Con la legge approvata
dalla Knesset che definisce Israele ‘Stato nazionale per il popolo ebraico’
cade anche la formalità della democrazia a Tel Aviv
di Fabrizio Verde, L’antidiplomatico
20 luglio 2018
«Israele
è l’unica democrazia del Medio Oriente». Questa è la risposta pressoché
immediata riservata a chi avanzi anche il minimo dubbio sull’azione repressiva
e criminale che compie lo Stato ebraico nei confronti del popolo palestinese.
Un tipo di argomentazione assai fallace utilizzata come fosse un mantra da
tutto il mondo intellettuale e politico che sostiene l’illegale azione
sionista. Da Saviano fino a Fiamma Nirenstein.
Adesso,
con la legge approvata dalla Knesset, il parlamento israeliano, che definisce
Israele ‘Stato nazionale per il popolo ebraico’ cade anche la formalità della
democrazia a Tel Aviv. Perché se lo Stato è ebraico per definizione non può
essere democratico.
A
spiegarlo attraverso le colonne del quotidiano israeliano Hareetz è Gideon
Levy. Scrive il giornalista israeliano: «La legge sullo stato-nazione (che
definisce Israele come la patria storica del popolo ebraico, incoraggia la
creazione di comunità riservate agli ebrei, declassa l’arabo da lingua
ufficiale a lingua a statuto speciale) mette fine al generico nazionalismo di
Israele e presenta il sionismo per quello che è. La legge mette fine anche alla
farsa di uno stato israeliano “ebraico e democratico”, una combinazione che non
è mai esistita e non sarebbe mai potuta esistere per l’intrinseca
contraddizione tra questi due valori, impossibili da conciliare se non con
l’inganno».
Il
perché ci sia assenza di democrazia è presto detto: «Se lo stato è ebraico non
può essere democratico, perché non esiste uguaglianza. Se è democratico, non
può essere ebraico, poiché una democrazia non garantisce privilegi sulla base
dell’origine etnica. Quindi la Knesset ha deciso: Israele è ebraica. Israele
dichiara di essere lo stato nazione del popolo ebraico, non uno stato formato
dai suoi cittadini, non uno stato di due popoli che convivono al suo interno, e
ha quindi smesso di essere una democrazia egualitaria, non soltanto in pratica
ma anche in teoria. È per questo che questa legge è così importante. È una
legge sincera».
Israele
è mai stato democratico?
Come
sottolineato dal giornalista di Hareetz, la presunta democraticità di Israele
non è mai esistita. A confermarlo è un altro israeliano. Il professor Ilan
Pappe. Lo storico e attivista in un articolo di appena un mese fa
dall’eloquente titolo ‘No, Israele non è una democrazia’, spiega infatti perché
la politica adottata dal regime di Tel Aviv può essere definita in molti modi,
ma di certo non democratica.
Scrive
Ilan Pappe: «Lo stato ebraico non può, neanche con le più astruse contorsioni
mentali, essere considerato una democrazia». Qualcuno afferma che prima del
1967 Israele fosse democratico. Anche in questo caso lo storico Ilan Pappe,
interviene per smentire: «Prima del 1967, Israele non avrebbe assolutamente
potuto essere definito una democrazia. (…) lo stato aveva sottoposto un quinto
della sua popolazione alla legge marziale, basata sulle draconiane normative di
emergenza mandatorie inglesi, che privavano i Palestinesi dei diritti
fondamentali, umani e civili.
I
governatori militari locali erano dei monarchi assoluti che dominavano
l’esistenza di questi cittadini: potevano instaurare leggi speciali solo per
loro, distruggere le loro case, i loro mezzi di sostentamento e incarcerarli a
loro piacimento».
Altro
esempio è la politica territoriale imposta a danno del popolo arabo e
palestinese: «Oggi, più del 90% del territorio è di proprietà del Jewish
National Fund (JNF). Ai proprietari terrieri è vietato impegnarsi in
transazioni commerciali con cittadini non-ebrei e sul suolo pubblico hanno la
priorità i progetti di interesse nazionale, il che significa che vengono
costruiti nuovi insediamenti per gli Ebrei, mentre, in pratica, non ne esistono
di recenti per i Palestinesi. Perciò, la più grande città palestinese, Nazaret,
nonostante che dal 1948 abbia triplicato la sua popolazione, non si è espansa
neanche di un chilometro quadrato, mentre la città di sviluppo costruita più in
alto, Nazaret Superiore, ha triplicato le sue dimensioni, grazie ai territori
espropriati ai proprietari terrieri palestinesi.
Altri
esempi di questa politica si possono trovare nei villaggi palestinesi
dell’intera Galilea, e tutti raccontano la stessa storia: di come siano stati
ridimensionati del 40%, e talvolta anche del 60%, dal 1948 in poi e di come i
nuovi insediamento ebraici siano stati edificati sui terreni espropriati.
Altrove,
tutto questo ha dato inizio a tentativi di “ebraizzazione” totale. Dopo il
1967, il governo israeliano si era reso conto della scarsità di Ebrei a nord e
a sud della nazione e così aveva cercato un modo per incrementare la
popolazione in queste aree. Per una modifica demografica del genere, e la
successiva edificazione di insediamenti ebraici, era indispensabile la confisca
del territorio palestinese».
Senza
dimenticare le incarcerazioni senza processo. Si calcola che un palestinese su
cinque nella West Bank e nella Striscia di Gaza abbia subito questa esperienza.
1,8
milioni di cittadini israeliani non sono ebrei ma arabo-israeliani. Questi si
trovano in una condizione di non rappresentanza. Il ‘popolo invisibile’ lo ha
definito lo scrittore David Grossman.
Non
hanno mai avuto, e mai avranno rappresentanza governativa. Pur se la loro
coalizione, la Union List, nelle elezioni del 2015 è riuscita a conquistare ben
14 seggi divenendo la terza forza politica in Israele, l’identità ebraica
risulta essere un requisito fondamentale per accedere al governo in quel di Tel
Aviv.
Vi
sono alcune cifre reperibili in una relazione dell’Adva Centre di Tel Aviv risalente
al 1998 che raccontano bene la condizione in cui sono costretti a vivere questi
cittadini evidentemente di serie B, gli arabo-israeliani: il loro reddito medio è quello più basso tra
tutti i gruppi etnici che popolano il paese;
il
42% di essi abbandona precocemente gli studi;
il
tasso di mortalità infantile è doppio rispetto ai cittadini ebraici.
Dopo
vent’anni dalla redazione di questo illuminante rapporto la situazione dei
cittadini arabo-palestinesi è notevolmente peggiorata.
Con
la legge che istituzionalizza l’apartheid la definizione formale di democrazia
per lo Stato di Israele viene definitivamente a cadere. E con essa la residua
credibilità dei difensori d’ufficio dei crimini sionisti.

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