Bob Holmes, New Scientist, INTERNAZIONALE
20 luglio 2018
Gli
esseri umani sono senza dubbio la specie più invadente mai vissuta sulla Terra.
In poche migliaia di anni ci siamo appropriati di più di un terzo delle terre
emerse, occupandole con le nostre città, i nostri campi e i nostri pascoli.
Secondo alcune stime, ormai controlliamo il 40 per cento della capacità
produttiva del pianeta. E ci stiamo lasciando alle spalle un bel disastro:
praterie arate, foreste rase al suolo, falde acquifere prosciugate, scorie
nucleari, inquinamento chimico, specie invasive, estinzioni di massa. E ora
anche lo spettro del cambiamento climatico. Se potessero, le altre specie con
cui dividiamo la Terra ci caccerebbero senza esitare. E se il loro desiderio si
avverasse? Cosa succederebbe se tutti gli esseri umani che vivono sulla Terra –
almeno 6,5 miliardi – fossero deportati in un campo di rieducazione in una
galassia lontana?
Escludiamo
l’idea di un flagello che ci spazzi via, se non altro per evitare la
complicazione di tutti quei cadaveri. Abbandonata di nuovo a se stessa, la
natura comincerebbe a riprendersi il pianeta: i campi e i pascoli tornerebbero
a essere praterie e foreste, l’aria e l’acqua si purificherebbero dalle
sostanze inquinanti e le strade e le città diventerebbero polvere.
“La
triste verità è che il paesaggio migliorerebbe notevolmente una volta usciti di
scena gli esseri umani”, sostiene John Orrock, un biologo della conservazione
del National center for ecological analysis and synthesis di Santa Barbara, in
California. Ma i segni dell’umanità sparirebbero del tutto o abbiamo modificato
a tal punto la Terra che anche tra un milione di anni si troverebbero le tracce
di una società industriale ormai estinta?
Inquinamento
luminoso
Se
domani non ci fossero più esseri umani, il cambiamento sarebbe subito evidente
perfino dall’orbita terrestre: il bagliore delle luci artificiali che
illuminano le nostre notti comincerebbe lentamente a spegnersi. Osservare la
distribuzione della luce artificiale è il modo migliore per rendersi conto di
quanto dominiamo la Terra. Secondo alcune stime, l’85 per cento del cielo
europeo è inquinato dalla luce. Gli Stati Uniti sono al 62 per cento e il
Giappone al 98,5 per cento. In paesi come la Germania, l’Austria, il Belgio e i
Paesi Bassi non c’è più cielo notturno privo di inquinamento luminoso.
“In
poco tempo – uno o due giorni – comincerebbero i primi blackout, perché nessuno
alimenterebbe più le centrali”, spiega Gordon Masterton, presidente
dell’Istituto di ingegneria civile di Londra. Le fonti di energia rinnovabili
come le turbine a vento e i pannelli solari manterrebbero automaticamente
accese un po’ di luci, ma senza la manutenzione della rete di distribuzione
anche quelle sarebbero fuori uso in poche settimane. Senza elettricità si
fermerebbero le pompe idrauliche, gli impianti per il trattamento dei liquami e
tutti gli altri macchinari della società moderna.
La
mancanza di manutenzione renderebbe fatiscenti edifici, strade, ponti e altre
strutture. Le costruzioni moderne sono progettate per durare in media
sessant’anni – i ponti arrivano a 120 anni e le dighe a 250 – ma questa durata
presume che qualcuno li mantenga puliti, blocchi le perdite e risolva eventuali
problemi alle fondamenta. Senza le persone che svolgono questi compiti
apparentemente insignificanti le cose andrebbero rapidamente a rotoli. Un buon
esempio è la città di Pripjat. Questo centro nelle vicinanze di Cernobyl, in
Ucraina, fu abbandonato dopo il disastro nucleare di vent’anni fa ed è rimasto
deserto.
“Da
lontano si ha ancora l’impressione che sia una città viva, ma gli edifici
stanno lentamente andando in rovina”, spiega Ronald Chesser, un biologo
dell’ambiente del Politecnico di Lubbock, nel Texas, che ha lavorato a lungo
nella zona di esclusione intorno a Cernobyl. “L’elemento più invasivo sono le
piante: le loro radici si sono infilate nel cemento, dietro i mattoni, negli
stipiti delle porte, e stanno rapidamente distruggendo le strutture. Non ci
rendiamo conto di quanto sia importante intervenire nelle nostre case per
evitare fenomeni di questo tipo. È incredibile vedere come le piante riescono a
invadere ogni più piccolo angolo”.
Se
nessuno si occupasse più delle riparazioni, ogni temporale, inondazione o
gelata si porterebbe via un pezzo degli edifici abbandonati, e nel giro di
qualche decennio i tetti comincerebbero a cedere. A Pripjat sta già succedendo.
Le case di legno e altre strutture di piccole dimensioni, costruite con criteri
meno rigorosi, sarebbero le prime a crollare. Subito dopo toccherebbe quasi
certamente alle strutture di vetro che oggi apprezziamo tanto. “Gli eleganti
ponti sospesi e gli edifici dalle forme leggere risulterebbero più
vulnerabili”, aggiunge Masterton. “Sono meno resistenti degli edifici costruiti
con mattoni, archi e volte”. Ma anche se le costruzioni crollassero, le loro
rovine – soprattutto quelle di pietra e cemento – probabilmente resterebbero lì
per migliaia di anni.
“Ci
sono ancora i resti di civiltà vissute tremila anni fa”, osserva Masterton. “I
segni di quello che abbiamo creato resterebbero per molti millenni. Una strada
in calcestruzzo potrebbe sgretolarsi in diversi punti, ma ci metterebbe molto
tempo prima di diventare invisibile”. La mancanza di manutenzione avrebbe
conseguenze particolarmente drammatiche per le 430 centrali nucleari
attualmente in funzione nel mondo. Le scorie nucleari già depositate in
contenitori di cemento e metallo raffreddato ad aria non creerebbero problemi.
Quei contenitori sono progettati per sopravvivere a migliaia di anni di oblio,
alla fine dei quali il loro tasso di radioattività – essenzialmente sotto forma
di cesio 137 e stronzio 90 – sarà diminuito di mille volte, spiega Rodney
Ewing, un geologo dell’università del Michigan specializzato nella gestione
delle scorie radioattive.
Per
i reattori attivi la questione non è così semplice: se l’acqua di
raffreddamento cominciasse a evaporare o a fuoriuscire a causa di qualche
perdita, probabilmente il nocciolo del reattore potrebbe prendere fuoco o
fondersi, emettendo grandi quantità di radiazioni. L’effetto di queste
emissioni, tuttavia, potrebbe essere meno disastroso di quanto molti pensano.
La zona intorno a Cernobyl ha permesso di verificare con quanta rapidità la
natura è capace di riprendersi i suoi spazi. “Mi aspettavo di trovare un
deserto nucleare”, racconta Chesser, “e invece sono rimasto sorpreso. Nella
zona di esclusione si è sviluppato un ecosistema molto ricco”.
Nei
primi anni dopo l’evacuazione i ratti e i topi si erano moltiplicati, e branchi
di cani selvatici avevano invaso l’area nonostante gli sforzi per sterminarli.
Ma l’era di questi animali non è durata a lungo, e la fauna locale ha già
cominciato a prendere il loro posto. I cinghiali sono da 10 a 15 volte più
numerosi all’interno della zona di esclusione rispetto al territorio
circostante; i grandi predatori stanno tornando in massa. “Non ho mai visto un
lupo in tutta l’Ucraina. Lì dentro, invece, ce ne sono molti”, spiega Chesser.
Rapidità
di ripresa
Senza
gli esseri umani anche nella maggior parte degli altri ecosistemi la natura
dovrebbe riprendersi i suoi spazi, ma la rapidità potrebbe variare. Nelle
regioni calde e umide, dove gli ecosistemi tendono a evolversi più rapidamente,
il ritorno alle origini richiederebbe meno tempo rispetto alle regioni più fredde
e aride. Ovviamente nelle zone ancora ricche di specie indigene la ripresa
sarebbe più veloce rispetto ai sistemi che hanno subìto alterazioni più gravi.
Nelle foreste boreali dell’Alberta settentrionale, in Canada, l’intervento
umano è consistito essenzialmente nella costruzione di strade e condutture e
nell’occupazione di piccole strisce di terreno sottratte alle foreste.
Se
scomparissero gli esseri umani, le foreste ricoprirebbero l’80 per cento di
queste superfici nel giro di una cinquantina di anni, e dopo due secoli non ne
resterebbe più del 5 per cento, secondo le simulazioni di Brad Stelfox, un
ecologo indipendente di Bragg Creek, nello stato di Alberta. Nei luoghi in cui
le foreste originarie sono state sostituite da un’unica specie di alberi, invece,
ci potrebbero volere diversi secoli prima che tutto torni allo stato naturale.
Anche le distese di terreno coltivate a riso, grano e granturco in tutto il
mondo potrebbero impiegare parecchio tempo prima di ospitare nuovamente specie
indigene. Alcuni ecosistemi, tuttavia, potrebbero non tornare mai come prima
perché hanno raggiunto una nuova “condizione di stabilità”.
Alle
Hawaii , per esempio, le piante introdotte dagli esseri umani spesso generano
incendi, e questo impedirebbe alle foreste originarie di reinsediarsi anche se
avessero la libertà di farlo, spiega David Wilcove, un biologo della
conservazione dell’università di Princeton. Anche i discendenti selvatici di
animali e piante domestici probabilmente si aggiungerebbero in modo permanente
a molti ecosistemi. In alcuni posti è quanto hanno già fatto cavalli e maiali
selvatici. Le specie altamente addomesticate come i bovini, i cani e il
frumento, che sono il prodotto di secoli di selezioni e incroci, grazie all’accoppiamento
casuale probabilmente tornerebbero ad assumere forme più resistenti e meno
specializzate.
“Se
l’uomo dovesse scomparire, vi aspettereste di vedere branchi di barboncini che
vagano per le praterie?”, chiede Chesser. Naturalmente no, ma al loro posto ci
sarebbero probabilmente branchi di robusti bastardi. Perfino i bovini e gli
altri tipi di bestiame allevati per ottenere carne e latte hanno molte chance
di sopravvivere, anche se in numero molto più ridotto. E i prodotti agricoli
geneticamente modificati? Ad agosto Jay Reichman e i suoi colleghi del
laboratorio dell’Agenzia per la protezione ambientale (Epa) di Corvallis,
nell’Oregon, hanno reso noto che si è insediata nel deserto una versione
geneticamente modificata della pianta perenne Agrostis stolonifera (cappellini
comuni), proveniente da un appezzamento di terreno dov’erano in corso alcuni
esperimenti. Come la maggior parte delle piante geneticamente modificate,
tuttavia, è stata progettata per resistere ai pesticidi, il che implica un
costo metabolico per l’organismo: se non venisse irrorata con i pesticidi,
infatti, sarebbe svantaggiata rispetto alle altre piante e probabilmente
morirebbe.
Condannate
La
nostra scomparsa non significherebbe la salvezza per tutte le specie che sono
minacciate dall’estinzione. I biologi calcolano che nell’85 per cento dei casi
il problema principale di queste specie è la perdita dell’habitat. La maggior
parte, quindi, dovrebbe trarre vantaggio dal ritorno del proprio habitat alle
condizioni originarie. Quelle più a rischio, però, potrebbero aver già superato
la soglia oltre la quale vengono a mancare la diversità genetica e la massa
critica ecologica necessarie per riprendersi. Queste “specie condannate a
morte” – i ghepardi e i condor della California, per esempio – probabilmente
scomparirebbero in ogni caso.
Invertire
la tendenza nei casi di scomparsa delle specie non legati alla perdita di
habitat potrebbe essere ancora più difficile. Circa la metà delle specie a
rischio, per esempio, è minacciata almeno in parte dai predatori o dalla
concorrenza di specie invasive introdotte dall’uomo. Alcune di queste specie
aliene – come i passeri, che sono originari dell’Eurasia ma ora sono presenti
anche in molte città del Nord America – comincerebbero a diminuire se scomparissero
i giardini e le vaschette di mangime per uccelli delle nostre case. Ma altre
specie, come i conigli in Australia e il forasacco dei tetti nell’ovest degli
Stati Uniti, non hanno bisogno dell’aiuto umano e probabilmente resterebbero in
circolazione a lungo, continuando a estromettere le specie indigene a rischio.
Paradossalmente
alcune specie a rischio – quelle che hanno attirato l’attenzione degli
ambientalisti – se la caverebbero peggio senza la protezione degli esseri
umani. La dendroica di Kirtland – uno degli uccelli più rari del Nord America,
ridotto ormai a poche centinaia di esemplari – non soffre solo per la perdita
di habitat nella zona dei Grandi Laghi ma anche a causa dei molotri, che
depongono le uova nei nidi delle dendroiche e le ingannano costringendole ad
allevare i loro piccoli. Grazie a un intenso programma per la cattura dei
molotri, il numero delle dendroiche è tornato ad aumentare, ma una volta
scomparsi gli esseri umani sarebbero di nuovo nei guai. Nel complesso,
tuttavia, una Terra senza esseri umani sarebbe un luogo con meno rischi per la
biodiversità: “Le specie che ne trarrebbero vantaggio sarebbero più di quelle
che ne risentirebbero”, osserva Wilcove.
I
grandi predatori
Negli
oceani la popolazione ittica si riprenderebbe gradualmente dagli eccessi della
pesca. L’ultima volta che gli esseri umani hanno più o meno smesso di pescare è
stato durante la seconda guerra mondiale, quando pochi pescherecci si
avventuravano lontano dai porti. All’epoca la popolazione di merluzzi del Mare
del Nord salì alle stelle. Oggi, invece, il numero di merluzzi e altri pesci
importanti per l’alimentazione è molto al di sotto dei livelli degli anni
trenta, e la ripresa potrebbe richiedere più di cinque anni. Il problema è che
ormai i merluzzi e gli altri grandi predatori sono così pochi che non riescono
più a tenere sotto controllo le popolazioni di specie più piccole come i pesci
cappone. Anzi, i pesci più piccoli hanno rovesciato la situazione: si sono
messi in concorrenza e sono arrivati anche a mangiare i giovani merluzzi,
tenendo così sotto controllo i loro vecchi predatori.
Nei
primi anni dopo la fine della pesca la situazione potrebbe solo peggiorare,
perché le popolazioni di pesci più piccoli, che mangiano più rapidamente,
crescerebbero come le erbacce in un campo abbandonato. Alla fine, però, un
numero sufficiente di grandi predatori riuscirebbe a raggiungere la maturità e
a ristabilire l’equilibrio normale. Una transizione del genere potrebbe
richiedere da qualche anno a qualche decennio, afferma Daniel Pauly, un biologo
marino dell’università della British Columbia a Vancouver. Se i motopescherecci
a strascico smettessero di agitare i fondali marini, gli ecosistemi vicini alle
coste tornerebbero a uno stato relativamente povero di sostanze nutrienti.
Questo risulterebbe evidente soprattutto dal calo della fioritura di alghe
dannose, come le maree rosse che spesso affliggono le zone costiere.
Intanto,
i coralli e gli altri organismi che vivono sulle barriere coralline più
profonde comincerebbero lentamente a ricrescere, restituendo una struttura
complessa e tridimensionale agli habitat dei fondali oceanici, ormai diventati
piatti e deserti. Dopo la scomparsa degli esseri umani dalla Terra, inoltre, le
sostanze inquinanti smetterebbero di uscire dai tubi di scappamento delle
automobili, dalle ciminiere delle fabbriche e dalle discariche. Le conseguenze
di questa interruzione sarebbero varie, e dipendono dalle caratteristiche
chimiche di ogni sostanza. Alcune, come gli ossidi d’azoto e di zolfo e l’ozono
– la sostanza inquinante a livello del terreno, non lo strato protettivo che si
trova nella stratosfera –, sparirebbero dall’atmosfera nel giro di poche
settimane. Altre, come i clorofluorocarburi, le diossine, il ddt, ci
metterebbero più tempo. Altre ancora resterebbero per decenni.
Basterebbero
poche decine di migliaia di anni per veder sparire ogni traccia della nostra
esistenza
Anche
i nitrati e i fosfati in eccesso, che possono trasformare i laghi e i fiumi in
una zuppa di alghe nel giro di qualche decennio, scomparirebbero almeno dalle
acque di superficie. Qualche fosfato potrebbe restare molto più a lungo nelle
falde freatiche, dove è meno soggetto alla conversione in azoto atmosferico da
parte dei microbi. “Le falde freatiche sono la memoria a lungo termine
dell’ambiente”, osserva Kenneth Potter, un idrologo dell’università del
Wisconsin a Madison. L’anidride carbonica, che oggi preoccupa il mondo a causa
del suo ruolo nel riscaldamento globale, avrebbe un destino molto diverso.
Buona parte dell’anidride carbonica emessa dai combustibili fossili verrebbe
prima o poi assorbita dagli oceani.
Alle
acque di superficie basterebbero poche decine di anni, mentre le profondità
dell’oceano impiegherebbero circa un millennio per assorbire la loro parte. E
anche dopo il raggiungimento di quell’equilibrio, circa il 15 per cento
dell’anidride carbonica prodotta dai combustibili fossili resterebbe
nell’atmosfera: la sua concentrazione sarebbe di 300 parti su un milione,
mentre in epoca preindustriale era di 280. “Se gli essere umani smettessero di
produrla, l’anidride carbonica resterebbe nell’atmosfera e continuerebbe a
influire sul clima per più di mille anni”, afferma Susan Solomon, una chimica
dell’atmosfera della National oceanic and atmospheric administration (Noaa) di
Boulder, nel Colorado.
Alla
fine gli ioni di calcio emessi dai sedimenti del fondo marino permetterebbero
al mare di assorbire l’ulteriore eccesso in circa ventimila anni. Anche se le
emissioni di anidride carbonica s’interrompessero domani, il riscaldamento
globale andrebbe avanti per un altro secolo e le temperature medie salirebbero
ancora di qualche grado. Gli scienziati dell’atmosfera parlano di committed
warming. Questo fenomeno si verifica perché gli oceani impiegano molto più tempo
a riscaldarsi rispetto all’atmosfera. In pratica si comportano come un
gigantesco condizionatore d’aria, mantenendo l’atmosfera più fredda di come
dovrebbe essere con gli attuali livelli di anidride carbonica.
La
maggior parte delle persone che prendono decisioni in ambito politico non tiene
conto di questo tipo di riscaldamento, spiega Gerald Meehl, che costruisce
modelli climatici per il National center for atmospheric research, sempre di
Boulder. “Pensano che se le cose si metteranno male potremo sempre fermarci. Ma
non possiamo fermarci e sperare che tutto torni a posto da un momento
all’altro, perché questo tipo di riscaldamento è già avviato”. Questo
riscaldamento “extra” rende incerto anche il destino di un altro importante gas
serra, il metano, che causa circa il 20 per cento dell’attuale riscaldamento
globale. Il metano resta nell’atmosfera solo una decina di anni e quindi la sua
concentrazione potrebbe rapidamente tornare ai livelli preindustriali se venissero
interrotte le emissioni.
L’incognita,
tuttavia, è legata al fatto che esistono enormi riserve di metano sotto forma
di idrati sui fondali marini e nel permafrost. Un ulteriore aumento delle
temperature potrebbe destabilizzare queste riserve, che rilascerebbero la
maggior parte del metano nell’atmosfera. “Noi possiamo anche smettere di
emettere metano, ma forse il cambiamento climatico è arrivato al punto che la
sua emissione dipenderebbe da processi che non possiamo controllare”, afferma
Pieter Tans, uno scienziato dell’atmosfera della Noaa di Boulder. Nessuno sa
quanto la Terra sia vicina a questa soglia. “Le nostre reti di misurazione
globali non hanno ancora rilevato nulla, ma a livello locale abbiamo le prove
che la destabilizzazione del permafrost è già in corso, con il conseguente
rilascio di metano”, aggiunge. Solomon, invece, pensa che questa soglia sia
ancora lontana.
Una
civiltà avanzata
Tutto
sommato basterebbero poche decine di migliaia di anni al massimo per veder
sparire ogni traccia della nostra presenza. Se qualche alieno visitasse la
Terra centomila anni dopo, non troverebbe segni evidenti di una civiltà
avanzata. Ma se quegli alieni avessero strumenti scientifici abbastanza
sofisticati, potrebbero ancora trovare qualche segno della nostra esistenza.
Innanzitutto,
l’analisi dei fossili dimostrerebbe che c’è stata un’estinzione di massa nella
nostra epoca, compresa l’improvvisa scomparsa dei grandi mammiferi nel Nord
America alla fine dell’ultima era glaciale. Scavando un po’ potrebbero anche
trovare le affascinanti tracce di un’antica civiltà intelligente. Per esempio
forti concentrazioni di scheletri di una grande scimmia bipede, alcuni dei
quali avrebbero denti d’oro o gioielli. E se gli alieni si imbattessero in una
delle attuali discariche, potrebbero ancora trovare frammenti di vetro e di
plastica, forse anche di carta. “Sono quasi sicuro che ci sarebbero tracce di
questo tipo”, dice William Rathje, un archeologo dell’università californiana
di Stanford. “È veramente incredibile come si conservano le cose. Pensiamo che
i nostri manufatti resistano poco nel tempo, ma in certi casi durano
moltissimo”.
Il
carotaggio dei sedimenti oceanici dimostrerebbe che per un breve periodo sono
state depositate grandi quantità di metalli pesanti, come il mercurio. La
stessa fascia di sedimenti mostrerebbe anche la concentrazione di isotopi
radioattivi lasciata dalla fusione dei reattori nucleari seguita alla nostra
scomparsa. L’atmosfera conterrebbe tracce di alcuni gas che non esistono in
natura, soprattutto perfluorocarburi come il cf4, e che hanno un’emivita di
decine di migliaia di anni.
Infine,
una serie di onde radio continuerebbe a diffondersi nella galassia e anche
oltre dimostrando – a chiunque volesse e potesse ascoltare – che un tempo avevamo
qualcosa da dire e un modo per dirlo. Ma sarebbero fragili ricordi, patetiche
memorie di una civiltà che un tempo pensava di essere il culmine
dell’evoluzione. Nel giro di qualche milione di anni, l’erosione e forse una o
due nuove ere glaciali cancellerebbero quasi tutte queste labili tracce. Se
un’altra specie intelligente si evolvesse sulla Terra – e non è detto,
considerato da quanto tempo esisteva la vita prima della nostra comparsa –
potrebbe non avere idea della nostra esistenza, se non per qualche strano
fossile e per pochi resti pietrificati. Un fatto che dovrebbe renderci più
umili, ma anche confortarci, è che la Terra ci dimenticherebbe molto presto.

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