Dieci anni al Timone.
L’acquisto di Chrysler, la svolta del lusso. Ma per lui lavoro e Italia sempre
secondari
Massimo Franchi, Il manifesto
23 luglio 2018
Anche
l’addio è stato rivoluzionario. Lo aveva programmato per tempo, come tutte le
sue mosse. La sua formazione da filosofo hegeliano si spera glielo abbia fatto
accettare più serenamente. Che Sergio Marchionne sia un rivoluzionario è
riconosciuto da tutti, in primis da chi lo ha combattuto. Sono molti i pregi
che gli vengono unanimemente riconosciuti: «un genio della finanza» è
sicuramente il maggiore. Ha preso una Fiat sull’orlo del fallimento e ora Fca
non ha debiti: a lui la famiglia Agnelli dovrebbe fare un monumento. Al manager
canadese di formazione, teatino di origine («quando stava qui ad Atessa la
calata abruzzese la sentivamo») con la residenza fiscale in Svizzera.
Un’impronta globale che è un lascito: Fca è un’azienda olandese con testa e
braccia soprattutto negli Stati Uniti. Figlio di un carabiniere, emigrato in
Ontario a 14 anni: carattere spigoloso, piglio deciso, poco incline ai
compromessi. Tutte ragioni per la mancata alleanza globale che risulta oggi il
suo vero incompiuto.
TUTTO
INIZIÒ A POMIGLIANO. Sergio Marchionne era amministratore delegato di Fiat da
un anno. I suoi inizi lo fecero definire «manager socialdemocratico» dal sempre
smentito dai fatti Piero Fassino. La svolta è stata meticolosamente pianificata
con i legali del gruppo, primo fra tutti l’avvocato napoletano Raffaele De Luca
Tamajo. La trovata era quasi geniale: sfruttare un referendum voluto da
Rifondazione comunista per allargare la rappresentanza sindacale in modo da
eliminare la Fiom dalle proprie fabbriche. L’articolo 19 dello statuto dei
lavoratori la limitava ai soli sindacati «maggiormente rappresentativi». Il
referendum del 1995 lo modificò prevedendolo per «i sindacati firmatari dei
contratti». Uscendo da Confindustria e creando un Contratto collettivo di
lavoro specifico (Ccsl) costruì il ricatto perfetto: o la Fiom firmava per più
turni, il taglio delle pause, l’impossibilità di fare sciopero oppure sarebbe
rimasta fuori dai cancelli.
IN
QUELLA BATTAGLIA DEL 2010 il manager che inizia a sfoggiare i proverbiali
maglioncini ebbe tanti alleati. Anche a sinistra. Sulla pelle dei 5mila di
Pomigliano giocarono politici, vip, la qualunque. Tutti a spiegare che quella
era la modernità, i diritti invece erano ferri vecchi. A lui si prostrarono
Cisl e Uil – diventati da quel momento i sindacati «firma tutto» – perfino
parecchi esponenti Cgil che proposero l’obbrorio della «firma tecnica». Sulla
sua strada Marchionne trovò solamente uno sparuto gruppo di giovani operai e un
sindacalista appena eletto alla guida della Fiom: Maurizio Landini, che ieri ha
voluto rispettare l’avversario: «Ci sono dei momenti che è meglio star zitti».
In pochi giorni il sindacalista operaio trasformò la sua battaglia in un
sussulto di dignità che rianimò un popolo intero, misurato nel milione di
piazza San Giovanni del 16 ottobre. Marchionne se la vide brutta soprattutto
nella notte di Mirafiori del 14 gennaio del 2011: l’estensione del modello
Pomigliano alla storica fabbrica torinese passò col 54 per cento solo grazie ai
colletti bianchi, gli operai lo bocciarono. Poi il 23 luglio 2013 è arrivata la
Corte Costituzionale a far rientrare la Fiom in Fca, ancora in apartheid però
per volontà dello stesso Marchionne.
A
OTTO ANNI DI DISTANZA la Panda, l’auto che sarebbe tornata a Pomigliano dalla
Polonia, è pronta a fare il viaggio opposto. Lo scambio «lavoro in cambio di
diritti» ha già perso il suo presupposto. E fra cassa integrazione e contratti
di solidarietà giunti alla massima durata grazie ai tagli del Jobs act
(dell’amico Renzi, così come amici furono Monti e Berlusconi), migliaia di
operai italiani rischiano seriamente di essere licenziati.
LA
PRIMA RIVOLUZIONE di Marchionne è stata andarsi a comprare Chrysler. Sorella
minore di Ford e General Motors e meno costosa dei tre brand di Detroit andati
in crisi nel 2009, l’ha comprata direttamente coi soldi (pubblici) di Obama che
la salvò dal fallimento. Una fusione molto particolare: un piccolo produttore italiano
che acquista un gigante americano. E difatti il risultato è un ibrido globale:
quel Fiat Chrysler Automobiles con acronimo rischioso in Italia. Ma il core
business è il rilancio della Jeep, simbolo yankee pubblicizzato da Clint
Eastwood, l’Italia diventa la provincia dell’impero, le radici sono
anestetizzate dalla finanza.
LA
SECONDA INVECE È STATA un aggiustamento in corsa, sebbene anch’esso meditato.
Il mitico piano «Fabbrica Italia» non stava in piedi: la domanda di auto calava
per la crisi, il ritardo tecnologico non permetteva di allargare i mercati.
Ecco allora la «mossa del cavallo»: Marchionne decide di abbandonare la
produzione di «utilitarie» rottamando la storia della Fiat e puntare sui
segmenti più alti a maggior valore aggiunto e ricavi. La mossa ha funzionato in
parte. I conti sono migliorati, il mercato Usa relativamente conquistato. La
piena occupazione in Italia non c’è e non ci sarà.
LA
SUA CRAVATTA SAPIENTAMENTE celata sotto il maglioncino all’Investor Day del
primo giugno è il suo testamento: la scommessa del «debito zero» l’ha vinta,
quella del lavoro in Italia l’ha persa. È un particolare che alle agenzie di
rating interessa zero e il neoliberismo globale ora ha il suo eroe da
pontificare.

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