Autore: Monica Scafati
Forse
dovremmo chiederci cosa sta accadendo, all’Italia e non solo. La così detta
crisi migratoria credo sia “solo” lo spaccato in cui più chiaramente, con più
vigore e maggior trasparenza, si manifesta una dinamica di gran lunga più
complessa. Una dinamica estesa di tipo sociale, culturale e antropologico, che
finirà per produrre uno spartiacque forse epocale, per effetto di conseguenze
di un’importanza e un impatto tale da divenire “storiche”.
L’Italia
degli ultimi 20 anni ha vissuto cambiamenti quasi incredibili, ma che al
contempo definirei palpabili, dirompenti e innegabili. La lenta elaborazione
che nel secondo dopoguerra si fece degli orrori del conflitto, testimoniata
dalle convenzioni internazionali e dalla carta dei diritti, che fu l’epilogo ma
anche il rinnovato slancio di una riflessione profonda sui più alti valori
dell’umano, sembrava avesse prodotto una società ormai definitivamente liberà
dalle barbarie, mai più disposta a sottovalutare, normalizzare e propagandare
le amenità razziste e nazi-fasciste. Negli anni ’60 e ’70, un ulteriore passo
avanti sul piano della rivendicazione dei diritti è stato compiuto dalle lotte
che hanno segnato a livello mondiale una stagione di opposizione alle
costrizioni, all’ingiustizia sociale, e alle discriminazioni. L’Italia degli
anni ’80 pare dunque esser stata ricca, emancipata e libera, infarcita di
un’educazione tollerante e pacifista, o forse solo un po’ meno bigotta e
moralista. Di fatto, alcuni concetti essenziali in ordine alla società e alla
convivenza hanno avuto durante gli anni del mio diventar membro della società
civile un’aurea di assolutezza, la sostanza paradigmatica di un a-priori,
un’apparente ma convincente sembianza di eternità. Poi qualcosa è cambiato, il
boom economico è cessato, la qualità dell’istruzione è implosa e il diritto al
lavoro ha vacillato. L’incertezza è diventata il risvolto psicologico diffuso
della flessibilità, la precarietà economica ha inaugurato la stagione dei
suicidi, dell’esodo degli investimenti stranieri e dei progetti futuri dei
connazionali. Responsabili non ce ne sono, la crisi non ha avuto mandanti ne
esecutori pare. È successa. La guerra quotidiana per la sopravvivenza non ha
nemici né amici, la si combatte soli una rinuncia dopo l’altra, fin quando agli
sgoccioli delle rinunce possibili, è apparsa all’orizzonte l’occasione del
riscatto.
L’occasione
di riscatto è una conformazione mista di componenti etiche e politiche,
materiale per confezionare una ragione da rivendicare, un’ingiustizia da
denunciare, e un usurpatore da scalzare. In Italia dove tutto va a rotoli, dove
riemerge prepotente il problema del soddisfacimento dei bisogni essenziali ad
erodere lo spazio di attenzione e coltivazione di quelli secondari, dove sono
in corso -come sempre è accaduto in simili circostanze- il progressivo
imbarbarimento collettivo e la crescente disumanizzazione, la narrazione in
tempo reale della decadenza ha trovato nella conformazione fisiognomica e
sociale dei corpi migranti il luogo fisico e semantico della lotta per la
riscossa.
Il migrante è colui che ha diritto a ciò
che all’autoctono è negato, ad ogni forma di welfare, dal vitto all’alloggio
non senza gite fuoriporta e deliziose giornate in piscina. Il migrante ha
diritto alla nullafacenza e alla continua richiesta, a prendere senza dare
usurpando il diritto alla riconoscenza che si deve a quei cittadini caduti in
disgrazia con la Patria e per la Patria. Il diritto alla dignità della vita si
traduce per il migrante, nell’immaginario collettivo, nel diritto al
mantenimento perpetuo e alla tutela. Questa immagine viene poi affiancata e
contrapposta a quella dei pensionati che recuperano le verdure dai cassonetti
alla chiusura dei mercati, a quella di padri di famiglia ridotti ad abitare in
macchina, a quella di giovani esclusi dal mercato di un lavoro che gli è stato
rubato, a quella di un popolo strozzato da un’invivibilità di cui nessuno si fa
carico, fino a che di comparazione in comparazione, scorrendo le mille foto del
dramma italiano, il migrante viene fatto corrispondere al ritratto
inequivocabile del colpevole
E
non perché l’italiano sia razzista. L’italiano medio tendenzialmente sostiene
di non avere pregiudizi, e d’esser capace e pronto a stringere i denti e la
cinghia, in più, di poterlo fare con onore e dignità, senza pretendere ne
delinquere. Ciò che invece non può fare, e ne fa presto una questione etica di
giustizia sociale, o magari di principio, è tollerare che altri non lo
facciano, o che non siano stati chiamati a farlo.
L’Italia
dell’austerity, in cui ad ogni comune cittadino sono stati imposti sacrifici e
ristrettezze, ha inconcepibilmente lasciato che una categoria di individui
restasse esente da questa chiamata nazionale al dovere. I migranti hanno
continuato a sguazzare negli ori di un tempo che fu mentre gli italiani che
quell’età dell’oro hanno tra sudore e sangue tradotto da mito a realtà, ne sono
stati estromessi.
Che ingiustizia, che viltà, che insensatezza! Quale Stato potrebbe mai rinnegare la devozione e la fatica dei suoi uomini e delle sue donne, e farli schiavi di uno straniero miscredente e senza onori?! Solo uno Stato debole, buonista, poco fiero e servile, uno Stato senza palle che non reagisce alla sopraffazione e non si oppone all’invasione.
Che ingiustizia, che viltà, che insensatezza! Quale Stato potrebbe mai rinnegare la devozione e la fatica dei suoi uomini e delle sue donne, e farli schiavi di uno straniero miscredente e senza onori?! Solo uno Stato debole, buonista, poco fiero e servile, uno Stato senza palle che non reagisce alla sopraffazione e non si oppone all’invasione.
Dunque
non è per razzismo ma per patriottismo che l’italiano è pronto all’arma contro
il migrante invasore e usurpatore. Migranti accuditi come bambini ma che invece
sono bruti tracotanti e virulenti, che aggrediscono, rubano e stuprano.
Criminali impuniti e galeotti, che vivono in albergo e hanno l’I-phone, che
occupano le nostre case e non si inginocchiano nelle nostre chiese, che
arrivano in crociera e si godono la pacchia, che fanno mille figli con cui
mentre gradualmente ci sottraggono gli asili e i sussidi, preparano la
sostituzione etnica come soluzione finale.
Siamo
in pericolo. L’italiano che attacca il migrante non attacca, si difende, e sta
in questo la garanzia della genuinità di questa sua nuova guerra, la prova
d’esser nel giusto, l’evidenza del non aver altra scelta. La misura è colma.
L’italiano è globalista e pacifista, ma esasperato. L’italiano è buono e caro,
ma se s’incazza so’ dolori. L’italiano sopporta sopporta, ma quando sbotta
sbotta. Poveri italiani! Carini, educati, civilizzati. Lasciati soli. Soli a
contrastare il nemico, il degrado, il tramonto della culla della cultura e
dell’arte, l’agonia dei figli della grande Roma. Ma adesso basta, con le buone
o con le cattive. L’italiano è ferito nell’orgoglio, umiliato, lui che sgobba
dalla mattina alla sera, che subisce il danno e la beffa, lui che… povero! Ce
lo han tirato per i capelli a dover esser lo stronzo che è.
Questo
è quanto. Estrema sintesi della posizione presa, arringa e apologia insieme,
grido di battaglia a suon di carcerazioni, rimpatri e blocchi navali. Chi si
oppone non ha spina dorsale, se li portasse a casa, che gli violentassero la
zia e gli rubassero l’argenteria. Che gli spiccassero il crocefisso e
convertissero le figlie, che gli vietassero il prosciutto e il bikini, a casa
loro.
L’italiano non parla mai di Schengen e del sistema dei visti, delle
conseguenze attuali del periodo coloniale, dell’ingerenza del primo mondo sulle
questioni medio orientali, sud americane e africane. Non parla mai di
geopolitica né di economia globale, di rimesse dall’estero e industria degli
armamenti, della desecretazione di documenti che provano gravi implicazioni dei
governi democratici nella stabilità o nel crollo di governi con interesse
strategico.
Gli italiani non parlano di finanza né di costo
del denaro, non parlano di sistemi di indebitamento e di desiderabilità dei
passaporti.
L’italiano parla dei Trattati di Dublino
per battere i pugni a Bruxelles, ma senza dire che Salvini ha disertato i 22
incontri per l’approntamento della proposta di modifica mentre simpatizzava con
le politiche anti-migrazione di quei paesi che rifiutano il ricollocamento.
Parla di disoccupazione ma senza dire che il lavoro lo hanno sottratto
l’automazione che non lo ha rubato ma reso non necessario, e la
delocalizzazione che lo ha reso più economico, non il migrante privo di diritti
sindacali. Parla di rimpatri senza dire che un ragazzo eritreo si è
suicidato all’aeroporto di Il Cairo come ultima alternativa all’essere
riconsegnato al regime.
Parlano di credibilità e peso internazionale senza dire che Salvini è disposto a sorvolare sul caso Regeni per la salvaguardia dei rapporti bilaterali. Parlano di pugno duro, di certezza delle pene, di famiglie tradizionali e di valori costituzionali, senza dire che l’insegnante Lavinia Flavia Cassaro è stata licenziata per antifascismo, che una Dirigente Scolastica è stata redarguita per aver espresso sui social indignazione per la vicenda dell’Acquarius, che in 5 città italiane è in partenza la sperimentazione del teaser in dotazione alle forze dell’ordine, che la Direttrice della biblioteca di Todi è stata rimossa per essersi rifiutata di censurare libri per bambini reputati dalla Giunta Comunale di orientamento gender. Parlano di confini senza parlare di morti, naufragi, sparizioni, militarizzazioni. Parlano di Libia senza parlare di Eni; di tunisini senza dire delle 850 imprese italiane a casa loro e dei circa 60.000 dipendenti retribuiti poco più di 100 euro al mese; di minaccia terroristica senza parlare degli intensi rapporti con l’Arabia Saudita; di Israele senza parlare dell’oggettiva occupazione dei territori palestinesi. Di musulmani senza dire dell’armonica continuità con cui i Testi Sacri della tradizione monoteista si attestano. Gli italiani parlano di documenti senza dire mai quali occorrerebbero per arrivare regolarmente, chiedendo il permesso e togliendo il cappello come si confà alle persone per bene. Di qualche giorno fa è un video pubblicato da Imed Soltani in cui intervista un ragazzo tunisino che pare li avesse proprio tutti, ma è stato rifiutato lo stesso. Di qualche mattina fa la notizia su un quotidiano di una donna sub sahariana a cui è stato rifiutato il visto per venire a partecipare alle nozze del figlio con una cittadina italiana. Uno sposo con i documenti in regola, una casa e un lavoro, suoceri rispettabili con CUD, fideiussioni e assicurazioni. I documenti non garantiscono l’accoglimento della domanda, mai.
Parlano di credibilità e peso internazionale senza dire che Salvini è disposto a sorvolare sul caso Regeni per la salvaguardia dei rapporti bilaterali. Parlano di pugno duro, di certezza delle pene, di famiglie tradizionali e di valori costituzionali, senza dire che l’insegnante Lavinia Flavia Cassaro è stata licenziata per antifascismo, che una Dirigente Scolastica è stata redarguita per aver espresso sui social indignazione per la vicenda dell’Acquarius, che in 5 città italiane è in partenza la sperimentazione del teaser in dotazione alle forze dell’ordine, che la Direttrice della biblioteca di Todi è stata rimossa per essersi rifiutata di censurare libri per bambini reputati dalla Giunta Comunale di orientamento gender. Parlano di confini senza parlare di morti, naufragi, sparizioni, militarizzazioni. Parlano di Libia senza parlare di Eni; di tunisini senza dire delle 850 imprese italiane a casa loro e dei circa 60.000 dipendenti retribuiti poco più di 100 euro al mese; di minaccia terroristica senza parlare degli intensi rapporti con l’Arabia Saudita; di Israele senza parlare dell’oggettiva occupazione dei territori palestinesi. Di musulmani senza dire dell’armonica continuità con cui i Testi Sacri della tradizione monoteista si attestano. Gli italiani parlano di documenti senza dire mai quali occorrerebbero per arrivare regolarmente, chiedendo il permesso e togliendo il cappello come si confà alle persone per bene. Di qualche giorno fa è un video pubblicato da Imed Soltani in cui intervista un ragazzo tunisino che pare li avesse proprio tutti, ma è stato rifiutato lo stesso. Di qualche mattina fa la notizia su un quotidiano di una donna sub sahariana a cui è stato rifiutato il visto per venire a partecipare alle nozze del figlio con una cittadina italiana. Uno sposo con i documenti in regola, una casa e un lavoro, suoceri rispettabili con CUD, fideiussioni e assicurazioni. I documenti non garantiscono l’accoglimento della domanda, mai.
Gli italiani parlano di questa gente con 35
euro al giorno senza dire del business degli appalti SPRAR, o che quei fondi
arrivano dall’Europa e non potrebbero in ogni caso essere convertiti da Salvini
in migliori attenzioni agli italiani, senza dire che nessuno ha mai dimostrato
che questo è ciò che i migranti vogliono o di cui hanno bisogno. Questo sistema
d’accoglienza che l’italiano ha dipinto come gratuito, disinteressato, non
necessario e immeritato atto di favore, in realtà è qualcosa che sul migrante
si cala dall’alto e si impone, che lo immobilizza e depriva.
Il sistema di verticalista e decisionista
accudimento produce infantilizzazione e deresponsabilizzazione forzata, perdita
di autonomia e autodeterminazione, remissione alle volontà e ai tempi di terzi,
perdita di identità e dignità, annullamento e invisibilizzazione. Attesa. Si
ricompare davanti ai supermercati con la mano tesa o ai semafori, sempre nel
ruolo marginale del reietto e dell’escluso, qualcuno che nulla conta e nulla
sa, che nulla offre e nulla merita. La lingua italiana dicono si insegni
gratis, ma ciononostante non si impara, l’integrazione è piuttosto prossimità
obbligata in uno spazio stretto, rielaborata a volte in sfruttamento e abuso.
L’incontro accidentale produce il continuo rinnovarsi del disconoscimento.
Sconosciute le storie personali, i percorsi, le ragioni, i talenti.
Disconosciuti i diritti, le violazioni, i soprusi. Illegittimi i desideri,
illegali le rivendicazioni.
Come se i profughi fossero il prodotto di guerre a cui non contribuiamo, o di una povertà non generata dalle nostre dinamiche di arricchimento, e come se i migranti economici su cui più alacremente si abbatte la politica della tolleranza zero, non fossero proprio quelli che somigliano di più ai nostri emigranti. Senza mai pensare a cosa diremmo se fossero loro a scomparire, a subire, a morire. Una nave di soccorso ha ributtato in pasto ai pesci 12 cadaveri non identificati, non avevano celle frigorifero.
Come se i profughi fossero il prodotto di guerre a cui non contribuiamo, o di una povertà non generata dalle nostre dinamiche di arricchimento, e come se i migranti economici su cui più alacremente si abbatte la politica della tolleranza zero, non fossero proprio quelli che somigliano di più ai nostri emigranti. Senza mai pensare a cosa diremmo se fossero loro a scomparire, a subire, a morire. Una nave di soccorso ha ributtato in pasto ai pesci 12 cadaveri non identificati, non avevano celle frigorifero.
I nostri emigranti viaggiano in regola, quelli dal sud del mondo verso
l’Europa e il nord America non possono. Non vogliono? No, non possono.
Quanti italiani sarebbero a Londra se gli
fosse stato chiesto in anticipo di garantire la disponibilità di 35 sterline al
giorno? E se anche a fronte di questa dimostrazione gli venisse comunque negato
l’ingresso e il soggiorno con decisione non motivata e inappellabile? Se di
fatto si stessero escludendo dal diritto alla libera mobilità e all’impresa
economica le popolazioni più povere? Se come già dimostrato in altri testi il
planisfero del potere di mobilità ripropone perfettamente quello gerarchico del
PIL degli Stati? Ci rifiutiamo di condividere la ricchezza o di favorire
effettive possibilità di sviluppo? Si può essere nazionalisti e protezionisti
al tempo del mercato globale?
L’Italia
non ha lavoro da offrire, bene, forse anche vero, ma uno straniero che venisse
a cercarlo potrebbe rendersene conto e rivedere le sue scelte. Potrebbe
decidere in 15 giorni di tornarsene a casa se ad arrivare ci avesse messo non
più di 15 ore. Ma se è in cammino da 15 anni? In nord Africa ci sono ragazzi
sub sahariani che cercano di organizzare l’ultimo grande passo del viaggio per
l’Europa che sono partiti da casa anni e anni prima. Ostacolati da mille muri
naturali, umani e burocratici. Distese di sabbia, fiumi, catene montuose, forze
di sicurezza e trafficanti d’esseri umani, sequestratori, schiavisti,
abusatori, criminali d’ogni sorta. Fame, corruzione, disperazione. Solitudine,
lontananza, violenze. Perché? Speculatori che riempiono navi da mandare alla
deriva nel Mediterraneo in una strage quotidiana di esseri umani e buon senso.
Il
colonialismo ha diviso il mondo in Stati Nazione ricchi e poveri, ha sfruttato
il primato nell’industrializzazione e l’anticipo nello sviluppo tecnologico per
garantirsi il dominio unilaterale delle leggi di mercato, ha utilizzato le sue
disponibilità economiche e politiche per garantirsi l’esclusiva delle risorse,
per cucirsi addosso l’abito del benefattore che supporta e traina. Aiutiamoli a
casa loro. Perché ovviamente non aiutarli affatto sarebbe poco magnanimo o
cristiano, e altrettanto ovviamente si è agito sempre in un’ottica di aiuto.
L’aiuto non è in discussione, umanità e coscienza sono in salvo. Mandiamogli i
nostri abiti dismessi, e lo scatolame a lunga scadenza, mandiamogli anche
qualche bravo imprenditore nostrano a far da tutor, e riportiamo indietro
qualche missionario contrario all’uso dei contraccettivi.
L’aiuto!
Magari quello dei piani alimentari contro la fame nel mondo, per convincere
l’Africa che se non mangi una ciotola di riso a pasto non hai mangiato. Il
riso, in Africa! Mentre carichiamo e portiamo a casa nostra interi containers
di banane, manghi e avocadi. O magari l’aiuto dei finanziamenti con cui
compriamo la sovranità nazionale di intere popolazioni e di Governi
assoggettati dalla minaccia del debito. O magari l’aiuto offerto dalle numerose
congiure per colpi di stato a mezzo Servizi Segreti. Notevole tra queste quella
a firma italiana per la deposizione del presidente Bourghiba in Tunisia,
sorella della più generale e internazionale strategia di sostituzione dei
governi democratici mediorientali a rischio ingerenza sovietica, con gruppi di
potere religiosi che mai si sarebbero alleati con degli atei spudorati. La
Guerra Fredda non si studia. L’italiano nulla sa della storia recente e
contemporanea, eppure dice, dice, dice. L’italiano parla a priori, esprime
opinioni, ha libertà di parola. Nessun obbligo di verità, nessun vincolo di
conoscenza. L’italiano inneggia alla democrazia per giustificare il diritto
proprio, e la accusa per definire ingiustificabile quello altrui. L’Italia
ripiomba nel buio delle aggressioni fasciste. Spranghe, pistole, coltelli e
omicidi. Macerata, Firenze, Rosarno, Milano. La cronaca racconta la progressiva
e quotidiana legittimazione dell’insofferenza e dell’odio. Il registro
linguistico è sempre più basso, al livello delle altezze o delle profondità delle
riflessioni di cui siamo capaci.
La Lega ricuce lo strappo col meridione e lo allea a combattere un sud un po’ più a sud. Una ragazza in un ospedale italiano ha ritenuto di rifiutarsi di essere assistita da un sanitario nero, una signora anziana su un mezzo pubblico ha ritenuto di prendere “un nero” a bastonate perché doveva cederle il posto, una donna in Spagna ne ha aggredito un altro, sempre nero, a bottigliate in un bar perché non doveva starle dietro in fila alla cassa. A Roma la Giunta comunale vota il tributo dell’intitolazione di una via pubblica ad Almirante, e da nord a sud il Paese risuona di citazioni delle leggi razziali.
La Lega ricuce lo strappo col meridione e lo allea a combattere un sud un po’ più a sud. Una ragazza in un ospedale italiano ha ritenuto di rifiutarsi di essere assistita da un sanitario nero, una signora anziana su un mezzo pubblico ha ritenuto di prendere “un nero” a bastonate perché doveva cederle il posto, una donna in Spagna ne ha aggredito un altro, sempre nero, a bottigliate in un bar perché non doveva starle dietro in fila alla cassa. A Roma la Giunta comunale vota il tributo dell’intitolazione di una via pubblica ad Almirante, e da nord a sud il Paese risuona di citazioni delle leggi razziali.
Si
torna alla differenza biologica, al piano “animale” della comparazione, allo
zero antropologico. E da bravi animali, coerenti al principio dell’homo homini
lupus ci classifichiamo in relazione al posto occupato nella catena alimentare.
L’uomo bianco nord occidentale è il re della giungla, i capobranco sono
preferibilmente aitanti e poco edotti, un po’ sfacciati e capaci nelle
dimostrazioni di forza. Le loro femmine stanno un passo indietro e stirano
camice, inferiori ma non soggette al veto del tripudio dell’erotismo e della
carne, mica represse come le femmine mussulmane! Gli animaletti assortiti della
jungla, o magari della vivificata fattoria orwelliana, sono tenuti al
rispetto e all’obbedienza. Schedati, picchiati, arrestati o licenziati
manifestanti e oppositori. La propaganda a reti unificate erode gli spazi di
dissenso e diffonde messaggi subliminali di esortazione alla violenza, saccenza
e prepotenza fagocitano le possibilità di dialogo e riducono alla
banalizzazione imperante. Ferma la produzione di discorso all’urlo sguaiato di
semplificate sentenze, slogan e frasi fatte. La massa procede inconsapevole
verso il proprio regresso a colpi di carote, bastoni e indottrinamento, fino a
diventare braccio armato di un conflitto da cui non avrà nulla da guadagnare.
L’Italia
non vuole sapere e non vuole ascoltare, non vuole pensare, vuole solo reagire,
tifare, parlare senza argomentare, per incitare senza spiegare, per mentire,
circuire e plasmare.
La cultura dell’odio raccoglie consenso, dilaga tra i grandi e si fa
esempio tra i piccoli, molti adolescenti digiuni di conoscenze storiche e
politiche sono già convinti assertori della natura negativa del fenomeno
migratorio, alcuni perfino sostenitori dell’interventismo difensivo, e udite
udite, della superiorità oggettiva di talune “razze” e culture.
Il
sottosviluppo di determinate aree geografiche si spiega con una sorta di “tara”
genetica, e un certo fantasticare ariano si manifesta nell’ipotesi
hollywoodiana di uno scontro finale tra il bene e il male.
Mala tempora currunt, nonostante il progresso sia inarrestabile e l’umanità ancora in corsa verso il miglior futuro. L’età media cresce, i delitti calano, la tecnologia ci affranca dalle fatiche e ci lancia alla conquista dello spazio. L’alfabetizzazione cresce anche se la cultura cala. Forse questi rigurgiti di ignoranza sono sacche ristrette di resistenza all’evoluzione, contrasto insignificante ad uno sviluppo che comunque non verrà inficiato. Alcuni positivisti ne sono convinti. Io, dalla prospettiva che offre lo sguardo umanista, penso più ai ricorsi storici di Vico e alle decadenze, ai numerosi passi indietro che hanno segnato la storia dell’uomo, a quante volte abbiamo perso il passato e abbiamo dovuto faticosamente riscoprirne e riconquistarne la grandezza. Nell’inconsapevolezza dei più leggo il rischio che questo possa nuovamente accadere, e che in realtà sia già in atto.
Mala tempora currunt, nonostante il progresso sia inarrestabile e l’umanità ancora in corsa verso il miglior futuro. L’età media cresce, i delitti calano, la tecnologia ci affranca dalle fatiche e ci lancia alla conquista dello spazio. L’alfabetizzazione cresce anche se la cultura cala. Forse questi rigurgiti di ignoranza sono sacche ristrette di resistenza all’evoluzione, contrasto insignificante ad uno sviluppo che comunque non verrà inficiato. Alcuni positivisti ne sono convinti. Io, dalla prospettiva che offre lo sguardo umanista, penso più ai ricorsi storici di Vico e alle decadenze, ai numerosi passi indietro che hanno segnato la storia dell’uomo, a quante volte abbiamo perso il passato e abbiamo dovuto faticosamente riscoprirne e riconquistarne la grandezza. Nell’inconsapevolezza dei più leggo il rischio che questo possa nuovamente accadere, e che in realtà sia già in atto.

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