuovi rischi sociali, scaturenti dalla combinazione invecchiamento della popolazione, indebolimento delle due istituzioni che tradizionalmente avevano costituito le basi del welfare tradizionale – l’istituzione del matrimonio come legame per tutta la vita e il pieno e stabile impiego (maschile) – e trasformazioni del lavoro dovute non solo alla globalizzazione, ma allo sviluppo dell’economia della conoscenza. Incoraggiare e sostenere con politiche di conciliazione famiglia-lavoro l’occupazione femminile in nome dell’uguaglianza di genere sembra una sorta di uovo di colombo: consente di allargare la base impositiva, allentare l’effetto dell’invecchiamento sulla disponibilità di forza lavoro, compensare i rischi dell’indebolimento del matrimonio e valorizzare tutto il capitale umano disponibile.
Pur allontanandosi radicalmente dal modello male-breadwinner, questo ri-orientamento del modello culturale, tuttavia, non si discosta dall’altro fondamento del welfare tradizionale, ovvero dalla partecipazione al mercato del lavoro come fonte dei diritti sociali e della cittadinanza sociale stessa. Anzi, per molti versi l’accentua, proponendo il modello dell’adulto-lavoratore (per il mercato) come valido per tutti, uomini e donne. La questione del lavoro di cura necessaria viene formulata come “impedimento”, “costrizione” (per le donne) che va il più possibile contenuta tramite servizi, più che riconosciuta sia per le donne sia per gli uomini
La stessa importante, ancorché riduttiva, questione dell’uguaglianza di genere nel mercato del lavoro è stata ridefinita in termini di partecipazione e di conciliazione famiglia-lavoro, non di uguaglianza di opportunità nel mercato del la lavoro, né tantomeno di riorganizzazione del lavoro (remunerato) per rendere quella conciliazione non esclusivamente unidirezionale. Ciò è evidente nei due approcci teorici alla riforma del welfare che hanno trovato maggiormente eco anche nei documenti della stessa Unione europea: l’approccio dei mercati del lavoro transizionali e quello dell’investimento sociale.
Il primo, che in parte è confluito nel modello di flexicurity, propone di integrare in un nuovo sistema di assicurazione sociale sia i nuovi “rischi sociali” di un mercato del lavoro flessibile, sia quelli derivanti da necessità del corso di vita individuale e famigliare dei lavoratori e delle lavoratrici effettivi o potenziali – in particolare, necessità di tornare in formazione, nascita e presenza di bambini piccoli, famigliari non autosufficienti (Schmid, 2006). Un nuovo sistema di sicurezza sociale dovrebbe sostenere sia le transizioni dentro e fuori il mercato del lavoro dettate/imposte dal mercato stesso, sia quelle dettate dalle esigenze individuali e famigliari. Questo sistema aiuterebbe anche ad affrontare con più agio quelli che i proponenti di questo approccio chiamano i “dilemmi di genere”, in realtà concepiti come solo delle donne, tipici di “carriere lavorative compresse”. Anche se ciò non basterebbe a proteggere le donne dai costi in termini economici e di carriera di temporanee uscite dal mercato del lavoro.
Per l’approccio dell’investimento sociale le pari opportunità di genere sono strumentali all’obiettivo di un utilizzo più adeguato del capitale umano più che un fine in sé. Al centro dell’approccio dell’investimento sociale, inoltre, non ci sono le donne, né la parità di genere, bensì le giovani generazioni, a partire dai bambini e le pari opportunità tra bambini di diversa estrazione sociale. Per questo l’educazione infantile precoce è un cruciale strumento di riduzione delle disuguaglianze socialmente strutturate di partenza (Esping Andersen, 2002). Accanto alla sottovalutazione del lavoro di cura, ciò che appare problematico in questo approccio è l’esplicito riferimento alla disuguaglianza tra donne come risorsa per contenere il costo dei servizi.
La questione della redistribuzione del lavoro di cura tra uomini e donne rimane aperta anche nella proposta del basic income (Van Parijs e Vanderborght, 2017), che pure ha il merito di riconoscere il valore di attività extra-mercato e la necessità di offrire risorse per una libertà di scelta effettiva.

LAVORO Rapporto Svimez. Sud, 600mila famiglie senza lavoro. La grande fuga: via quasi 2 milioni di cittadini, più della metà giovani. Intervento pubblico essenziale per la ripresa. L’inutile “decreto dignità”

Alessandro Cardulli, JOBNEWS
02 Agosto 2018


La grande fuga. Un bel film del 1963 che racconta la fuga, o meglio il tentativo di fuga da parte soldati inglesi rinchiusi in un campo di concentramento tedesco. Protagonista Steve Mc Queen, la fuga finì tragicamente, tanti inglesi vennero uccisi dalla Gestapo. In Italia, come in tanti altri paesi, il film, che si rivede spesso sui teleschermi, ebbe un grande successo, decimo per incassi. Chissà perché quando è stata presentata una anticipazione del rapporto 2018 da parte di Svimez, l’Associazione per lo sviluppo del Mezzogiorno, relativo alle condizioni economiche e sociali di questa parte del Paese, subito ci è venuto alla mente il titolo del film e, come a noi, anche altri giornali hanno usato questa parola per descrivere il dramma di milioni di persone che vivono in questa parte del nostro Paese. Un Sud disoccupato dove l’unica soluzione che si offre a uomini e donne è la fuga, una “grande fuga” appunto nel tentativo di costruirsi altrove, non in Italia una nuova vita. Non c’è la gestapo che ti insegue. Ma c’è chi da decenni promette interventi per creare lavoro, nuove condizioni di vita. Ecco, nell’immaginario collettivo, il Sud assume le sembianze di un grande agglomerato dove le condizioni di vita sono insopportabili, le speranze di un salto di qualità dal punto di vista economico e sociale ormai al lumicino, tante sono state le promesse non mantenute, le delusioni. Resta solo la fuga verso un ignoto che, pensano i migranti italiani, sarà sempre migliore del presente. Lo Svimez ci racconta che “il numero di famiglie meridionali con tutti i componenti in cerca di occupazione è raddoppiato tra il 2010 e il 2018, da 362 mila a 600 mila (nel Centro-Nord sono 470 mila)”.

Sacche di crescente emarginazione e degrado sociale
Il rapporto parla “di sacche di crescente emarginazione e degrado sociale, che scontano anche la debolezza dei servizi pubblici nelle aree periferiche”. Definisce “preoccupante la crescita del fenomeno dei ‘working poors'”, il “lavoro a bassa retribuzione, dovuto a complessiva dequalificazione delle occupazioni e all’esplosione del part time involontario”. Non possiamo fare a meno di  raccordare la denuncia dello Svimez con quanto si sta discutendo in Parlamento, quel decreto che Di Maio, ministro e vicepremier, continua a chiamare “decreto dignità” i cui contenuti, a proposito di lavoro, si muovono in senso contrario a quanto, proprio a partire dal Mezzogiorno, sarebbe necessario per dare nuove prospettive  di lavoro, lavoro buono, e non precarietà, basse retribuzioni, sfruttamento. Eppure proprio nelle regioni meridionali gli esponenti del governo gialloverde hanno fatto campagna elettorale promettendo lavoro, sviluppo.

Un drammatico dualismo generazionale, tutto a sfavore dei giovani.
Torniamo al Rapporto. Svimez parla di “un drammatico dualismo generazionale”. “Il saldo negativo di 310 mila occupati tra il 2008 e il 2017 al Sud è la sintesi di una riduzione di oltre mezzo milione di giovani tra i 15 e i 34 anni (-578 mila), di una contrazione di 212 mila occupati nella fascia adulta 35-54 anni e di una crescita concentrata quasi esclusivamente tra gli ultra 55enni (+470 mila unità). Si è profondamente ridefinita la struttura occupazionale, a sfavore dei giovani”. Non solo. Si parla, lo ha fatto in particolare Renzi Matteo, poi anche Gentiloni, di “crescita dell’occupazione”. Nel 2017  è aumentata di 71 mila unità (+1,2%) e di 194 mila nel Centro-Nord (+1,2%). Non solo, al Sud è insufficiente a colmare il crollo dei posti di lavoro avvenuto nella crisi: nella media del 2017 l’occupazione nel Mezzogiorno è di 310 mila unità inferiore al 2008, mentre nel complesso delle regioni del Centro-Nord è superiore di 242 mila unità. Nel corso del 2017 l’incremento dell’occupazione meridionale è dovuta quasi esclusivamente alla crescita dei contratti a termine (+61 mila, pari al +7,5%) mentre sono stazionari quelli a tempo indeterminato (+0,2%) che hanno registrato una brusca frenata. La prova che stanno venendo meno gli effetti degli sgravi contributivi per le nuove assunzioni al Sud.

Quasi 800 mila cittadini emigrati non sono più tornati
Non c’è più neppure la speranza di un cambiamento. C’è solo la fuga, la grande fuga. “Negli ultimi 16 anni – racconta il Rapporto – hanno lasciato il Mezzogiorno 1 milione e 883 mila residenti: la metà giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni, un quinto laureati, il 16% dei quali si è trasferito all’estero. Quasi 800 mila non sono tornati”.  Il peso demografico del Sud, ci dice Svimez, non fa che diminuire, ed “è ora pari al 34,2%, anche per una minore incidenza degli stranieri (nel 2017 nel Centro-Nord risiedevano 4.272 mila stranieri rispetto agli 872 mila stranieri nel Mezzogiorno)”. Insieme  alla grande fuga delle persone se ne vanno anche i diritti fondamentali che spettano ad ogni cittadino. Al Sud “sono carenti diritti fondamentali” dalla sicurezza all’istruzione. In particolare, sottolinea Svimez, si avvertono i “divari” nei servizi pubblici rispetto al resto del Paese. Identica situazione nel campo sanitario. Il rapporto parla di “povertà sanitaria”. “Sempre più frequentemente l’insorgere di patologie gravi costituisce una delle cause più importanti di impoverimento delle famiglie Italiane”. Cosa che si verifica, viene rimarcato, “soprattutto al Sud”.

Una “ripresina” sbilanciata. Un futuro in negativo  Assente l’intervento pubblico.
Il futuro come si presenta? Svimez nota che nel triennio 2015-2017 c’è stata una “ripresina”, dovuta agli investimenti. Quasi assenti intervento pubblico e politiche economiche che fanno capo ai governi. Il Rapporto, a questo proposito, parla chiaro. “Se si manifestasse una grande incertezza nel 2019 – si legge – l’economia del Sud rischierebbe una grande frenata. La crescita nel triennio 2015-2017 ha infatti solo in parte recuperato il patrimonio economico e sociale disperso dalla crisi. È una ripresa, quella del Sud, sbilanciata: trainata dagli investimenti privati, mentre manca il contributo della spesa pubblica”. Gli investimenti privati nel Mezzogiorno sono cresciuti del 3,9%, consolidando la ripresa dell’anno precedente: l’incremento è stato lievemente superiore a quello del Centro-Nord (+3,7%). La crescita degli investimenti al Sud ha riguardato tutti i settori. Ma rispetto ai livelli precrisi, gli investimenti fissi lordi sono cumulativamente nel Mezzogiorno ancora inferiori del -31,6% (ben maggiore rispetto al Centro-Nord, -20%). Preoccupante, afferma Svimez, la contrazione della spesa pubblica corrente nel periodo 2008-2017, -7,1% nel Mezzogiorno, mentre è cresciuta dello 0,5% nel resto del Paese.
Svimez fa presente che nel 2019, “si rischia un forte rallentamento dell’economia meridionale: la crescita del prodotto sarà pari a +1,2% nel Centro-Nord e +0,7% al Sud”. Nel 2017, si spiega, “il Mezzogiorno ha proseguito la lenta ripresa” ma “in un contesto di grande incertezza” e “senza politiche adeguate” rischia di “frenare”, con “un sostanziale dimezzamento del tasso di sviluppo” nel giro di due anni (dal +1,4% dello scorso anno al +0,7% del prossimo). Per quanto riguarda i consumi totali interni pesano sulla differente dinamica territoriale (+1,2% nel Centro-Nord e + 0,5% nel Sud), in particolare i consumi della Pa, che segnano +0,5% nel Centro-Nord e -0,3% nel Mezzogiorno. Ma è soprattutto nel 2019 che si rischia un forte rallentamento dell’economia meridionale: la crescita del prodotto sarà pari a +1,2% nel Centro-Nord e +0,7% al Sud. In due anni, un sostanziale dimezzamento del tasso di sviluppo.

Decreto Dignità Bocciato con 317 no emendamento per la reintroduzione dell’art. 18 presentato da Leu


Redazione Sinistra Italiana
02 Agosto 2018


No di governo e maggioranza alla  reintroduzione dell’articolo 18 nel caso di licenziamento illegittimo. Il M5S (e la Lega) hanno votato contro un emendamento, presentato dal  deputato di Leu Guglielmo Epifani, che puntava recepire, nel decreto  Dignità all’esame della Camera, le norme cancellate dal Jobs Act approvato dal governo Renzi nella passata legislatura. L’emendamento – sul quale si erano dichiarati contro sia il governo che i relatori di  maggioranza – è stato respinto con 317 no, 191 astensioni e i soli 13  voti a favore della pattuglia di deputati di Leu.
Nel presentare la ratio del provvedimento, l’ex segretario della Cgil  ha detto: «parliamo di tema delicato e conosciuto che va sotto la  denominazione di Articolo 18. In realtà vogliamo presentare una norma  per la tutela reale dei lavoratori nei casi di licenziamenti  illegittimi, che il Jobs act ha di fatto cancellato. Non vogliamo fare un atto di mera testimonianza nè di propaganda ma risarcire moralmente e concretamente i lavoratori».
«Per noi, prosegue Epifani, la proposizione della tutela reale nel caso dei licenziamenti illegittimi risponde a un doppio risarcimento intellettuale e morale. Per 20 anni ci è stato detto che l’art. 18 frenava i contratti a tempo indeterminato e gli investimenti. Tolto quel diritto però non sono aumentati né i contratti né gli investimenti. È bene prendere atto che quella narrazione non era e non è vera. E’ necessario tornare a difendere meglio la dignità dei lavoratori che vengono licenziati in modo illegittimo. E sicuramente il cosiddetto DL Dignità non lo fa», conclude Epifani.
«La disoccupazione è in aumento. I consumi interni non si muovono. La precarietà continua a macinare record storici grazie al Jobs Act e alle riforme folli di Renzi, Poletti e del loro governo. M5S e Lega ora hanno bocciato il nostro emendamento per la reintroduzione dell’art.18 che avrebbe messo in sicurezza dai licenziamenti ingiusti i lavoratori; e rimettono pure i voucher». Lo scrive su Facebook il segretario nazionale di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni, di Liberi e Uguali.
«In questi giorni – prosegue il leader di SI – sono in mare a denunciare schifezze fatte sulla pelle delle persone, molte altre volte ero fuori ai cancelli di fabbriche in crisi, in cui non ho Mai (e dico mai) trovato nessuno dei “nuovi patrioti” che oggi governano».
«Cari concittadini italiani (compresi i profili fake pagati da chissà chi…) – insiste l’esponente di Leu – che pensate di avere un governo che si occupa di voi, le verità sono queste: siete convinti che il vostro problema siano gli immigrati e avete già dimenticato le promesse sulla riforma Fornero, sulle accise carburante, sull’introduzione dell’articolo 18, sulla lotta alla precarietà, sulla riduzione delle spese militari”. “Andate a dirlo al ministro dell’Interno e al suo governo: occupati per davvero degli italiani – conclude Fratoianni – Ma quelli più deboli, non i ricchi sfondati cui vuoi regalare condoni, flat tax e grandi opere».

LAVORO Landini: Salvini è un “occasionale” paghiamolo con i voucher Cgil? Non basta un nuovo segretario


Bruno Ugolini, Striscia rossa
02 Agosto 2018


’INTERVISTA – “Il congresso della Cgil dovrebbe essere in grado non solo di eleggere semplicemente il segretario o la segretaria. La prima scelta da fare sarà quella di far tornare iscritti e lavoratori ad essere soggetti di cui il paese parla, la cui condizione di lavoro, di vita, di sicurezza torna ad essere anche l’oggetto della discussione politica del Paese”. Maurizio Landini risponde così alla domanda “Che cosa si aspetta dal Congresso del principale sindacato?”. Un congresso già in corso, attraverso centinaia di iniziative di base che preparano l’assise nazionale a Bari, alla fine di gennaio del prossimo anno.
Incontro Landini a un dibattito organizzato dalla Festa della Cgil di Massa Carrara. In questo luogo circondato dalle splendide valli che raccolgono tonnellate di marmi pregiati, il dialogo si intreccia con gli interventi di un esponente della Confindustria locale, Giancarlo Tonini, e Paolo Gozzani, segretario generale della Cgil di Massa Carrara. E ne approfitto per chiedere a Landini un’intervista a nome di strisciarossa. Cosicché l’intervista pubblica si intreccia all’intervista privata.
L’ex segretario della Fiom, che ora riveste con convinzione un ruolo confederale, pensa che la Cgil potrà parlare al Paese anche grazie alle proposte avanzate. “Ovvero l’idea di mettere al centro in particolare i giovani, per dare diritti a quelli che non ne hanno. Immagino un congresso aperto, capace di parlare trasversalmente a tutte le forme di lavoro che oggi sono presenti. Per riconquistare un nuovo statuto dei diritti dei lavoratori”.
E’ un percorso congressuale diverso dal passato. Infatti il documento preparatorio, è frutto di un allargamento della partecipazione democratica.
“Abbiano discusso in assemblee generali in tutte le categorie, in tutte le camere del lavoro, per arrivare alle proposte conclusive. Più di ventimila persone sono state coinvolte. Un metodo importante che impone un cambiamento. Quella esperienza vissuta dai delegati e dai gruppi dirigenti diffusi dovrebbe diventare una forma normale”.

Come potrebbe avvenire un tale cambiamento?
“Ad esempio la discussione con le Camere del lavoro, con le categorie, su come mettere in atto la contrattazione inclusiva, capace cioè di non escludere i lavoratori precari, di ricostituire l’unità del mondo del lavoro, non dovrebbe essere una scelta da affrontare ogni quattro anni. Il congresso potrebbe stabilire che in tutti i territori annualmente ci siano momenti di discussione che mettano assieme tutte le categorie. Spesso in questo periodo ogni categoria discute dei problemi messi in campo dalla crisi, senza approfondire il senso generale dei problemi politico-sociali. Il congresso dovrebbe riaffermare un’idea dell’azione del sindacato come soggetto di trasformazione anche della vita delle persone”.

Una scommessa ambiziosa che potrebbe influire sugli equilibri politico-sociali. C’è un altro dato interessante in questa stagione della Cgil. Mentre tutto si divarica il sindacato rimane unito. Come si spiega?
“Credo che questa novità derivi dalle scelte che abbiamo fatto negli ultimi tre, quattro anni. Alludo alla scelta di combattere politicamente il Jobs Act, di varare la Carta dei diritti (anche questa attraverso un percorso democratico). Di fronte alla complessità dei problemi, di fronte a un governo di centrosinistra che attaccava i diritti, la Cgil ha dimostrato una capacità di autonomia e ha sperimentato un allargamento della partecipazione democratica. Ciò ha determinato le condizioni per l’unità della Cgil. E ha fatto scaturire, nel documento congressuale, proposte strategiche importanti come il reddito di garanzia, la riduzione degli orari, la costituzione di un’agenzia per lo sviluppo. Nonché l’idea di un rilancio dell’unità sindacale che ha come condizione, per essere realizzata, l’allargamento degli spazi di democrazia”.

Landini ha viaggiato a lungo, come gli altri dirigenti della Cgil, in queste settimane, per dibattiti e incontri. Trovando esperienze interessanti di un sindacato che si rinnova?
“Ho visto sicuramente esperienze molto significative come quella del sindacato di strada. Vedo anche tentativi importanti in luoghi di lavoro dove esistono contratti diversi e cominciano ad esserci elezioni comuni di rappresentanze sindacali unitarie. Sono stato a Catania e Ragusa con compagni della Flai, al mattino alle quattro, nella piazza dove i lavoratori vengono chiamati, poi son stato sotto le serre dove fanno l’uva Italia che troviamo nei supermercati, o dove fanno il pomodorino. Sarebbe utile che quelli che discutono dei voucher facessero almeno un giorno la cosa che ho fatto io per vedere quali condizioni ci sono. Se i voucher sono così belli avrei una proposta: il ministro Salvini che propone i voucher, visto che fa un lavoro occasionale, venisse pagato anche lui con i voucher”.

Che dicono però gli imprenditori agricoli di quelle zone?
“Ho discusso con loro. C’è l’imprenditore serio che dice: io alle volte so soltanto la sera quante casse devo fare per il giorno dopo e devo trovare il modo per aggiungere qualche altro operaio. Poi, se discuti con lui osserva che però il problema vero non è il costo del lavoro, il problema vero è il costo del denaro in banca, quando devi fare investimenti, il costo dell’energia, il costo dei fitofarmaci. Per uscire da questa crisi ci vuole un rapporto diverso tra impresa e lavoratori. Le mediazioni le trovi se riconosci anche i problemi dell’altro soggetto. Se tu azienda a me lavoratore chiedi di tener conto delle esigenze di flessibilità, del funzionamento del mercato, del bisogno della mia intelligenza, ovvero di farmi carico dei problemi io sono pronto a farlo. Nello stesso tempo, però, devi riconoscere che sono una persona e attraverso il lavoro che faccio devo avere la possibilità di vivere dignitosamente, di non essere precario. Come diceva Di Vittorio il compito principale di un sindacato consiste nell’evitare che le persone che lavorano debbano competere tra di loro per lavorare”.

C’è a proposito di dignità per i lavoratori un decreto che porta quel nome altisonante. Con contenuti che cambiano di ora in ora. E’ presente qualcosa d’interessante in quel testo?
“Alcuni contenuti sembrano, o sembravano, muoversi nella direzione giusta come quando si diceva di sostenere, per i contratti a termine, le causalità, le ragioni per cui si chiedono. La Cgil era per inserire queste causalità anche nei primi 12 mesi del contratto. Poi sento parlare nuovamente dei voucher da reintrodurre. Una legge sui voucher c’è già e vale per lavori “occasionali”. Ma occasionale vuol dire occasionale. Il lavoro stagionale è un’altra cosa. Estendere nell’agricoltura o nel turismo i voucher vuol dire ridurre diritti e salari dei lavoratori. I contratti nell’agricoltura e nel commercio prevedono già diverse forme di lavoro per risolvere i problemi di flessibilità. Qualsiasi forma di lavoro deve, ad esempio, poter far maturare le ferie, non deve essere usata per mettere i lavoratori in concorrenza tra di loro”.

Oggi però manca al sindacato una sponda politica…
“Trovo singolare e sbagliato che la critica di chi fa l’opposizione a questo governo consista nel dire che bisogna difendere il Jobs Act. Senza ammettere che il Jobs Act ha aumentato la precarietà, ha facilitato i licenziamenti che oggi costano meno del ricorso alla cassa integrazione, degli ammortizzatori sociali. Penso che se un sindacato dimezzasse gli iscritti il problema non consisterebbe nel fatto che gli iscritti non han capito niente. Credo però che l’interrogativo, per il sindacato, non consista nel come ricostruire la sinistra, bensì nel come ricostruire un’unità sociale del mondo del lavoro e di una cultura del lavoro”.

Anche qui, nelle possenti valli del marmo, spesso si segnalano morti sul lavoro. Una sequela che non si può interrompere?
“Si muore sul lavoro come 50 anni fa, spesso in aziende in appalto o in subappalto o in false cooperative. Tutto ciò nell’era della massima tecnologia che potrebbe permettere di non morire. E sentiamo un senso di impotenza. Anche la sicurezza e la salute vengono considerate un costo. Devono invece diventare un marchio di qualità. Questo vuol dire investire. Nei territori che ho visitato in Sicilia, nelle sterminate serre, sono presenti solo tre ispettori”.

Nel frattempo c’è chi come Casaleggio di 5 stelle predica la fine del Parlamento, la democrazia della rete.
“La considero un’affermazione pericolosa e grave, un uso della tecnologia collegata a un’idea autoritaria. Semmai il Parlamento deve contare più di prima e svolgere un ruolo. Oggi la tecnologia viene utilizzata, vedi i rider, per ridurre i diritti e condizionare senza discutere le tue condizioni di vita e di lavoro. Penso che bisognerebbe fare una legge sulla rappresentanza anche nei luoghi di lavoro, una legge per cui chi lavora ha il diritto di votare i propri delegati, scegliere i propri sindacati, votare gli accordi”.

La Cgil vuol parlare ai giovani che oggi però fanno fatica a riconoscersi nel sindacato.
“Quando ho cominciato a lavorare tanti anni fa, sono andato a iscrivermi all’ufficio di collocamento del mio piccolo comune e non ho dovuto dire di chi ero figlio, chi mi mandava, chi mi raccomandava. Adesso, in alcuni casi per lavorare devi essere tu che paghi, non loro che ti pagano. C’era, una volta, il collocamento pubblico che decideva dove andavi, che cosa facevi. Oggi che cosa succede? Con quali criteri vieni assunto? Perché c’è insicurezza, perché c’è paura tra le persone? Perché c’è rabbia? Perché in molti casi tu ti trovi da solo ad affrontare i tuoi problemi. Il sindacato può e deve aiutare a rompere queste solitudini”.