Bilanci aperti/ Affrontare
il nodo della trasparenza del bilancio dello Stato significa fare i conti con
la sua natura, fatta per gran parte da grandezze incerte. Rompendo il monopolio
informativo degli organismi che rientrano nella sfera dell’esecutivo.
Giuseppe
Pisauro, Sbilanciamoci
20 luglio 2018
Perseguire
effettivamente la trasparenza del bilancio pubblico richiede di non trascurare
il fatto che in buona parte esso è composto da grandezze incerte. Di questo
aspetto vi è scarsa consapevolezza nell’opinione pubblica e nei media. Spesso
la discussione del bilancio trascura il fatto che il suo oggetto di interesse,
almeno a partire dalla seconda metà del secolo scorso, ha mutato profondamente
natura.
Nel
corso del XX secolo si è passati da un bilancio approssimativamente certo e
controllabile (in cui le voci di spesa più importanti erano la difesa e i
lavori pubblici mentre, tra le entrate, prevalevano imposte di natura reale,
come quelle catastali, con un gettito relativamente certo e dazi doganali) a un
bilancio che risente in misura accentuata dell’influenza delle condizioni economiche,
demografiche e sociali sulle voci di entrata e di spesa.
Voci
di spesa che diventano sempre meno prevedibili, poiché dipendono dalla dinamica
demografica (ad esempio, pensioni, sanità e istruzione), dall’andamento
dell’economia (ad esempio, i sussidi di disoccupazione) e dalla domanda
individuale di servizi da parte dei cittadini. Dal lato delle entrate, gettiti
che dipendono dall’andamento congiunturale delle basi imponibili e dalla
disponibilità all’adempimento volontario di un gran numero di contribuenti.
Per
inciso, questa evoluzione è alla base della perdita di efficacia del vincolo
costituzionale dell’articolo 81 rispetto alle intenzioni originarie, che
prefiguravano un tendenziale pareggio complessivo del bilancio conseguito
attraverso l’imposizione di un vincolo di pareggio al margine, riferito alle
innovazioni legislative (il vecchio quarto comma: “Ogni altra legge che importi
nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte”).
La
sostanziale equivalenza tra pareggio al margine e pareggio complessivo è valida
se il bilancio è certo e prevedibile, non più se il bilancio dipende da
variabili e comportamenti non controllabili. Una divergenza che si è accentuata
negli anni ’70 e ’80 del Novecento, contrassegnati da rapide trasformazioni,
elevata inflazione e profondi squilibri. Tutto ciò spiega risultati anche molto
diversi rispetto alle previsioni e agli obiettivi di finanza pubblica ed è alla
base delle riforme del processo di bilancio concentrate in quei due decenni.
La
questione dell’incertezza che circonda la relazione tra bilancio ed economia si
è riproposta con particolare intensità negli anni della Grande recessione.
L’evidenza empirica (risultati di finanza pubblica molto diversi dalle
previsioni di consenso) ha portato a rivedere le convinzioni che si erano
affermate nei decenni precedenti sulla dimensione dell’effetto che misure di
aumento delle imposte e di taglio delle spese hanno sul livello di attività
economica e, come effetto di retroazione, sulle stesse grandezze di bilancio.
Si è così affermato il punto di vista secondo cui i moltiplicatori fiscali
(appunto, l’effetto di variazioni della spesa e delle imposte sul prodotto
nazionale) sono più elevati del normale in fasi di recessione e con tassi di
interessi nominali vicini a zero.
Che
significato assume la “trasparenza del bilancio” in un contesto come quello
delineato? Certamente richiede che siano noti i modelli di previsione
utilizzati e le ipotesi adottate. Ma ciò non è sufficiente. Occorre, per quanto
è possibile, garantire che le stime ufficiali siano “prudenti”. Previsioni
ottimistiche sull’andamento futuro dell’economia implicano previsioni
ottimistiche sull’andamento dei gettiti fiscali e quindi spazi di manovra
eccessivi per nuove misure di aumento delle spese o di riduzione delle imposte.
Analogamente,
stime ottimistiche dell’effetto che particolari misure di bilancio (ad esempio,
una riduzione delle imposte) avranno sull’economia portano a una
sottovalutazione del costo di quelle misure e, quindi, di nuovo a una
proiezione distorta della dinamica futura del saldo di bilancio.
Come
evitare un sistematico ottimismo nella stima di grandezze per loro natura
incerte? L’unico modo è mettere le stime ufficiali a confronto con quelle
effettuate da organismi indipendenti. Il principio è quello della peer review.
Non si tratta di evitare che le stime siano “sbagliate” – in un mondo incerto
non vi è modo di ottenere questo risultato – bensì di fare in modo che la
previsione (o la stima) ufficiale non sia sistematicamente diversa da quella
ottenuta da un previsore esterno che dispone delle stesse informazioni.
Questo
ruolo è svolto in molti ordinamenti dalle istituzioni fiscali indipendenti.
Esempi di lungo corso sono il CPB (Central Plan Bureau) olandese istituito nel
1945, e il CBO (Congressional Budget Office) americano nel 1975. Nell’ultimo
decennio istituzioni fiscali indipendenti sono nate in molti paesi: in Italia
nel 2014 è stato istituito l’UPB (Ufficio Parlamentare di Bilancio), che tra i
suoi compiti ha la validazione delle previsioni macroeconomiche ufficiali, la
valutazione del quadro di finanza pubblica e degli effetti dei principali
provvedimenti.
La
trasparenza di un bilancio composto per larga parte da grandezze soggette a
incertezza richiede la rottura del monopolio informativo degli organismi che
rientrano nella sfera dell’esecutivo. Istituzioni fiscali indipendenti sono lo
strumento designato ad aprire la “scatola nera” del bilancio, a rendere questa
informazione disponibile all’opinione pubblica e a migliorare la possibilità di
partecipare in modo informato al processo di formazione del bilancio.

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