L’attuale leader della Lega e Bobo Maroni hanno
utilizzato una parte dei 48 milioni di euro frutto della truffa orchestrata dal
Senatur e dall’ex tesoriere. Lo dimostrano le carte del partito tra la fine del
2011 e il 2014 che abbiamo consultato
di Giovanni Tizian e Stefano
Vergine (L’ESpresso)
Cinque
anni fa, quando tutto ebbe inizio, Umberto Bossi usò un’immagine
biblica per spiegare il suo intento. «Ho fatto come Salomone: non ho voluto
tagliare a metà il bambino», disse mentre si apprestava a lasciare le redini
del partito a Roberto Maroni.
Erano i giorni in cui i giornali pubblicavano le prime notizie sullo scandalo
dei rimborsi elettorali leghisti, quelli incassati gonfiando i bilanci e usati
per pagare le spese personali del Capo e della sua famiglia, come la laurea in
Albania del figlio Renzo o le multe del primogenito Riccardo.
Il senso della metafora bossiana era chiaro: piuttosto di dividere la Lega tra
chi sta con me e chi contro di me, il Senatùr si diceva pronto a lasciare
pacificamente il potere al suo storico rivale. Da allora in poi l’intento di
chi è succeduto a Bossi, prima Maroni e oggi Salvini, è sempre stato quello di
differenziarsi, di creare compartimenti stagni tra il partito dell’Umberto e
quello di oggi, tanto che all’ultimo raduno di Pontida al fondatore non è stato
nemmeno concesso il tradizionale discorso dal palco.
Gli
immigrati al posto dei meridionali, il nazionalismo in sostituzione del
secessionismo. Pure un nuovo marchio, Noi con Salvini, dotato di satelliti
sparsi dal Centro al Sud e rappresentato da personaggi della destra, come in
Calabria, o vecchi democristiani votati all’autonomia, come in Sicilia. Nuovi
volti (per modo di dire) e nuovi ideali sostenuti con forza proporzionale
all’incedere delle inchieste giudiziarie sui fondi elettorSe è vero che negli ultimi anni molto è in effetti cambiato all’interno del
Carroccio, c’è qualcosa che è rimasto segretamente invariato.
Roberto Maroni preferisce non dirlo, Matteo Salvini lo nega categoricamente.
Insomma, gli eredi del Senatùr sostengono di non aver visto un euro di quegli
oltre 48 milioni rubati da Bossi e Belsito. «Sono soldi che
non ho mai visto», ha scandito di recente l’attuale segretario federale
commentando la decisione del Tribunale di Genova di sequestrare i conti
correnti del partito dopo la condanna per truffa di Bossi.
I documenti ottenuti da L’Espresso dimostrano però che esiste un filo
diretto tra la truffa firmata dal fondatore e i suoi successori.
Tra la fine del 2011 e il 2014, infatti, prima Maroni e poi Salvini hanno
incassato e usato i rimborsi elettorali frutto del reato commesso dal loro
predecessore. E lo hanno fatto quando ormai era chiaro a tutti che quei denari
rischiavano di essere sequestrati.
Per scoprire i retroscena di questo intrigo padano bisogna tornare al 5 aprile del 2012. E tenere a mente le date. Quel giorno, a poche ore dalla perquisizione della Guardia di Finanza nella sede di via Bellerio, a Milano, Bossi si dimette da segretario del partito. È la prima scossa del terremoto che sconvolgerà gli equilibri interni alla Lega.
A metà maggio diversi giornali scrivono che a essere
indagato non è solo il tesoriere Francesco Belsito, ma
anche il Senatùr. Il reato ipotizzato è quello di truffa ai danni dello Stato
in relazione ai rimborsi elettorali. Il primo di luglio Maroni viene eletto
nuovo segretario del partito. E quattro mesi dopo, il 31 ottobre, passa per la
prima volta alla cassa. Come certifica un documento inviato dalla ragioneria
del Senato alla Procura di Genova, quel giorno l’attuale governatore della
Lombardia riceve 1,8 milioni di euro. È il rimborso che spetta alla Lega per le
elezioni politiche del 2008, quelle vinte da Berlusconi contro Veltroni. Il
primo di una lunga serie. Da qui in poi a Maroni verranno intestati parecchi
bonifici provenienti dal Parlamento.
A fine 2013, cioè al termine del mandato di segretario, Bobo avrà così ricevuto 12,9 milioni di euro. Tutti rimborsi relativi a elezioni comprese tra il 2008 e il 2010, quando a capo del partito c’era Bossi e a gestire la cassa era Belsito. Insomma, proprio i denari frutto della truffa ai danni dello Stato.
Che cosa cambia quando Salvini subentra a Maroni? Niente, se non le cifre. A metà dicembre del 2013 Matteo viene eletto segretario del partito. L’inchiesta sui rimborsi elettorali intanto va avanti, e a giugno del 2014 arrivano le richieste di rinvio a giudizio: i magistrati chiedono il processo per Bossi. Un mese e mezzo dopo, il 31 luglio, Salvini incassa 820mila euro di rimborsi per le elezioni regionali del 2010. Perché allora il segretario della Lega e aspirante candidato premier per il centro-destra continua a sostenere che lui quei soldi non li ha mai visti? E se li ha visti, come poteva non sapere che erano frutto di truffa?
Due mesi dopo aver incassato gli oltre 800 mila euro, Salvini e la Lega si costituiscono infatti parte civile contro i compagni di partito. Si sentono vittime di un imbroglio, di una truffa che ha sfregiato il vessillo padano. E vogliono essere risarciti. La nuova dirigenza è dunque consapevole della provenienza illecita del denaro accumulato sotto la gestione di Bossi. Ma il 27 ottobre, solo venti giorni dopo l’annuncio di costituirsi parte civile, Salvini fa qualcosa che appare in netta contraddizione con quella scelta: ritira altri soldi. Questa volta la somma è piccola, poco meno di 500 euro: l’ultima tranche di rimborso per le elezioni regionali del 2010.
La sostanza però non cambia. Sono denari ottenuti con la rendicontazione gonfiata firmata da Belsito. Fatto di cui a quel punto è dichiaratamente convinto anche Salvini. Il quale, due giorni dopo l’ultimo prelievo, riceve persino una lettera dallo storico avvocato di Bossi, Matteo Brigandì. «Ti diffido dallo spendere quanto da te dichiarato corpo del reato», si legge nella missiva con la quale la vecchia guardia lancia un messaggio chiaro al nuovo gruppo dirigente: voi ci accusate di aver rubato quattrini, allora sappiate che i soldi che avete in cassa sono il profitto della truffa, e usarli vuol dire diventare complici del reato.
A fine 2013, cioè al termine del mandato di segretario, Bobo avrà così ricevuto 12,9 milioni di euro. Tutti rimborsi relativi a elezioni comprese tra il 2008 e il 2010, quando a capo del partito c’era Bossi e a gestire la cassa era Belsito. Insomma, proprio i denari frutto della truffa ai danni dello Stato.
Che cosa cambia quando Salvini subentra a Maroni? Niente, se non le cifre. A metà dicembre del 2013 Matteo viene eletto segretario del partito. L’inchiesta sui rimborsi elettorali intanto va avanti, e a giugno del 2014 arrivano le richieste di rinvio a giudizio: i magistrati chiedono il processo per Bossi. Un mese e mezzo dopo, il 31 luglio, Salvini incassa 820mila euro di rimborsi per le elezioni regionali del 2010. Perché allora il segretario della Lega e aspirante candidato premier per il centro-destra continua a sostenere che lui quei soldi non li ha mai visti? E se li ha visti, come poteva non sapere che erano frutto di truffa?
Due mesi dopo aver incassato gli oltre 800 mila euro, Salvini e la Lega si costituiscono infatti parte civile contro i compagni di partito. Si sentono vittime di un imbroglio, di una truffa che ha sfregiato il vessillo padano. E vogliono essere risarciti. La nuova dirigenza è dunque consapevole della provenienza illecita del denaro accumulato sotto la gestione di Bossi. Ma il 27 ottobre, solo venti giorni dopo l’annuncio di costituirsi parte civile, Salvini fa qualcosa che appare in netta contraddizione con quella scelta: ritira altri soldi. Questa volta la somma è piccola, poco meno di 500 euro: l’ultima tranche di rimborso per le elezioni regionali del 2010.
La sostanza però non cambia. Sono denari ottenuti con la rendicontazione gonfiata firmata da Belsito. Fatto di cui a quel punto è dichiaratamente convinto anche Salvini. Il quale, due giorni dopo l’ultimo prelievo, riceve persino una lettera dallo storico avvocato di Bossi, Matteo Brigandì. «Ti diffido dallo spendere quanto da te dichiarato corpo del reato», si legge nella missiva con la quale la vecchia guardia lancia un messaggio chiaro al nuovo gruppo dirigente: voi ci accusate di aver rubato quattrini, allora sappiate che i soldi che avete in cassa sono il profitto della truffa, e usarli vuol dire diventare complici del reato.
Il denaro, più che l’ideologia, è dunque il
collante tra l’epoca di Bossi, l’interregno di Maroni e il presente firmato
Salvini. Le tre età del partito della Padania intrecciate attorno a una vicenda
che tutti vogliono dimenticare in fretta. Talmente in fretta da ritirare
persino la costituzione di parte civile davanti al giudice.
Già, perché solo un mese dopo essersi dichiarato vittima della truffa targata
Bossi-Belsito, Salvini fa marcia indietro. Come a dire: chiudiamola qua,
scordiamoci il passato e andiamo avanti. Una scelta travagliata, non da tutti
condivisa. All’interno della Lega, infatti, nei primi mesi del 2014, c’era chi
voleva mostrare pubblicamente la rottura col passato. Altri, invece, parteggiavano
per la politica della rimozione. In questo contesto matura l’accordo di
conciliazione”con l’avvocato di Bossi, nel quale la Lega rinuncia a costituirsi
parte civile. A un patto però: il legale di fiducia del Senatùr avrebbe dovuto
accantonare ogni pretesa di denaro che il partito gli doveva, circa 6 milioni
di euro. Infine, a Bossi sarebbe andato un lauto vitalizio.
Tutto risolto, dunque? Macché. Salvini e Maroni vengono meno al patto. E danno
mandato all’avvocato Domenico Aiello, legale del governatore lombardo, di
procedere con la costituzione di parte civile. Uno smacco al vecchio amico
Bossi, a cui poco dopo segue un altro colpo di scena. A novembre durante
l’udienza preliminare contro B&B, Aiello ritira l’atto di costituzione. In
pratica la Lega non chiede più i danni per la truffa. Un’idea di
Salvini, motivazione ufficiale: «Non abbiamo né tempo né soldi per cercare di
recuperare soldi che certa gente non ha», spiegò l’europarlamentare appena
eletto segretario del Carroccio. Una mossa che sorprese persino il governatore
della Lombardia, Maroni, che con Aiello aveva fatto il possibile per chiedere i
danni agli imputati leghisti.
La sensazione di chi il partito lo frequenta da venti e passa anni è che sia
stata una ritirata strategica, per rappacificare le opposte
fazioni ed evitare rivelazioni scomode. Soprattutto in merito ai soldi lasciati
in cassa da Bossi, quelli finiti al centro delle inchieste di tre procure.

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