Intervista. L'ex
responsabile auto della Fiom-Cgil: «Io ho conosciuto due Marchionne. Il primo è
l’uomo che andava a parlare con gli operai, che attaccava la speculazione
finanziaria. Dopo il 2008 cambia tutto»
Maurizio Pagliassotti, Il manifesto
23 luglio 2018
Giorgio Airaudo,
chi è Sergio Marchionne, il manager che per molti è ancora un mistero?
Io
ho conosciuto due Marchionne. Il primo che va dal 2006 al 2008, è quello che
salva la Fiat dal fallimento. L’uomo che andava dentro gli stabilimenti a
parlare con gli operai, che sosteneva la necessità di nuovi modelli, che non
addossava la crisi ai lavoratori, che attaccava la speculazione finanziaria. Un
manager a cui nel mondo Fiat non si era abituati, che non scendeva nelle linee
con il bastone del comando. In grado di fare la faccia feroce con il mondo
bancario, a cui strappava la ristrutturazione del “debito convertendo” e nella
trattativa con General Motors riesce perfino a guadagnare dei soldi. Nel fare
questo si mette d’accordo con i sindacati per portare prima la Punto e poi la
Mito a Mirafiori e firma l’ultimo contratto integrativo unitario con eguale
aumento retributivo tra operai e impiegati: roba da anni settanta.
Il secondo?
Nel
2008 cambia tutto: un manager, con un nuovo stile comunicativo, con un
approccio duro verso l’Italia e i lavoratori italiani. Prova a comprare la Opel
e instaura una trattativa con Angela Merkel, la quale però non si fa
convincere. Marchionne comincia ad avere uno sguardo globale, e grazie
all’accordo con Barack Obama crea il colosso Fca. Ma è una cessione mascherata
perché il problema principale di Marchionne non è più far crescere, o salvare,
il gruppo Fiat: dal 2008 Marchionne ha in mano il futuro di Jeep, Chrysler e
delle tute blu statunitensi. Alle quali, preveggente, il presidente Obama si
rivolgeva assicurando lavoro e sviluppo dopo anni di de industrializzazione.
L’Italia per Marchionne diventa marginale e iniziano i guai per i lavoratori:
decide che i nostri operai devono omogeneizzarsi a quelli statunitensi o a
quelli turchi. Si entra nella fase del “lavoro combattente”, in cui la fabbrica
si salva solo sacrificando diritti e salari.
In che cosa
Marchionne ha trasformato la Fiat?
In
un’azienda apolide, sradicata dall’Italia: il tutto nel plauso dei governi.
Sede ad Amsterdam, un pezzo delle tasse pagato a Londra, baricentro spostato
negli Usa. I risultati sono stati ottimi per gli azionisti. Gli Agnelli
dovrebbero dedicargli un monumento nel cuore di Torino. Ma oggi Fca, in Italia,
ha seri problemi: un ritardo enorme sul futuro, in primis auto elettrica e a
guida autonoma. Piani industriali disattesi, i volumi di Alfa Romeo
lontanissimi da quanto previsto, il marchio Lancia quasi defunto, la stessa
Fiat centrata solo sul modello 500. Sullo sfondo vi è il timore che la
proprietà vada verso la vendita a pezzi dei vari marchi, oppure l’intero gruppo
sia mangiato da un colosso dell’auto, magari i coreani.
Come è stato
vissuto dalla politica italiana Sergio Marchionne?
La
politica non ha posto vincoli a lui e alla Fiat, questa è la ragione per cui
oggi Marchionne lascia l’azienda in mezzo a un guado, con la certezza che la
famiglia Agnelli non sia in grado da sola di reggere la sfida del futuro. La
politica poteva fare altro? La risposta apolide, denazionalizzante di
Marchionne è stata accettata: nessun governo ha chiesto a Marchionne di
investire in Italia, nessuno gli ha chiesto di non omologare l’operaio italiano
a quello di statunitense o a quello turco. Nessun governo ha chiesto,
soprattutto, la restituzione – con investimenti – delle risorse pubbliche che
l’Italia ha dato alla Fiat.
Nel 2011, lei ebbe
una trattativa con Marchionne?
Ci
incontrammo nella foresteria del Lingotto dopo il referendum di Mirafiori,
perché lo scontro si stava riproponendo a Grugliasco nell’impianto che oggi
produce Maserati. Arrivò con un sondaggio, in cui si evidenziava come i
consumatori italiani stessero punendo il marchio Fiat per via di quanto
accaduto a Mirafiori. Ci disse: «Questi dati dimostrano che avete vinto voi».
Era preoccupato. Quella trattativa diede via ad un approccio diverso da parte
di Fiat, meno combattivo: ma poi la storia è andata diversamente. Il sindacato
è rimasto senza una sponda politica forte, si poteva costruire un modello di
fabbrica centrato sul raffreddamento del conflitto. Ma non è andata così. La
politica ha usato Marchionne come un riverbero ma non lo ha mai condizionato: e
lui ha sempre avuto la percezione che fosse sempre tutto facile in Italia.

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