Genova2001. Il 20 luglio
di 17 anni fa veniva ucciso Carlo Giuliani, per strada scontri e cariche. Poi
l’irruzione alla Diaz e le torture a Bolzaneto
Lorenzo Guadagnucci, il Manifesto
20 luglio 2018
Si
torna a Genova come ogni anno e sotto il palco di piazza Alimonda la memoria
corre a quel giorno maledetto, quando un ragazzo rimase sull’asfalto, colpito
alla testa da un colpo di pistola, il corpo calpestato dalla camionetta dei
carabinieri, il cranio sfregiato con una pietra.
È
GIUSTO CHIEDERSI perché ci ritroviamo qui, chi con il corpo chi nello spirito.
Siamo reduci? Nostalgici? Sconfitti dalla storia che tornano sul luogo delle
proprie gesta e degli altrui delitti? Forse sì, ma è possibile che ci sia
qualcos’altro.
Che
Genova G8 ci riguardi ancora. In questi giorni tempestosi, di violenza del
potere nel mar Mediterraneo, di sghangherata critica alle tecnocrazie globali
in nome di rinascenti e osceni nazionalismi, le giornate di Genova, i sette
giorni di contestazione e di proposta organizzati durante il vertice dei
cosiddetti Otto Grandi (che così Grandi poi non erano) appaiono come un
approdo, anziché un residuo della storia.
Lasciamo
pure da parte il sottile senso d’angoscia e d’impotenza che suscita,
confrontato all’oggi, il ricordo della miriade di persone e organizzazioni
venute a Genova richiamate da un nuovo movimento capace di mostrare il vero
volto del potere (il pensiero unico neoliberista, tema all’epoca assente
dall’agenda politica e mediatica) e pensiamo alle molte buone ragioni messe in
campo da quel movimento.
È
UN ELENCO CHE SORPRENDE, sia nella parte critica sia in quella propositiva.
Dalla rivolta di Seattle (dicembre ’99) in poi e fino al luglio genovese,
passando per una serie di contestazioni a riunioni delle varie istituzioni
della tecnocrazia globale, il movimento mise a nudo e denunciò, per limitarsi
ai punti essenziali: la finanziarizzazione dell’economia neoliberale e le
crescenti diseguaglianze fra nord e sud del mondo; la nuova dislocazione dei
poteri, non più a livello nazionale ma nella grande finanza e nelle istituzioni
globali al suo servizio (Wto, Fmi, Banca mondiale, il «Washington Consensus»);
la mercificazione del lavoro e della stessa vita umana, con annessa libertà di
circolazione per i capitali ma non per le persone…
La
parte propositiva non era meno ricca di spunti e di esperienze: una Tobin Tax
sulla speculazione finanziaria; la cancellazione del debito pubblico iniquo;
l’idea di un’altreconomia, liberata dalla schiavitù della crescita e capace di
includere in sé il limite ecologico allo sviluppo; un contratto mondiale per
l’accesso all’acqua; il bilancio partecipativo nelle amministrazioni locali… E
così via.
Sorprende,
questo parziale elenco, perché fornisce ancora oggi una visione del mondo
alternativa allo status quo; una visione costruita con competenza e spesso
attraverso la pratica concreta; una visione che è stata anche aggiornata da
alcuni nuovi movimenti in varie parti del mondo.
A
DISTANZA DI TANTI ANNI capiamo meglio che nel luglio 2001 fu affossata a colpi
di pistola, di manganello e con la tortura un’idea di mondo che stava
riscuotendo troppo consenso.
Troppo
vasta e soprattutto troppo varia, ben oltre i confini storici della sinistra,
era la partecipazione di singoli, associazioni e movimenti: occorreva colpire e
criminalizzare tutto ciò, dichiararlo fuori legge, escluderlo dal discorso
pubblico; occorreva rendere inascoltabili le parole dette nei convegni, nei
seminari, in quell’università popolare a cielo aperto chiamata Forum sociale
mondiale.
E
tuttavia sarebbe difficile sostenere che le idee di quel movimento sono state
davvero annientate ed escluse per sempre dalla storia. Non è così.
QUELLE
IDEE NON SONO MORTE e anzi continuano a ispirare persone e movimenti attraverso
i continenti; sono all’origine di progetti politici, sociali, esistenziali
radicati nel presente e capaci di futuro.
Resta
preziosa anche la lezione di metodo: niente steccati fra culture diverse e
unione delle forze per dare spessore politico all’azione sociale condotta fuori
dagli schemi del mercato, cioè secondo giustizia, empatia, nonviolenza.
A
Genova è morta semmai in molti cittadini la fiducia nello stato e nei suoi
apparati di sicurezza, incapaci negli anni di ammettere le proprie colpe e
recuperare la credibilità perduta. A Genova è morta quella sinistra che non
volle capire che c’era (e rimane) una nuova linea di demarcazione rispetto alle
destre: l’adesione o meno al modello neoliberale. Oggi – passata, anzi ancora
in corso una crisi finanziaria più che prevedibile e col «Washington Consensus»
in crisi d’identità – succede che una contraddittoria e confusa critica alla
globalizzazione neoliberale viene condotta lungo un binario che porta a
rinascenti quanto pericolosi nazionalismi. È una capriola della storia che
spaventa ma che aiuta anche a pensare.
FA
CAPIRE CHE LA CRITICA dei movimenti sociali al pensiero unico è ancora attuale
e che le vie d’uscita esistono, nonostante le sconfitte e un certo scoramento
del tempo presente. Quindi si torna a Genova e si pensa che la memoria è
generosa, le buone idee tenaci, la storia imprevedibile; visto da piazza
Alimonda, il futuro è ancora aperto.

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