Altro che flat tax, l’
Ocse certifica la necessità di un impianto impositivo a chiara vocazione
redistributiva visto che la disuguaglianza risulta dannosa per la crescita di
lungo periodo. Servirebbe una patrimoniale sulla ricchezza netta.
Greta
Veresani, Sbilanciamoci
20 luglio 2018
Il
10% più ricco della popolazione OCSE guadagna 9.5 volte il reddito del 10% più
povero. Il rapporto negli anni ’80 era di 7 a 1.
I
dati sulla crescita del reddito suggeriscono ulteriori aumenti di
diseguaglianza. Piketty e Zucman hanno dimostrato che negli Stati Uniti tra
1980 e 2013 il reddito medio nazionale per adulto è cresciuto del 60% in
termini reali, ma quello del 90% più povero è aumentato solo del 30% e per il
50% più povero non è cresciuto affatto: i redditi più alti crescono di più.
La
ricchezza è ancor più iniquamente distribuita del reddito. In 18 paesi OCSE il
40% più svantaggiato detiene solo il 3% della ricchezza. Il 10% più in alto
nella distribuzione detiene il 50% e l’1% più ricco ne detiene un quinto.
Sono
i dati del rapporto OCSE “The role and Design of net wealth taxes in the
OECD”(2018).
L’economia
mainstream ha sempre sostenuto l’esistenza di un trade-off , una relazione
inversa, tra crescita ed eguaglianza.
Per
lasciar crescere l’economia bisognerebbe, almeno in un primo momento, accettare
l’effetto collaterale dell’aumento della disparità per poi registrarne una
diminuzione, grazie agli effetti positivi generalizzati dello sviluppo. Dopo
un’effettiva riduzione tra gli anni ‘50 e ‘80, però, si registra un ritorno ai
livelli di disuguaglianza di un secolo fa.
OCSE
e FMI hanno a lungo raccomandato politiche di crescita affidate al ruolo dei
mercati e alle “riforme strutturali” con una riduzione delle imposte e della
spesa pubblica a sostegno della redistribuzione. Le politiche d’austerità
adottate in risposta alla crisi del 2008 – limiti al deficit del bilancio
pubblico, attenuazione della tassazione di attività finanziarie e ricchezza,
privatizzazioni – hanno però ottenuto come risultato un aumento della
disuguaglianza ed anche una stagnazione prolungata.
Secondo
l’Economic Outlook dell’OCSE (2017) la crescita dell’economia mondiale sta
aumentando leggermente ma resta sotto i livelli pre-crisi.
L’Italia
in particolare, nonostante la riduzione di deficit e indebitamento e il
rispetto dei vincoli strutturali, registra una crescita del PIL inchiodata al
di sotto dell’1,5%, ben inferiore alla media europea.
D’altra
parte, l’evidenza delle disparità distributive sta riacquistando centralità,
dando spinta a un rinato interesse verso progressività e imposte patrimoniali.
L’OCSE
stessa ha recentemente riconosciuto che la disuguaglianza risulta dannosa per
la crescita di lungo periodo e che le politiche strutturali devono essere
accompagnate da misure che distribuiscano in modo più equo i dividendi della
crescita.
I
principali fattori alla base della crescente iniquità indicati dal rapporto
sono globalizzazione, liberalizzazione dei mercati, cambiamento tecnologico,
concentrazione di impresa, declino delle occupazioni medio basse, innalzamento
del potere contrattuale dei soggetti ad alto reddito, abbassamento
dell’aliquota marginale sui redditi più elevati, sistema fiscale generalmente
meno progressivo.
Secondo
Piketty un fattore centrale è costituito da rendimenti del capitale superiori
al tasso crescita del PIL e al conseguente aumento del rapporto
capitale/lavoro. Fondamentale, quindi, il ruolo della ricchezza. Con il crescente
ruolo assunto dalla finanza e le frequenti bolle speculative dei mercati
finanziari e immobiliari, infatti, il valore della ricchezza è aumentato più
velocemente della crescita del PIL favorendo l’aumento dei redditi più alti.
Nonostante
i dati abbiano registrato una crescente diseguaglianza nelle distribuzioni del
reddito e della ricchezza a partire dagli anni ‘80 del secolo scorso, tra gli
anni ‘90 e ‘00 molti paesi hanno abrogato l’imposta patrimoniale sulla
ricchezza netta e si è verificata una generale diminuzione dell’aliquota
fiscale applicata alle fasce di reddito più elevate e ai redditi da capitale.
In
particolare, secondo il rapporto, il valore medio non ponderato dell’aliquota
dell’imposta sul reddito delle società è diminuita dal 47% al 24% tra il 1981 e
il 2017. Quello dell’aliquota applicata ai dividendi dal 75 al 42%. Inoltre,
nonostante i redditi crescano a un ritmo più elevato nella parte più alta della
distribuzione rispetto a quanto accade nella parte bassa, si registra un
abbassamento consistente dell’aliquota media IRPEF dei soggetti ad alto
reddito: dal 65,7% nell’81 al 41,4% nel 2008.
Come
dimostrato dal caso norvegese la tassazione della ricchezza può aumentare la
progressività complessiva del sistema fiscale e, data la forte concentrazione
nella parte più alta della distribuzione, anche un prelievo relativamente
modesto potrebbe già risultare efficace.
Le
sole tasse sui redditi da capitale non sembrano, invece, abbastanza per
contrastare l’accumulazione della ricchezza, anche perché il rendimento residuo
post tassazione generalmente non viene consumato dai contribuenti più ricchi, e
viene invece reinvestito innescando un ulteriore processo di accumulazione
della ricchezza.
Secondo
il rapporto la ricchezza tende, quindi, ad auto-rigenerarsi. La propensione
marginale al risparmio aumenta con il reddito. Maggiore risparmio consente
maggiori investimenti, i cui rendimenti aumentano anch’essi all’aumentare della
ricchezza. I contribuenti più ricchi hanno un assetto proprietario diversificato
e possono più facilmente investire in attività maggiormente rischiose con tassi
di rendimento più elevati. Inoltre, possono condurre una più appropriata
gestione delle attività finanziarie e hanno maggiore accesso a servizi di
pianificazione fiscale e a prestiti.
La
ricchezza consolida il potere, e questo a sua volta consente di reinnescare il
processo di accumulazione della ricchezza stessa. L’imposta sulla ricchezza
netta è, però, la forma di tassazione meno ricorrente nei paesi OCSE. Vi fanno
ricorso solo Canada, Francia, Lussemburgo, Norvegia, Spagna e Svizzera.
Più
diffusa è l’imposta sulla proprietà immobiliare che ha un’ampia base
imponibile, essendo la casa la principale forma di ricchezza nell’area OCSE.
Molto diffuse anche le imposte su transazioni finanziarie, donazioni ed eredità
– seppure l’Italia resta indietro su questo fronte, come spesso sottolineato da
Sbilanciamoci!, sia in riferimento alla tassazione sulle transazioni
finanziarie sia riguardo all’imposta sulle successioni.
Queste
ultime, le imposte di successione, permettono di ridurre le disparità
intergenerazionali e di aumentare l’eguaglianza di opportunità. Il rapporto
riferisce che l’eredità cresce con reddito: gli anziani di oggi possiedono una
maggiore ricchezza da lasciare in eredità rispetto ai loro predecessori. La
ricchezza dei giovani dipende sempre di più dallo status dei genitori.
Differentemente
dalle altre imposte sulla ricchezza personale, però, l’imposta sulla ricchezza
netta colpisce la totalità dello stock di ricchezza – beni mobili, immobili,
attività finanziarie – e riflette in modo più appropriato la capacità
contributiva. Inoltre, risulta essere maggiormente progressiva di un’imposta
applicata unicamente sugli immobili, poiché le attività finanziarie
costituiscono una porzione molto ampia della ricchezza assorbita dalle fasce
più alte di reddito.
L’imposta
sulla ricchezza, diversamente dall’imposta sui redditi da capitale, viene
determinata a prescindere dal rendimento effettivo ed equivale in linea teorica
a tassare un presunto rendimento. In questo modo, dunque, si va implicitamente
ad applicare un’imposta effettiva più bassa sulle attività ad alto rendimento
rispetto a quella applicata alle attività basso rendimento che potrebbero
essere dunque penalizzate.
E’
possibile, però, evitare effetti negativi sull’equità esentando alcune
tipologie di depositi bancari, applicando soglie di esenzione che assicurino
che solo le fasce più ricche della popolazione siano soggette all’imposizione,
o modulando l’imposta con aliquote progressive.
In
ogni caso vi sono due aspetti positivi legati alla tassazione degli asset anche
in assenza di rendimento effettivo.
Il
primo è l’incentivo ad una più produttiva gestione delle risorse, per cui la
tassa patrimoniale sulla ricchezza netta potrebbe essere un efficiente
sostituto della tassazione dei redditi da capitale. Il secondo è che la
ricchezza procura dei vantaggi che vanno oltre al reddito derivante dalla
ricchezza stessa. I contribuenti più ricchi hanno maggiori risorse a cui attingere
e dovrebbero essere tassati con un’aliquota maggiore rispetto ai contribuenti
con meno risorse, anche se guadagnano lo stesso reddito. Infatti, oltre al
reddito che genera senza sacrificio di tempo libero, la ricchezza può conferire
status sociale, potere e maggiori opportunità.
Al
di là degli aspetti più tecnici ciò che emerge dal rapporto è che, in assenza
di un adeguato impianto impositivo a chiara vocazione redistributiva, la
diseguaglianza tenderà a crescere pericolosamente. Questa è esattamente la
tendenza a cui assistiamo da decenni nelle economie a capitalismo avanzato e in
particolar modo a seguito dello scoppio della crisi del 2008. Emerge dunque la
necessità di una patrimoniale strutturata che vada a contrastare e
controbilanciare in modo deciso il processo di accumulazione della ricchezza.

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