Alberto
Bellotto, Gli occhi sulla guerra
20 luglio 2018
La
grande macchina della violenza jihadista che dal Medio Oriente si è diffusa in
tutto il mondo, creando consensi e morte in Africa e attaccando più volte
l’Europa, ha sempre bisogno di benzina. Necessita di rifornimenti continui
perché il terrore costa. I soldi, milioni di dollari, servono per mantenere in
funzione la macchina islamista. Il costo del terrore è sempre alto, dai 500
dollari spesi per l’attentato alla maratona di Boston del 2013, ai 450mila
sborsati da Al Qaeda per l’11 settembre. I canali di approvvigionamento delle
casse jihadiste possono essere divisi in gruppi.
Le
attività illecite
Le
formazioni islamiste usano modalità simili a quelle delle grandi organizzazioni
criminali: traffico di droga, armi, tabacco, esseri umani. Ma anche rapine,
furti, tasse sui territori controllati e sequestri di persona. In questo senso
un anno fa fece scalpore quanto successe alla famiglia reale qatariota. Come ha
raccontato il Financial Times , Doha pagò circa 1 miliardo di dollari di
riscatto per due sequestri. Il primo, del valore di 700 milioni per rilasciare
26 membri della famiglia reale sequestrati nel sud dell’Iraq e andato a una
milizia sciita. L’altro invece da 2-300 milioni è andato a un gruppo jihadista
in Siria, Tahrir al-Sham, la formazione qeadista derivata da Al Nusra.
I rapporti con gli
Stati
Il
caso qatariota, se da un lato si può configurare come un riscatto, è stato
visto da molti come un finanziamento diretto a organizzazioni terroristiche.
Infatti un modo per sopravvivere che hanno i gruppi islamisti è quello di
appoggiarsi a Stati che fanno da sponsor, come il Qatar appunto, ma anche
l’Iran e l’Arabia Saudita. Herzi Halevi, capo della sezione intelligence
dell’esercito israeliano, ha raccontato che i suoi uomini hanno visto andamenti
interessanti nei flussi di denaro verso le organizzazioni terroristiche. Quelle
formazioni assistite da un Paese sponsor (Hezbollah, Hamas) godono di migliore
salute rispetto a quelle che dipendono da risorse proprie (Isis e Boko Haram).
Metodi legali e
alternativi
Le
nuove tecnologie hanno permesso all’Isis, come ad Al Qaeda e ad altre
formazioni, di accedere a sistemi alternativi per raccogliere fonti. In questo
senso un anno fa il Wall Street Journal raccontò la storia di come un network
guidato da un leader dell’Isis utilizzasse eBay per trasferire denaro a un
operativo negli Stati Uniti. Allo stesso tempo lo Stato islamico ha usato
YouTube non solo per diffondere il proprio messaggio, ma anche per fare leva
sulle migliaia di visualizzazioni e i conseguenti introiti pubblicitari. Non
solo. L’Isis avrebbe usato la blockchain per le criptovalute come i bitcoin,
per spostare flussi di denaro senza essere scoperto. Joseph Fitsanakis,
ricercatore della Coastal Carolina University, ha spiegato che spesso i
terroristi usano la Darknet per guadagnare vendendo ogni tipo di prodotto, dai
film paratati ai vestiti, pagando tutto con criptovalute.
Alcuni
dei gruppi più ricchi
Hezbollah
Il
“Partito di Dio”, secondo le stime dell’intelligence israeliana, otterrebbe
circa il 70-80% delle sue entrate annuali direttamente dall’Iran. Teheran
staccherebbe ogni anno un assegno di circa 800 milioni di dollari. Il che fa
supporre che l’organizzazione, che può contare su quasi 50mila effettivi, abbia entrate complessive che si aggirano
intorno a un miliardo di dollari. Ma Hezbollah ha elaborato anche una serie di
altri strumenti per garantirsi nuovi introiti. In particolare attraverso il
traffico di stupefacenti, come nel caso della cocaina passata dalla Colombia
attraverso il Venezuela, con operazioni che hanno creato diversi imbarazzi
all’amministrazione Obama. Secondo inchieste successive della giustizia
americana è stato scoperto anche un sistema internazionale che attraverso
meccanismi di compra-vendita permetteva di guadagnare attraverso il commercio
di diamanti e addirittura auto usate.
I talebani
Gli
eredi della guerra ai sovietici, che hanno controllato l’Afghanistan fino
all’intervento americano, hanno un sistema di guadagno che si muove su due
binari. Il meno remunerativo, ma costante, deriva dal controllo del territorio:
più ne controlla maggiore è il flusso di denaro. L’altro è il commercio di
droga. Secondo una stima dell’esercito americano i talebani incasserebbero
circa 320 milioni di dollari l’anno dal traffico di narcotici, che compone
circa il 50-60% dei guadagni del gruppo. Anche per questo motivo Washington ha
deciso di avviare una campagna di bombardamenti mirati contro le piantagioni di
oppio. Secondo l’ufficio “Drugs & Crime” delle Nazioni Unite lo scorso anno
lo spazio coltivato a papaveri è aumentato del 63% rispetto al 2016. L’altra
grande fonte di guadagno dei talebani è data dalla sfruttamento delle risorse
minerarie come nei territori dei quali hanno il controllo in particolare per
l’estrazione di rame e ferro. Come per Hezbollah, anche i talebani hanno uno Stato
sponsor: l’Arabia Saudita. Circa due anni fa il
New York Times raccontò come Riad sia stata in prima linea
nell’aiutarli, con finanziamenti diretti e indiretti.
Al Qaeda
Tra
le più note organizzazioni criminali, almeno fino all’avvento dello Stato islamico,
l’organizzazione fondata da Osama Bin Laden è sempre stata un’abile macchina
capace di generare sempre nuovi guadagni. La formazione qeadista, dopo le
guerre in Afghanistan e Iraq degli Stati Uniti, e soprattutto dopo l’ascesa
dello Stato islamico, ha saputo ricostruirsi a partire da una struttura
decentrata. In particolare creando ramificazioni locali molto potenti:
·
Aqim
(Al Qaeda nel Maghreb islamico), attiva in Libia, Algeria, Costa d’Avorio,
Mali, Nigeria, Tunisia e Burkina Faso fonda i suoi guadagni sui traffici
illegali di esseri umani, droga, armi e tabacco. Una stima dell’Onu ha valutato
che solo il mercato nero delle sigarette vale 60 miliardi di dollari all’anno
in tutto l mondo, ciò significa che parte di questo flusso finisce direttamente
nelle casse delle organizzazioni. Altra grande fonte di guadagno è il mercato
dei sequestri, sviluppato e ampliato in particolare da Mokhtar Belmokhtar, che
realizzò il grande sequestro di un impianto della Bp in Algeria nel 2013.
·
Aqap
(Al Qaeda nella Penisola Arabica) operante soprattutto in Arabia Saudita e
Yemen. Potente soprattutto grazie al lungo conflitto yemenita, questo ramo
dell’organizzazione controlla fette del territorio. Buona parte delle sue
risorse attuali sono state accumulate grazie al periodo in cui controllò la
città portuale di Mukalla. Tra il 2015 e 2016 arrivò a gestire un flusso di
denaro di quasi due milioni di dollari al giorno grazie a imposte e tasse.
·
Al
Shabaab, la formazione discesa dalla Corti islamiche in Somalia che si è legata
a Ayman al-Zawahiri. Gran parte dei fondi arrivano grazie alle tasse sul
territorio controllato, ma anche dall’attività di pirateria. Ma nel febbraio di
quest’anno un’inchiesta della Cnn ha
scoperto che i miliziani riescono ad arrivare anche ai fondi internazionali che
in realtà dovrebbero servire per aiutare la popolazione locale.
·
Tahrir
al Sham, l’emanazione qeadista della guerra siriana, già nota come Al Nusra.
L’ultima sigla della galassia siriana si rifornirebbe sia con i soldi dei
riscatti che soprattutto grazie al supporto delle petromonarchie del Golfo.
Come la storia che abbiamo visto sul Qatar.
Isis
Nel
2014 il Dipartimento del Tesoro americano stimò che le entrate annuali dello
Stato islamico fossero grossomodo riassumibili così: 500 milioni dallo
sfruttamento di risorse petrolifere, 200 dalle richieste di tasse nei territori
controllati, 45 dal business dei rapimenti e 5 dalle donazioni. Più in
dettaglio si riteneva che la macchina jihadista fosse in grado di incassare in
un solo mese 40 milioni dalla vendita dell’oro nero, 3,7 dai saccheggi e 2
dalla tassazione. Secondo i francesi invece quel guadagno era ancora più alto:
Bernard Bajolet, il direttore Dgse (il servizio informativo all’estero
dell’intelligence transalpina), in un audizione del 2016 ha confermato
al’Assemblé national che l’Isis poteva contare su un patrimonio di 2 miliardi
l’anno.
Nel
2015 un rapporto del Financial Action Task Force aveva calcolato che le
bandiere nere riuscivano a guadagnare da cinque diverse fonti:
I
proventi illeciti dell’occupazione del territorio (uso risorse, rapine, tasse,
vendita di reperti archeologici ecc)
·
Rapimenti
per la richiesta di riscatti
·
Donazioni
di enti o Paesi
·
Supporto
materiale delle migliaia di foreign fighter
·
Finanziamento
attraverso la rete
La
fonte di ricavo principale era data dall’uso sapiente del territorio. Durante i
lunghi anni dell’embargo l’Iraq di Saddam Hussein aveva creato una fitta rete
di network per trafficare petrolio e altri beni verso Turchia, Giordania e
Siria. Un reticolo che l’Isis ha saputo sfruttare molto bene. Il primo segno
del collasso, soprattutto economico, è arrivato quando la coalizione
internazionale ha iniziato a bombardare duramente pozzi petroliferi e
raffinerie, una mossa che ha colpito duramente il funzionamento del Califfato,
che poi è collassato sotto i colpi delle offensive nei quadranti siriani e
iracheni.
Con
la perdita della forma statuale per l’organizzazione si sono poste nuove sfide,
anche se diversi esperti, come scrive un report del Parlamento europeo, sono
convinti che la flessibilità del gruppo gli permetterà di sopravvivere. Se è
vero come ha notato l’International Centre for the Study of Radicalization and
Political Violence che tra il 2015 e 2016 i guadagni sono diminuiti del 54%, va
anche detto che l’organizzazione ha effettuato una sorta di spending review per
ridurre e ottimizzare i costi. Costi che si rivelano sufficienti anche a fronte
di una diminuzione degli stessi combattenti, sia per quelli caduti, che per quelli
che sono ripartiti (per tornare a casa), o per andare in altri Paesi a
combattere.
Ma
non è tutto. Secondo un legislatore iracheno, lo Stato islamico avrebbe fatto
uscire da Iraq e Siria qualcosa come 400 milioni di dollari mentre altri
sarebbero stati investiti in piccoli business locali grazie a prestanome.
Sempre secondo fonti del governo di Baghdad, i contabili delle bandiere nere
avrebbero iniettato nel tessuto economico locale 250 milioni.
Sia
nella capitale che nelle zone libere i terroristi hanno fatto leva sulle
ambizioni di intermediari che non hanno mai avuto legami diretti con
l’organizzazione e che quindi possono operare in tranquillità. Queste persone
ricevono una quota dell’investimento e poi lo Stato islamico incassa i
profitti. Si tratta di concessionarie d’auto, farmacie e negozi di elettronica,
ma l’attività più remunerativa è sicuramente quella di “money change”.
Una
pratica avviata già durante la guerra. Questo è stato uno strumento molto
importante per portare via il denaro dall’area. Diversi cambi valuta turchi
nelle città lungo il confine con la Siria all’inizio del 2018 hanno raccontato
che nell’ultimo anno l’Isis ha fatto transitare grandi flussi di denaro oltre
confine, il tutto usando la hawala, un sistema di trasferimento di fondi basato
sulla legge islamica, molto rapido ma molto difficile da tracciare. Ovviamente
questi trasferimenti richiedono decine di hawaladar (il garante del
trasferimento) e settimane per essere compiuti. Una singola coppia di
intermediari non può funzionare. Quindi lo Stati Islamico per portare fuori da
Siria e Iraq i propri soldi ha impiegato diversi hawaladar tra Turchia, Europa,
Libano e Paesi del Golfo. Non solo. Per il suo stesso carattere informale è
molto difficile che gli intermediari registrino i movimenti di denaro.
Ahmet
Yayla, capo del antiterrorismo turco, ha spiegato che molti di questi soldi si
trovano in Turchia. In parte sono stati usati per acquistare dell’oro, mentre
altri sono stati depositati per future operazioni e per mantenere cellule
dormienti. In occasioni delle indagini sull’attentato del primo gennaio 2017 in
un nightclub di Istanbul, la polizia ha scoperto un centinaio di case nella
città che ospitavano operativi dell’Isis e nascondevano circa 500mila dollari.
È chiaro quindi che l’Isis ha progettato il dopo Califfato quasi in ogni
dettaglio. A partire dalla gestione dei soldi. I fondi raccolti negli anni
della violenza sono stati impacchettati e spostati per essere tenuti a
disposizione. Allo stesso tempo è chiaro che il ritorno alle origini,
all’insorgenza di quando ancora il gruppo si chiamava Aqi, comporterà un
ritorno a forme tradizionali di “guadagno”. Rapimenti, estorsioni, anche se
l’esperienza amministrativa verrà applicata in nuovi contesti, come è stato nel
caso del laboratorio afghano.

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