Lorenzo
Vita, Gli occhi sulla guerra
20 luglio 2018
Era
il 4 ottobre del 2017 quando il Pentagono informò della morte di quattro Berretti
Verdi in Niger, uccisi in un’imboscata di gruppi affiliati allo Stato islamico.
Con quelle quattro morti, l’America comprese che i propri militari combattevano
anche in Africa, al pari di Afghanistan, Iraq e Siria. E non era un impegno
soltanto di assistenza, come detto più volte dai vertici della Difesa: gli
uomini delle forze speciali combattevano insieme ai soldati degli Stati
africani. E potevano morire.
Da
quel momento, l’impegno degli Stati Uniti nel continente africano è stato
analizzato e capito sotto un altro aspetto. I morti avevano gettato una nuova
luce: le forze americane erano implicate direttamente in alcuni fra i peggiori
teatri di guerra del mondo. E questo nonostante molti, nell’opinione pubblica
statunitense, considerino quelle guerre come conflitti del tutto lontani dagli
interessi nazionali.
La
Sezione 127e
Un’inchiesta
della rivista Politico ha deciso di scavare nel profondo di questo
coinvolgimento militare in Africa, andando a capire esattamente dove e come
operano le forze speciali Usa. La realtà scaturita da interviste a ufficiali
che hanno mantenuto il più stretto anonimato, è che le truppe d’élite di
Washington pianificano, dirigono e combattono in operazioni clandestine (e non)
in almeno otto Paesi africani.
Sotto
l’amministrazione di Barack Obama e Donald Trump, in particolare negli ultimi
cinque anni, l’impegno è aumentato. “L’esercito ha fatto affidamento su partner
in altri paesi per svolgere missioni cruciali contro sospetti terroristi, per
evitare perdite americane dopo anni di massiccio coinvolgimento diretto in Iraq
e Afghanistan”, spiega Politico. “Ma il fatto che gli americani pianifichino e
mantengano il controllo operativo delle missioni conferisce loro una maggiore
capacità di colpire rapidamente le minacce”. Questo comporta inevitabilmente
che siano loro a dover essere coinvolti direttamente.
I
programmi delle operazioni sono quasi tutti gestiti da un’autorità del
Pentagono nota come come Sezione 127e. Una delle sezioni più importanti e allo
stesso tempo sconosciute del panorama della Difesa americana. L’autorità non è
di per sé classificata, ma i militari che hanno fatto riferimento ad essa nelle
varie udienze al Congresso hanno sempre parlato di questa autorità come
qualcosa di intoccabile. Sfiorata soltanto dalle interrogazioni parlamentari,
la 127e opera in modo del tutto legittimo ma allo stesso tempo autonomo,
intavolando negoziati e accordandosi direttamente con i partner africani.
Nel
2014, l’Ammiraglio William McRaven, allora comandante delle operazioni speciali
più importanti dell’esercito, testimoniò che la Sezione 127e – allora nota come
Sezione 1208 – è “probabilmente l’autorità più importante che abbiamo nella
nostra lotta contro il terrorismo“. Un’idea confermata anche dall’attuale
direttore, il generale Tony Thomas.
Dove
e come operano le truppe americane
Alcune
dei luoghi dove operano le truppe speciali Usa sono più o meno noti al grande
pubblico, così come all’opinione pubblica americana. Libia e Somalia ad esempio
sono fra i Paesi dove è più alta la concentrazione di raid e operazioni delle
forze speciali. Ma sono almeno altri sei i Paesi in cui sono stati coinvolti i commando Usa. Si parla di
Tunisia, Mauritania, Niger, Kenya, Camerun, Mali e un ufficiale intervistato
dal magazine americano ha parlato anche del Ciad.
“Le
nostre forze speciali non solo consigliano e assistono e accompagnano le forze
alleate, ma le dirigono anche”, ha detto il generale di brigata Donald Bolduc,
che fino a giugno 2017 ha guidato la maggior parte delle operazioni delle forze
speciali americane in Africa. Nella maggior parte dei casi, i Navy Seal o i
Berretti Verdi operano insieme ai colleghi africani facendo lavoro di
riconoscimento e tracciamento e aiutano a individuare e colpire le forze
nemiche.
Ma
altre volte, quando necessario, intervengono direttamente. Come nel caso dei
quattro soldati uccisi in Niger. Una missione che ancora oggi inquieta i piani
alti del Pentagono che si rifiutano di riconoscere la responsabilità del team
coinvolto nell’assalto con le truppe nigerine.
L’impegno
Usa in Africa
La
presenza militare statunitense in Africa è in aumento. Dopo il lancio della Pan
Sahel Initiative da parte di George W. Bush nel 2002, l’importanza che
l’esercito americano è cresciuta a tal punto da creare un comando apposito,
Africom, nel 2008. Da allora, il numero di paesi africani in cui esiste una
sorta di presenza o cooperazione dell’esercito americano non ha smesso di
aumentare. Oggi sono 53 i Paesi africani con cui gli Stati Uniti hanno un
accordo di cooperazione o dove intervengono
Come
spiegato da Analisi Difesa, Africom “annovera una rete di 46 installazioni, tra
cui due siti operativi avanzati – Camp Lemonnier, a Gibuti ed un’altra
sull’isola britannica di Ascensione, a largo delle coste dell’Africa
occidentale – 13 strutture miste e 31 avamposti temporanei. Un aumento di 10
installazioni (+28%) in appena due anni”. Ci sono circa 6mila soldati delle
truppe Usa attualmente schierati in tutto il continente africano. Mentre il
numero delle forze speciali è di circa 1.300 unità.
La
lotta al terrorismo islamico è sicuramente la priorità su cui si fondano queste
operazioni. Ma c’è anche altro. L’Africa è un continente immenso dove Stati
Uniti, Stati europei, mediorientali e Cina si contendono molte aree di
influenza. I rischi del terrorismo islamico, le grandi organizzazioni
criminali, le immense risorse minerarie e la possibilità di accaparrarsi basi e
posizioni strategiche in molti corridoi economici terrestri e marittimi, induce
le potenze mondiali a un coinvolgimento sempre maggiore. È in corso una vera e
propria sfida per il controllo dell’Africa. E il Pentagono, anche per questo,
non vuole che siano limitate le sue funzioni in tutto il continente. C’è da
combattere una se non più guerra. Oscure ma tremendamente reali.

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