domenica 30 settembre 2018

ITALIA & MAFIE Di Matteo: “Berlusconi continuò a pagare Cosa nostra anche da Premier”


Aaron Pettinari – Antimafia 2000 
30 settembre ’18


Il processo trattativa Stato-mafia, le motivazioni della sentenza, le inchieste sulle stragi, la sparizione dell'Agenda Rossa, le parole di Papa Francesco. Il sostituto procuratore nazionale antimafia, Nino Di Matteo, parla di tutto questo con Paolo Borrometi, nell'intervista fiume rilasciata andata in onda su Tg2000, il telegiornale di Tv2000. L'occasione è stata data dalla presentazione del suo libro, ‘Il patto sporco’, scritto con il giornalista (e nostro editorialista) Saverio Lodato.
Rispondendo alle domande Di Matteo ha ricordato quanto viene stabilito dalla sentenza di primo grado dello scorso 20 aprile: "Questa sentenza di primo grado certifica come la trattativa ci fu e che uomini dello Stato si resero complici con i vertici di Cosa nostra nel ricatto nei confronti di quattro diversi governi della Repubblica. Per la giustizia ci sono voluti 25 anni per affermare, con una sentenza pronunciata nel nome del popolo italiano, quello che era accaduto. Ma nel libro ci crediamo con amarezza, se quanto oggi consacrato in una sentenza dei giudici non era conosciuto ben prima, da soggetti ed ambienti della politica e delle istituzioni che invece che denunciare hanno preferito tacere, nascondere o preferito cancellare le prove di quel terribile connubio. Oggi possiamo essere soddisfatti del risultato a cui è arrivata la magistratura, ma non cancella questa soddisfazione l'amarezza della reticenza, ed oserei dire dell'omertà istituzionale, che ha caratterizzato ampi settori della politica e delle istituzioni rispetto un tema così delicato e così strettamente intersecato con quello delle stragi che hanno insanguinato la Sicilia e l'Italia intera tra il 1992 ed il 1993".

Berlusconi e la mafia 
Di Matteo ha anche parlato di quel che la Corte dice sull'ex premier Silvio Berlusconi: "Si ritiene da parte dei giudici che Silvio Berlusconi continuò a pagare ingenti somme di denaro a Cosa nostra palermitana anche dopo essere diventato Presidente del Consiglio". “Risultano annotati in un libro mastro della mafia palermitana - ha aggiunto Di Matteo - movimenti di denaro e ricezione di una somma montante a centinaia di milioni da parte del gruppo imprenditoriale legato a Berlusconi anche dopo che Silvio Berlusconi aveva assunto la carica di Presidente del Consiglio. Un Presidente del Consiglio, se questo è vero, il capo di un governo della nostra Repubblica pagava Cosa nostra”. “Nonostante un gravissimo silenzio e una gravissima ignoranza indotta nell'opinione pubblica, sull'argomento - ha raccontato Di Matteo - noi magistrati avevamo già una sentenza che aveva condannato definitivamente il senatore Dell'Utri per concorso in associazione mafiosa. Questa stabiliva e statuiva che l’allora imprenditore Silvio Berlusconi nel 1974 con l'intermediazione di Marcello Dell'Utri avesse stipulato un patto con esponenti apicali, esponenti di vertice della Cosa Nostra palermitana. Patto di reciproca protezione e sostegno. E che quel patto era stato rispettato dal 1974 almeno fino al 1992".
"Ma questa sentenza di primo grado sulla trattativa Stato-mafia - ha sottolineato Di Matteo - va oltre. È stato dimostrato che l'intermediazione di Dell'Utri è proseguita attraverso la trasmissione di messaggi e richieste di Cosa Nostra a Silvio Berlusconi anche dopo il 1992. Soprattutto dopo che Silvio Berlusconi a seguito delle elezioni del marzo 1994 divenne Presidente del Consiglio. Quindi per la prima volta questa sentenza chiama in ballo Silvio Berlusconi non più come semplice imprenditore ma come uomo politico addirittura come Presidente del Consiglio. Questo è un passaggio che pochi hanno sottolineato che può essere incidentale ma è assolutamente indicativo della gravità del comportamento di Silvio Berlusconi che i giudici ritengono accertato, è un passaggio apparentemente slegato all’imputazione mossa a Dell'Utri in questo processo ma molto significativo”.

L'Agenda Rossa
Rispondendo ad una domanda sulla sparizione dell'Agenda Rossa di Paolo Borsellino il magistrato ha ricordato che “Borsellino probabilmente aveva, se non saputo, cominciato ad intuire qualcosa sull'esistenza della trattativa. È assolutamente plausibile che qualcuno avesse da temere che Borsellino avesse annotato quei suoi sospetti nell'agenda rossa che portava sempre con sé”.
“È molto importante - ha sottolineato il sostituto procuratore nazionale antimafia - quello che è stato scritto a proposito dell'effetto che la trattativa può avere giocato sull'accelerazione improvvisa dell’intenzione di uccidere il dottor Borsellino. È assolutamente plausibile, questo lo aggiungo io ma lo aggiungo sulla base di elementi di fatto e processuali di particolare consistenza, che l'agenda rossa sia stata fatta sparire proprio per evitare che quei sospetti potessero, dopo l'uccisione di Paolo Borsellino, trovare una conferma documentale in quell’agenda”.
“E certamente - ha proseguito Di Matteo - penso che lo possiamo affermare secondo un criterio di buon senso e logica ed esperienze di chi da molti anni si occupa di processi di mafia, l'agenda rossa non può essere stata fatta sparire dai mafiosi che hanno partecipato alla strage ma con ogni probabilità da uomini di uno Stato deviato che già in quel momento hanno voluto nascondere elementi importanti per la ricostruzione del movente dell'uccisione del giudice e degli agenti della scorta”.


Infine Di Matteo ha anche commentato le parole dette da Papa Francesco contro la mafia durante la sua visita a Palermo lo scorso 15 settembre ("Non si può credere in Dio ed essere mafiosi. Chi è mafioso non vive da cristiano, perché bestemmia con la vita il nome di Dio-amore"). "Nessuno - ha detto Di Matteo - può avere, dopo le parole di Papa Francesco a Palermo, l'alibi di pensare che l'essere mafioso e l'essere cristiano siano concetti compatibili. Le parole di Papa Francesco da siciliano, italiano, cittadino, magistrato e da cristiano mi hanno suscitato una grande speranza e un ulteriore conforto. Sono state parole importanti pronunciate con toni diversi rispetto alla famosa invettiva di Giovanni Paolo II alla Valle dei Templi nel 1993 ma pronunciate nella sostanza con altrettanta fermezza”. “Ho apprezzato moltissimo - ha concluso il pm - come la maggior parte dei fedeli quelle parole. Ho una speranza e un sogno che quelle parole, quelle prese di posizioni così nette, forti, e belle di Papa Francesco diventino quotidianamente sul territorio soprattutto nel territorio della nostra Sicilia parole, azioni e prese di posizioni quotidiane di tutti: dei vescovi, dei sacerdoti e di tutti i cristiani. Non devono rimanere parole pronunciate il 15 settembre in occasione dell'anniversario della morte di Padre Pino Puglisi, devono rimanere un faro che spero possa guidare l'azione quotidiana di tutti i cristiani e non solo. Non c'è nulla di più contrario al messaggio cristiano dell’essere mafioso, di avere una mentalità mafiosa, di avere una mentalità che accetti la mafia, la corruzione e il malaffare come un male necessario”.

ITALIA & RAZZISMO #DiciamoNo al (disumano) decreto Salvini: Baobab invoca la resistenza


Redazione – Cronache di ordinario razzismo 
30 settembre ’18

Pubblichiamo qui di seguito il testo dell’appello diffuso da Baobab Experience sulle possibili ed imminenti conseguenze dovute alla recente approvazione del Decreto Immigrazione e Sicurezza.


Ieri è stato approvato in consiglio dei ministri il decreto sicurezza a firma Matteo Salvini. Questo governo ripete da quando è nato di essere quello “del cambiamento” ma in realtà non c’è nulla di nuovo se non una legge che rappresenta benissimo il clima che stiamo vivendo da mesi. Un contesto di odio e di razzismo che ha già peggiorato le vite di tanti, tra italiani e non. Molte sono le voci che si sono sollevate contro quello che pensiamo sia una vergogna giuridica. Una guerra ai poveri, senza distinzione tra migranti e residenti, dichiarata a fini propagandistici, per aggregare consenso e conquistare voti cosi da continuare a gridare all’invasione, cavalcando l’emergenza allo scopo di usarla e strumentalizzarla. Con questo decreto, che basa le sue premesse su menzogne e falsi teoremi, verranno creati nuovi irregolari, il senso di insicurezza percepito dalla gente crescerà e il nostro ministro dell’interno potrà ancora giocare a fare lo sceriffo, sparando a zero sui diritti basilari. Il testo approvato ieri non dà alcuna soluzione, non è uno strumento atto al governo del paese, ma è un puro esercizio propagandistico del ministro dell’Interno che, di fatto, dimostra di non essere in grado di fare qualcosa di concreto ed utile, ma solo propaganda sui social media. Consigliamo la lettura di questo pezzo su The Submarine per approfondire questo aspetto (https://thesubmarine.it/…/il-decreto-salvini-dimostra-che-…/)
Il decreto nega diritti consolidati e reprime il dissenso in particolare in materia di politiche securitarie, mettendo al muro i cittadini che non sono “degni” di interventi di sostegno. Gli articoli che scorrono nel decreto puntano l’indice contro i “poveri”, italiani o stranieri che siano, che sono stati sempre in fondo all’agenda delle forze politiche. Cosi arriva il momento in cui si spazza via ciò che si intende far scomparire dalle strade della città, configurando un nuovo istituto giuridico che possa dichiarare “non-cittadini” migliaia di persone. Lo stato di diritto, così come lo conosciamo, è praticamente abolito. Addirittura cade la presunzione di innocenza dopo il primo grado, dove una condanna potrebbe precludere il diritto internazionale di richiedere protezione in Italia.
Cade anche ogni principio di solidarietà e di diritto alla cura della nostra società: il daspo urbano (entrato in vigore per volere di Minniti) verrà esteso anche a presidi sanitari e agli ospedali, potendo così impedire a persone senza fissa dimora di trovare riparo nei pronto soccorsi. Ogni singolo provvedimento in materia di immigrazione – che va dall’abrogazione del riconoscimento del permesso umanitario, al prolungamento dei tempi di trattenimento per gli irregolari da 90 a 180 giorni, fino allo smantellamento del sistema di accoglienza e al ricatto sulla cittadinanza – mira a destabilizzare il sistema di protezione al fine di consolidare irregolarità e marginalità e ponendo dunque paradossalmente un problema di sicurezza sociale.
Per un elenco delle peggiori norme contenute nel decreto, rimandiamo all’articolo di Claudia Torrisi su VICE (https://www.vice.com/…/decreto-salvini-immigrazione-sicurez…). Questo decreto è disumano, è pericoloso, è inaccettabile.
Noi diciamo no, non è in nostro nome. Perché l’ingiustizia ieri è diventata legge e, come ci ha insegnato Bertolt Brecht, la nostra resistenza ad essa diventa un dovere.

ITALIA & RAZZISMO “Alla deriva”: cosa accade realmente nel Mediterraneo


Rocco Bellantone – Nigrizia

30 settembre ’18

Un libro documentato, costruito mettendo insieme fatti, numeri e testimonianze dirette per affrontare con lucidità la questione delle migrazioni nel mar Mediterraneo e porre un argine a chi, sulla pelle dei migranti, continua a macinare consensi. Il volume si intitola Alla deriva, edito da Altraeconomia e scritto dal giornalista Duccio Facchini. È stato presentato mercoledì 19 settembre nella sala stampa della Camera dei Deputati. Al dibattito, moderato dal direttore di Altraeconomia Pietro Raitano, hanno partecipato l’autore, l’onorevole di Liberi e Uguali (LeU) Nicola Fratoianni, Riccardo Gatti, comandante della nave Proactiva Open Arms, e Giovanna Scaccabarozzi, medico e operatrice umanitaria.

Un confronto necessario, per fare chiarezza su un’emergenza la cui narrazione, soprattutto negli ultimi mesi, è stata presa d’assalto da slogan politici, strumentalizzazioni, fake news. Un’onda di disinformazione per contrastare la quale Facchini, nello scrivere questo libro, si è servito del contributo di studiosi, giuristi, avvocati, medici e attivisti che viaggiano sulle navi delle ong.

Persone informate su ciò che sta realmente accadendo nel Mediterraneo, su qual’è la reale portata dell’“invasione” cui sta facendo fronte l’Italia, sul ruolo che in questa partita sta avendo l’Unione Europea, sul contesto giuridico e normativo che fa da perimetro a questo momento epocale. Gente che sa cosa significhi prestare soccorso in mare a centinaia di disperati naufragati da un gommone o da un barcone e che guarda alla Libia per quello che è, vale a dire un interlocutore da cui non si può prescindere, ma a cui non si può continuare a demandare il destino di migliaia di persone in fuga da violenze, conflitti, torture o in cerca di condizioni economiche e sociali migliori.         

«Il compito che si prefigge questo libro - spiega l’autore - è raccontare quello che sta succedendo nel Mediterraneo. È fondamentale unire i tasselli che hanno portato a quanto sta accadendo in questi mesi. La criminalizzazione delle ong, ad esempio, sta sfociando apertamente con questo governo, ma è una campagna che parte da lontano».

Dello stesso parere è Riccardo Gatti di Proactiva Open Arms, ong spagnola le cui navi sono state costrette a lasciare il Mediterraneo centrale. «Espressioni come “taxi del mare” o “crociere” sono l’emblema di una precisa strategia politica che oggi sta dando voti ma che ha vita breve», dichiara. «Prima o poi questa propaganda basata sulla paura dell’invasione si sgonfierà, la realtà non può essere nascosta».

Contro questa offensiva alle ong si schiera anche chi, come Giovanna Scaccabarozzi, conosce bene le trappole del Mediterraneo. «Essere medico a bordo di una nave di soccorso non è facile», afferma. «Si è posti di fronte a una sfida che è al contempo culturale, linguistica, numerica. Un medico che si trova a prestare soccorso su una nave ha una grande responsabilità: è tra i primi a venire a contatto con i migranti e, lentamente, viene accompagnato da loro in quella stanza buia in cui sono rimasti i segni di tutto ciò che queste persone hanno subito prima di essere salvate in mare.

C’è la Libia, che è un contenitore agghiacciante. Prima della Libia c’è il calvario della traversata del deserto, e ancora prima ci sono i paesi di origine da cui questa gente fugge. In Libia ci sono circa 1 milione di persone vulnerabili non residenti, a cui si aggiungono almeno altri 250mila sfollati interni. Ma la Libia, è bene ricordarlo, non ha mai firmato la Convenzione di Ginevra, il che significa che la stragrande maggioranza di queste persone va incontro alla detenzione illimitata. Quello a cui stiamo assistendo in questo paese è un genocidio economico, mosso cioè dagli interessi che ruotano attorno al business dei migranti».

Sulla Libia e sulla strategia adottata dagli ultimi governi italiani per scendere a patti con Tripoli, è intervenuto Nicola Fratoianni. «Il fatto che il nostro ambasciatore in Libia sia rientrato a Roma per motivi di sicurezza, la dice lunga su quanto questo paese possa essere un porto sicuro per i migranti», sottolinea. «Serve costruire un altro racconto delle migrazioni e mettere in campo nuove pratiche per impedire che altre persone muoiano in mare. La politica ha una responsabilità molto importante in questo momento, che è quella di lottare contro la propaganda di questo governo».

Sulla necessità di avviare un “Piano Marshall per l’Africa”, altra formula particolarmente utilizzata anche dalla politica italiana per gestire il dossier migranti, torna infine Facchini. «A parte la Libia - conclude - molti degli altri paesi con cui dobbiamo rapportarci nel tentativo di gestire i flussi migratori, non vivono in condizioni di democrazia per come la democrazia è intesa dall’Occidente. Recentemente il Viminale ha firmato un contratto per la fornitura al governo tunisino di 500 Suv per il controllo delle frontiere con la Libia. Ma sono altre le strade che dovremmo percorrere per trovare un punto di contatto con l’Africa. Abbiamo degli istituti di integrazione culturali ad Addis Abeba, Asmara e Dakar, puntiamo su quelli».

Solo se farà i conti con i numeri di questa emergenza, e solo se cercherà canali di comunicazione nuovi con l’Africa, l’Italia potrà realmente affrontare a viso aperto il Mediterraneo e il continente che ha davanti. Smettendola così di urlare contro un’invasione che non c’è.

ITALIA & RAZZISMO Migranti, investire sull'integrazione


Michele Luppi – Nigrizia 
30 settembre ’18

L’integrazione non fosse un costo ma un investimento? A dirlo ora non è più solo qualche giornalista, missionario o analista - facilmente tacciabile, da certa retorica, di “buonismo” - ma sono i numeri messi nero su bianco da due istituzioni, nel loro campo, tra le più autorevoli del nostro paese. Stiamo parlando dell’Ispi, Istituto per gli studi di politica internazionale, e di Cesvi, ong dal 1985 impegnata in progetti di cooperazione internazionale, che hanno pubblicato il rapporto: “Migranti: la sfida dell’integrazione”.
L’idea di fondo è che proprio oggi, di fronte ad un drastico calo degli sbarchi (oltre l’80% in meno rispetto all’anno scorso) e, di conseguenza, dei costi sostenuti dallo stato per l’accoglienza, si potrebbero liberare risorse per innescare processi virtuosi di integrazione che porterebbero a benefici, non solo per i migranti, ma per l’intera economia italiana.

I dati
Il rapporto si apre con una lunga sezione analitica che fotografa, basandosi su dati ufficiali del ministero dell’Interno, arrivi e presenze in Italia. Tra gennaio 2013 e luglio 2018, circa 685.000 stranieri hanno raggiunto le coste italiane via mare attraverso canali irregolari. Tra il 2014 e il 2016, in particolare, gli sbarchi hanno sempre superato quota 150.000, e così sarebbe stato anche nel 2017 se da metà luglio, a seguito degli accordi tra l’allora ministro degli Interni Marco Minniti e la Guardia Costiera Libica, non si fosse verificato un improvviso calo delle partenze. Una situazione radicalmente mutata rispetto al periodo 2002-2010, quando gli sbarchi in Italia si aggiravano intorno a una media di 20.000 l’anno.
I numeri non devono però ingannare perché, soprattutto nel periodo 2013-2015, solo il 47% delle persone sbarcate ha fatto richiesta di asilo in Italia (175 mila persone). Una percentuale salita dopo l’istituzione del sistema Hotspot che prevede la registrazione delle impronte digitali al momento dello sbarco: tra gennaio 2016 e giugno 2018, a fronte di circa 320.000 persone sbarcate, l’Italia ha registrato circa 290.000 richieste d’asilo (91% rispetto agli sbarchi).
Sul fronte interno nel corso degli anni i posti a disposizione del sistema Sprar sono effettivamente aumentati, e in misura consistente - da meno di 4.000 nel 2012 a circa 25.000 nel 2017 - ma rimanendo sempre molto lontano dal fabbisogno: nel 2017, l’86% dei richiedenti asilo e rifugiati (in totale circa 180 mila) era accolto in strutture non Sprar.
Una risposta giocata sempre nella logica dell’emergenza dunque che, stando al rapporto, ha avuto come conseguenza un difficile processo di integrazione soprattutto per quanto riguarda lavoro, alla scuola, sanità e casa.
 Tanto che “oltre la metà della popolazione di stranieri non comunitari residenti in Italia (Eurostat 2016) è a rischio di povertà o esclusione sociale, una quota doppia rispetto a quella dei cittadini italiani”.
Sul fronte della spesa, iI DEF (Documento di Programmazione Economica e Finanziaria) stima i costi “diretti e indiretti” da attribuire al sistema di accoglienza, in quasi 3 miliardi di euro (erano 300 milioni nel 2011) per il 2017. A questi si devono aggiungere i servizi sanitari e l’istruzione (circa 590 milioni di euro) e i costi per la ricerca e soccorso. Complessivamente le stime parlano di una spesa di 4,3 miliardi.

La proposta
E’ questa la cornice attorno alla quale Ispi e Cesvi hanno costruito la loro proposta: stando all’analisi dei ricercatori, il sostanziale calo degli sbarchi in Italia ha consentito un notevole risparmio, quantificabile in circa 1 miliardo di euro nel primo anno e a 1,9 miliardi dal secondo anno in poi. Fondi che andrebbero reinvestiti, totalmente o in parte, in adeguate politiche d’integrazione.
“Una maggiore spesa in integrazione - conclude il rapporto - oggi è un fattore importante per aumentare la probabilità che gli stranieri riescano a trovare un lavoro, generando ricadute positive dal punto di vista economico e fiscale, ma anche sociale. L’investimento, oggi, in spese per l’integrazione, genera infatti minori costi futuri (meno assegni di disoccupazione, minor livello di criminalità) e maggiori benefici (un reddito più alto, maggiori consumi che alzano il Pil del paese, maggiori entrate fiscali per lo Stato)”.

La realtà
Fino a qui la teoria. L’amara verità, invece, è che il decreto Salvini, al vaglio del Consiglio dei ministri, va decisamente nella direzione opposta. Non solo non prevede maggiori investimenti per l’integrazione ma, se dovessero essere confermate le bozze circolate sulla stampa nei giorni scorsi, si andrebbe verso la completa distruzione di quel poco di sistema di accoglienza (certamente perfettibile) che l’Italia era riuscita a costruire. Con buona pace di chi, come Ispi e Cesvi, crede che l’integrazione non sia un costo, ma un investimento.

ITALIA & RAZZISMO Il “decreto Salvini” è da riscrivere

Missionari comboniani in Italia – Nigrizia 
30 settembre ’18


Come missionari comboniani intendiamo manifestare il nostro totale disaccordo nei confronti del decreto legge Sicurezza e immigrazione, varato dal Consiglio dei ministri, perché considera l’immigrazione principalmente come un problema di ordine pubblico.
Il cosiddetto “decreto Salvini” cancella di fatto i diritti fondamentali degli stranieri e rischia di incrementare ancora di più la percezione che i rifugiati sono una minaccia per la sicurezza dei cittadini italiani, e non persone da proteggere. L’aspetto securitario del decreto legge, indiscutibilmente necessario, non deve e non può mettere in secondo piano l’aspetto più importante, e cioè che l’immigrazione non è una maledizione ma una risorsa per la società.
In sintonia con tante associazioni cattoliche e laiche impegnate nel settore dell’immigrazione, deploriamo il fatto che i cambiamenti presentati nella legge vanno a peggiorare invece che migliorare le leggi vigenti in materia di immigrazione. In particolare, contestiamo la sostanziale riduzione della concessione del diritto di asilo per motivi umanitari riservato a poche eccezioni, negando la protezione a chi, ad esempio, proviene da paesi dove c’è seria instabilità politica e la vita delle persone è in pericolo. Inoltre, riteniamo un errore il ridimensionamento del Sistema di protezione per richiedenti asilo (Sprar) – uno tra i pochi esempi di successo di accoglienza integrata realizzata dai comuni in collaborazione con associazioni volontarie – che andrà ad accrescere il numero di clandestini destinati a languire nei Centri di accoglienza straordinaria (Cas). Irragionevole ci pare poi la scelta di raddoppiare i tempi di permanenza nei Centri per il rimpatrio (Cpr) fino a 180 giorni, misura che porterà a prolungare inutilmente la detenzione amministrativa di persone che non hanno commesso alcun crimine.
Come cristiani e missionari riteniamo che l’impianto generale della legge Sicurezza e immigrazione sia in netto contrasto con la dottrina sociale della Chiesa e gli insegnamenti di papa Francesco e dei suoi predecessori che costantemente invitano all’accoglienza di profughi e immigrati, incoraggiandone l’integrazione nella società.
Infine ci rivolgiamo al presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, affinché si rifiuti di apporre la propria firma al decreto Immigrati e sicurezza ed esiga che venga riscritto nel rispetto dei principi di fondo della Costituzione italiana e delle convenzioni internazionali in materia di immigrazione.

sabato 29 settembre 2018

ITALIA/BILANCIO La manovra finanziaria Lega-M5S una sberla all’Europa, un’illusione per l’Italia


Rinaldo Gianola – Striscia Rossa 
30 settembre ’18

La prima manovra finanziaria del governo Lega-M5S ha pienamente mantenuto gli obiettivi che si erano dati i vincitori delle elezioni del 4 marzo: condono per i furbetti del fisco, superamento della legge Fornero sulle pensioni, distribuzione di un reddito-pensione di cittadinanza, progressiva riforma fiscale con introduzione di due aliquote dal 2020. Il costo di questi interventi potrebbe superare i 30 miliardi di euro, il rapporto deficit-Pil sarà del 2,4% non solo per il 2019 ma per i prossimi tre anni. Siamo ben lontani dall’1,6% che il nostro Paese si era impegnato a rispettare. E non si capisce perché il ministro Tria non si sia dimesso: con che faccia adesso affronterà i suoi colleghi europei
I patti, forse, sono fatti proprio per essere violati, ma l’aumento del deficit si rifletterà sul nostro debito mostruoso di 2300 miliardi di euro, pari al 130% del Pil, che prima o poi qualcuno dovrà pagare. Salvini ha ottenuto dalla magistratura di rimborsare 46 milioni fatti sparire dalla Lega in 76 rate annuali, i mercati e gli investitori internazionali che sottoscrivono miliardi di Btp non saranno così clementi con il nostro Paese quando si renderanno conto che non rispettiamo più gli accordi.
Il senso politico della legge di Bilancio è quello di dare uno schiaffo all’Unione Europea e di offrire un’illusione ai cittadini italiani oggi magari felici per la “Finanziaria del popolo” e domani incavolati quando vedranno aumentare la rata del mutuo, le spese della sanità, della scuola. E la ripresa del Pil? Gli investimenti produttivi, per l’industria, l’innovazione, il lavoro? Aria fritta, per ora.
Il governo non rispetta le regole che l’Europa si è data e che l’Italia ha liberamente sottoscritto, punta a scatenare con la commissione Ue di Bruxelles una guerra totale per i prossimi mesi alimentando così la campagna elettorale del voto europeo del maggio 2019, una sfida nella quale il nostro esecutivo si colloca accanto a xenofobi, fascisti e sovranisti della peggior specie, da Orban in giù. La Finanziaria di Di Maio e Salvini ha il valore di una rottura con l’Europa, fa vedere in modo chiaro cosa vuol dire essere populisti, induce anche qualche seria preoccupazione sulle possibili ripercussioni di queste iniziative politiche, ma sono timori solo esterni alla maggioranza di governo. Grillini e leghisti se ne fregano dello spread e del crollo in Borsa, che puntualmente arrivano, per loro sono tutti fenomeni indotti dai poteri forti, dai salotti, dai tecnocrati. Sono tutte “medaglie”, direbbe Salvini. Dopo questa manovra il prossimo passo del governo potrebbe essere di tirare fuori dal cassetto il famoso piano B di Savona, per uscire dall’Euro.
La legge di Bilancio è una miscela di interventi che potrebbero essere selezionati e giudicati come di “destra” o di “sinistra”, se ragionassimo con i vecchi schemi della politica. Esempio: i sindacati, i lavoratori, i ceti più poveri possono forse lamentarsi della nuova disciplina sulle pensioni o del reddito di cittadinanza? Quante volte abbiamo ascoltato i sindacati, parte di quel che rimane della sinistra contestare la riforma Fornero e per quanti anni abbiamo sentito le richieste di interventi a favore dei ceti più disagiati, dei pensionati al minimo? Bene, ora ci sono voci e stanziamenti nel bilancio dello Stato. Vedremo i candidati alla segreteria della Cgil dividersi sulla manovra di Di Maio e Salvini? Certo, poi ci sono anche i tranelli: chi andrà in pensione con la quota 100 avrà un assegno decurtato, ma il governo non lo dice per non rovinare l’effetto che fa.
E la riforma fiscale, l’abbassamento delle tasse, la flat tax e il solito condono spacciato per pace fiscale non sono forse le aspirazioni di larga parte del tessuto economico, imprenditoriale, delle piccole-medie imprese, dei lavoratori autonomi? Tutta roba di destra, si sarebbe detto una volta. Ma non è così, oggi questi interventi (bisognerà vedere alla fine la vera consistenza) sono trasversali a molti interessi, a tante categorie. Non si può schematizzare e semplificare, come dovrebbe insegnare il risultato del voto del 4 marzo scorso. Soprattutto bisogna fare i conti col fatto che questo governo – e stiamo parlando del governo di Toninelli, Fontana, Di Maio – continua ad avere successo tra i cittadini, raccoglie circa il 60% secondo gli ultimi sondaggi. Sono cifre impressionanti soprattutto perché non si vede e non si sente nessuno che abbia la forza, la voce, la cultura di contrastare la propaganda, gli slogan, il disegno politico di questa maggioranza variegata, contraddittoria, eppur fortissima.
Nelle prossime settimane la manovra e la tenuta del governo dovranno fronteggiare le reazioni dei mercati, gli scossoni al nostro sistema finanziario e bancario, la bocciatura e la prevedibile rottura con l’Unione Europea. Chi pagherà saranno sempre i cittadini, a cominciare da quelli di Genova che non sanno ancora chi sarà il commissario per la ricostruzione del ponte.

ITALIAL/BILANCIO Di Maio: «Il nostro reddito non è assistenzialismo»


Roberto Ciccarelli – Il manifesto
30 settembre ’18

Luigi Di Maio è impegnato in una battaglia: dimostrare che il sedicente «reddito di cittadinanza» del suo governo non è una «misura assistenzialistica». Così lo ha definito ostinatamente, ancora ieri, il presidente del Pd Matteo Orfini. Di Maio ha ragione: il suo «reddito» è un sussidio minimo condizionato all’inserimento lavorativo e alla riqualificazione professionale dei «poveri assoluti» italiani, e non stranieri residenti, attraverso le cosiddette «politiche attive del lavoro». Non di assistenzialismo si tratta, ma di workfare neoliberale. Per avere un sussidio il «povero» deve lavorare, formarsi, dimostrare di essere disponibile ad «attivarsi» nel periodo corrispondente all’erogazione del «reddito». Workfare significa: work for welfare, lavorare per avere un «benessere» (beneficio), rivolto a chi è obbligato a svolgere lavori per la comunità e a formarsi in cambio di un compenso variabile, decrescente e vincolato a «obiettivi». Come nel terribile Io, Daniel Blake, il film di Ken Loach, il workfare è concepito come un modello performativo alternativo al welfare state considerato «assistenziale».

NON È NULLA DI NUOVO in Italia, un paese che sta scoprendo solo da poco l’applicazione delle più problematiche tecniche neoliberali già presenti in Europa o negli Stati Uniti. Il Pd dovrebbe saperlo: il «reddito» del governo gialloverde è la logica continuazione, con un piano più ampio, del «reddito di inclusione» («ReI) istituito nel 2016 e oggi finanziato con circa 2,5 miliardi di euro all’anno. Alla luce degli elementi conosciuti, fino ad oggi, il «ReI», e i relativi fondi, dovrebbero confluire nella nuova riorganizzazione del sistema che comprende anche un ripensamento dei centri per l’impiego. L’indirizzo politico di ciò che M5S chiama impropriamente, e strategicamente, «reddito di cittadinanza» è definito. I dettagli saranno formalizzati nella loro completezza in un collegato alla legge di bilancio – di cui l’aggiornamento del Def è la macro-cornice.

IERI IL VICE-PREMIER ministro dello sviluppo e del lavoro Di Maio ha ribadito le intenzioni morali con il quale il legislatore si rivolgerà ai «poveri assoluti». L’obiettivo è mostrarsi inflessibili rispetto a presunti «free-riders» (approfittatori del workfare). «Non darò un solo euro a una persona che vorrà stare sul divano senza fare nulla – ha ribadito – Con il reddito di cittadinanza facciamo un patto: vai nel centro per l’impiego, dove ti impegni per 8 ore a settimana nei lavori utili e intanto ti devi formare per un lavoro. Passi la giornata così, poi ti faccio tre proposte di lavoro. Se le rifiuti, perdi il reddito, se le accetti, perdi il reddito».

QUANTO ALL’IMPORTO totale del sussidio per individuo Di Maio ha iniziato ad abbozzare una stima. «Il reddito di cittadinanza non dà 780 euro da zero a 6 milioni e mezzo di persone. È integrativo al reddito», ovvero «non ci sarà più nessuno che potrà guadagnare o avere una pensione minima sotto i 780 euro». Per capire come funzionerà non va presa la cifra complessiva di 10 miliardi di euro ufficialmente destinati al «reddito». I «10 miliardi» sono la somma di fondi diversi: 1,5 per i centri per l’impiego, 2,5 per il «ReI», 330 milioni per la «garanzia giovani», 6-700 milioni per il sussidio «Naspi» e altre non ancora precisate voci. Le risorse liberate in deficit permetterebbero di avere più, o meno, 5 miliardi in più per finanziare una misura destinata a 6,5 milioni di persone. Questa dovrebbe essere la somma tra circa 4 milioni di «poveri assoluti» italiani, esclusi gli stranieri residenti «poveri», e circa 1,6 milioni di pensionati che percepiscono un assegno inferiore ai 500 euro. Questi ultimi saranno destinatari della cosiddetta «pensione di cittadinanza».

PLATEE DIVERSE, per misure diverse, per le quali è stato deciso lo stesso tetto di 780 euro. Per i pensionati è prevista un’integrazione media di 300 euro mensili; per chi è in età di lavoro la cifra finale potrebbe essere il risultato delle differenza tra il reddito familiare e il tetto di 780 euro. In media si parla di un sussidio di 480 euro mensili, cifra che potrebbe essere più bassa perché dipenderà anche dall’analisi di altri requisiti: la disponibilità morale e soggettiva dell’individuo a cercare lavoro, verificata dai 550 centri dell’impiego «riformati» in un tempo non ancora prevedibile e con modalità ancora da scoprire.

DI MAIO HA PRESENTATO su Facebook Mimmo Parisi, fondatore del «National Strategic Planning and Analysis Research Center», creatore di un sistema di «On-demand work» – il «Mississippi Works» – adottato dal governatore del Mississippi Phil Bryant per fare incontrare la domanda e l’offerta di lavoro in uno degli Stati americani con il costo del lavoro e il tasso di partecipazione al mercato del lavoro più basso negli Usa. Nelle settimane scorse era circolata anche la notizie di “colloqui” con esperti tedeschi che gestiscono il mercato di “mini-jobs” e dei centri di collocamento.

Il MISSISSIPPI è il primo stato Usa ad avere adottato una tecnologia elaborata dall’Nsparc, il Mississippi Works system, un’applicazione web e mobile che abbina l’utente ai lavori disponibili nello Stato incrociando i dati del suo retroterra educativo e quello lavorativo. Questo è possibile perché esiste un data base centralizzato a livello statale che permette di profilare il lavoratore mettendolo a disposizione delle esigenze delle imprese. La piattaforma è stata sviluppata dall’Nsparc diretta da Parisi – secondo il curriculum vitae docente anche all’università di Catania – raccoglie e combina i dati di diverse agenzie statali.

L’INCROCIO tra domanda e offerta realizzato su piattaforma è stato definito Workforce on demand. Sul sito dell’iniziativa, ad oggi, ci sono 48.177 “lavori” disponibili. Si va dal medico, al vigile del fuoco, dal barista part-time al baby-sittering. Le posizioni sono profilate anche rispetto alla distanza in miglia necessarie per raggiungere il lavoro. Il software può essere scaricato anche su uno smartphone e il lavoratore può procedere alla ricerca. In sé non è nulla di nuovo. Simili tecnologie sono usate anche nel nostro paese. Ma sembra che in Mississippi siamo molto soddisfatti al punto che il governatore Bryant ne ha fatto la cifra della sua politica. Nell’ottica della competizione tra Stati Usa per attrarre investimenti dalle multinazionali, la piattaforma è presentata come il supporto che ha dato al Mississippi un vantaggio rispetto agli stati con una popolazione più numerosa. Sul territorio hanno installato le loro attività la Nissan, la Toyota e altre.

AL DI LA’ DELLA PRESUNTA efficienza della piattaforma, è forte l’impressione che l’arrivo di queste imprese in Mississippi sia dovuto al basso costo del lavoro. Secondo l’analista economico Corey Miller, va considerata un’altra caratteristica dell’economia locale: il basso tasso di disoccupazione (4,5%, record in Usa) è accompagnato dal basso tasso di partecipazione al mercato del lavoro (55.9, il più basso dopo la Virginia dell’Ovest). Significa che la forza lavoro, anche se on demand, si “attiva” molto poco. E l’altra metà della popolazione? Semplicemente non è “attiva”, non è rilevata dalle statistiche.

SITUAZIONI COME QUESTE vanno studiate per capire cosa accadrà in Italia se, e quando, arriverà la “rivoluzione” della app-che-trova-lavoro. In un’economia dove la disoccupazione è più che doppia, il tasso di partecipazione al mercato del lavoro è altrettanto basso (siamo al 58%), e l’economia informale e in nero è presumibilmente diffusa anche tra i “poveri assoluti” ci si chiede il grado di efficacie e le prospettive di queste tecnologie.

DI MAIO STA SCOMMETTENDO sul salto quantico dalla situazione pre-analogica dei centri per l’impiego verso l’applicazione dell’intelligenza artificiale in una manciata di mesi. Non è possibile, al momento, misurare l’attendibilità di tali pretese, ma è possibile constatare almeno un dato: in Italia non è mai decollato il cosiddetto “fascicolo elettronico” che, secondo il Jobs Act, avrebbe dovuto costituire il primo passo per un database capace di incrociare i dati dei cercatori di lavoro. Il modello di ricerca, on demand, dei profili dovrà anche scontrarsi con l’inadeguatezza delle infrastrutture digitali dei centri per l’impiego esistenti (nel 72% dei casi a Sud e nelle isole). Senza contare che qualsiasi intervento sul collocamento, a partire dall’uso dei dati dei lavoratori, dovrà essere concordato con le regioni. E non va nemmeno dimenticato che anche i comuni sono coinvolti nell’attività di profilazione, analisi e controllo sociale del grado di partecipazione al mercato del lavoro da parte dei lavoratori.

A QUESTI FATTORI va infine aggiunta la carenza del personale formato e capace di affrontare la rivoluzione digitale che sembra prospettarsi. In Italia ci sono solo 8 mila persone impegnate nel settore. In Germania ce ne sono 100 mila. Nel 1,5 miliardi di euro per i centri per l’impiego sarebbero contemplate anche le assunzioni, oltre che la formazione (chi la farà?). Il governo punta ad avviare, addirittura da marzo, in tempo per le Europee 2019, il nuovo modello. Considerata la natura, e la vastità, dei problemi è un impegno scarsamente credibile.