Il Successore di
Marchionne. La famiglia Agnelli ha rispettato la volontà del manager scegliendo
il suo prediletto che ha rilanciato il marchio Jeep
Massimo Franchi, Il manifesto
23 luglio 2018
Successione
affrettata, certo. Al timone però va il prediletto di Marchionne, il braccio
destro più accreditato. E la continuità di visione e strategia globale è
assicurata.
JOHN
ELKANN HA RISPETTATO la volontà di Sergio Marchionne. Mike Manley, inglese di
Edenbridge, 54 anni, una laurea in ingegneria alla Southbank University di
Londra e un master in business administration all’Ashridge Management College,
è l’uomo del marchio Jeep. Negli Stati Uniti è riuscito a rilanciarlo, a farlo
tornare il simbolo della provincia americana, della libertà di correre e far
rumore e anche di inquinare a proprio piacimento.
Un
successo commerciale e di strategia, figlio di un rilancio motivazionale della
rete di vendita, appassita dalla crisi dei primi anni duemila.
Jeep,
molto più di Alfa Romeo, è il brand su cui Fca punta forte per il nuovo piano
industriale illustrato da Marchionne nell’Investor Day del primo giugno.
Vengono previsti ben dieci nuovi modelli entro il 2022. «Consolideremo il
marchio per resistere alla concorrenza: nei prossimi 5 anni entreremo in tre
nuovi segmenti: piccoli uv (utility vehicles), dei pick up e dei grandi suv»,
ha spiegato lo scorso primo giugno a Balocco il manager britannico. Concludendo
con un afflato forse eccessivo: «Anni di gloria ci aspettano».
LA
SITUAZIONE DEL GRUPPO FCA è certo finanziariamente solida. Il «debito zero»
arriverà però grazie alla vendita del gioiellino Magneti Marelli e alla
finanziarizzazione spinta, vera impronta dell’era Marchionne.
Sul
piano industriale la situazione è molto meno solida. Fca rimane il player
globale più piccolo e il più in ritardo nella svolta verso l’elettrico. Meno di
un anno fa Marchionne continuava a considerare il metano tecnologia più verde
dell’elettrico e solo a giugno ha virato frettolosamente. Rispetto a tedeschi e
giapponesi il ritardo tecnologico sull’elettrico è pesantissimo e rischia di
condizionare i prossimi anni.
L’ALTRA
GRANDE INCOGNITA lasciata da Marchionne è la mancata alleanza. Il manager col
maglioncino ha sempre sostenuto che fosse necessaria per competere sul mercato,
ma non è mai riuscito a portarla a termine. Da anni si parla di contatti con
Ford e General Motors, falliti anche per questioni caratteriali. L’anno scorso
arrivò la strana proposta cinese – Great Wall la maggior indiziata – che
Marchionne non accettò. Ultimamente si è fatto il nome di Toyota. Se nessuna di
queste trattative o semplici voci è andata a buon fine il motivo è da ricercare
proprio nella unicità della creazione di Fca: una fusione anomala dove una
azienda più piccola ha salvato una più grande. Allearsi con chi è più grande
ora, significherebbe essere il junior partner, farsi in qualche modo
fagocitare. E Marchionne non lo ha mai voluto. Diversa la percezione della
famiglia Agnelli che invece sarebbe maggiormente propensa a prendere i soldi e
farsi da parte, avendo nel frattempo differenziato i propri affari un po’
dappertutto.
In
questo quadro l’Italia è sempre più residuale per il gruppo. Arrivata a pietire
nove modelli dei dodici europei promessi per avere la possibilità di salvare un
minimo i livelli occupazionali, ad oggi Pomigliano e Mirafiori sono gli
stabilimenti messi peggio. In Campania servirebbero tre modelli per rimpiazzare
la Panda, a Mirafiori (dove per non licenziare gli operai, Fca ne ha spostati
oltre 500 a Grugliasco) almeno due. La «cassa» colpisce anche Melfi, mentre
Pratola Serra e Cento dove si producono motori diesel sono all’allarme rosso.
LA
PRIMA SFIDA DI MANLEY sarà il prossimo rinnovo del contratto aziendale. Il
malcontento monta tra gli 80mila lavoratori. Se volesse dare un segnale di
discontinuità dovrebbe riammettere al tavolo anche la Fiom. Quella sì che
sarebbe una svolta.

Nessun commento:
Posta un commento