Auto e dintorni. Sergio
Marchionne è stato l’«uomo della transizione». Ha portato la Fiat fuori
dall’Italia. E l’Italia fuori dall’era industriale. Ma la sua eredità è piena
di macerie. L’autoritarismo padronale dei referendum a Pomigliano e Mirafiori
lascia centomila operai in meno, fabbriche vuote e un futuro incerto sulle auto
di domani
Marco Revelli, Il manifesto
23 luglio 2018
L’«Era
Marchionne» finisce bruscamente. Anzitempo, e drammaticamente.
Quello
deciso ieri dai consigli di amministrazione di Fca, Ferrari e Cnh riuniti
d’urgenza a Torino non è un avvicendamento fisiologico (che sarebbe dovuto
avvenire nel 2019, come preannunciato dallo stesso Marchionne, con
l’approvazione dei conti del 2018).
È
piuttosto il frutto di un imprevisto. Di uno stato di necessità che assegna al
termine «fine» un carattere più perentorio. In qualche modo definitivo, di
quelli che, appunto, trascinano con sé il senso di un bilancio.
Cosa
è stato Marchionne per la Fiat e per Torino? Cosa ha rappresentato per
l’Italia? E in qualche misura per tutti noi, che sotto il segno di auto,
industria, finanza abbiamo vissuto e, negli ultimi tempi, patito?
È
l’«uomo che ha salvato la Fiat e l’ha portata nel mondo» – come recita la
congregazione dei plaudenti – o quello che ne ha decretato la fine facendola
americana?
È
il manager che ha sburocratizzato la pesante macchina industriale fordista
introducendovi lo stile informale e il passo lieve del demiurgo post-moderno, o
quello della mano pesante e del tradizionale autoritarismo padronale nei
referendum di Pomigliano e Mirafiori?
È
l’uomo del futuro, che incarna nella propria visione e nella propria azione un
«nuovo paradigma» industriale-finanziario, o è «soltanto» un buon navigatore
nella sistematica del caos che caratterizza la nostra epoca, capace di
mantenersi a galla grazie alla propria vocazione a cambiar forma?
Difficile
dare ora una risposta certa. Ma su un punto credo di avere le idee chiare.
Marchionne
è l’«uomo della transizione». Non certo l’uomo del passato – di un passato
industriale diventato indubbiamente improponibile -, ma nemmeno l’uomo del
futuro.
HA
TRASCINATO LA FIAT fuori dal Novecento (e dal fondo di un baratro), ma non l’ha
consegnata a un’identità certa e stabile. A un «modello» nuovo e sicuro. Ha
pareggiato i conti, certo (e si tratta di un quasi-miracolo che gli ha permesso
di annodarsi per la prima volta dal 2006 la cravatta al collo), ma Fca rimane
comunque un gruppo minore nel panorama dei grandi produttori automobilistici
globali: l’ottavo, con i suoi 4.863.291 autoveicoli venduti (di cui appena un
settimo prodotto in Italia), il 5,1% del mercato, esattamente la metà rispetto
a colossi come Volkswagen e Toyota, molto dietro alla francese Renault.
Un
gruppo del tutto incerto sul profilo del proprio prodotto: unica certezza il
successo di Jeep (il cui capo del brand, Mike Manley, è appunto il successore
di Marchionne), per il resto oscillazioni tra l’opzione per modelli premium e
de luxe o i tradizionali prodotti di massa.
In
una delle sue ultime dichiarazioni pubbliche era stato annunciato un piano
d’investimenti massicci sull’auto elettrica (45 miliardi in 4 anni), un settore
difficile, affollato, a micidiale competitività, con concorrenti dalla
tradizione ventennale come Toyota, che garantirebbe di sicuro vantaggi futuri
ma su cui tutto resta molto incerto, ed embrionale.
Più
chiara ed evidente la questione dell’Italia. Qui la «transizione» si è
consumata con un exit secco, cioè con un trasferimento di risorse e di sedi che
ha assestato un durissimo colpo alla vocazione industriale del Paese.
FORSE
POTREMMO DIRE che l’Italia industriale, così come l’avevamo conosciuta nella
seconda metà del XX secolo, ha cessato ufficialmente di esistere allora, con
quell’esodo, quando la Fiat non ha cambiato solo nome, sede legale (Olanda) e
sede fiscale (Londra), ma con un massiccio trasferimento di tecnologie ha
contribuito al rinsanguamento di un’industria automobilistica americana esangue
restando tuttavia a sua volta in una condizione di anemia quasi mortale.
Con
il 2010 del «Progetto Italia», lanciato in gran pompa l’anno prima come
condizione per una resa sindacale e operaia pesantissima, non è rimasto più
nulla.
Sotto
l’ala protettrice di Barak Obama, il baricentro è stato spostato da Torino e
dalla Campania al Michigan e Detroit.
Qui
da noi sono rimasti gli scheletri spolpati di Mirafiori (oggi pressoché
deserta, dopo che i residui operai della Maserati sono stati concentrati a
Grugliasco) e di Pomigliano (dove la parabola discendente della Panda lascia
una scia dolorosa di cassa integrazione cronica).
Era
stato lo stesso Marchionne, da Fabio Fazio (sempre lui!), nell’ottobre del 2009
ad affermare, testualmente, che «la Fiat potrebbe fare di più se potesse
tagliare l’Italia». E da uomo di parola aveva fatto seguire i fatti.
In
Italia Fca è passata dai 120mila dipendenti del 2000 ai 29mila di oggi
Oggi
i dipendenti diretti di Fca in Italia sono 29.000 compresi quelli di Maserati e
Ferrari. Erano oltre 120.000 nel 2000.
ORA
SERGIO MARCHIONNE lascia silenziosamente la scena quando l’era della
transizione – il «suo» tempo – è finita.
Il
mondo che viene avanti non è più quello della globalizzazione leggera, dello
spazio liscio della comunicazione e delle contaminazioni feconde, e neppure di
quella più dura dalla competizione feroce.
È
il tempo dei muri e dei dazi. Delle barriere e del confronto muscolare. Il
tempo delle guerre commerciali che minacciano di non fare prigionieri. Forse
ricorderemo i suoi maglioncini tutti uguali, nel tempo degli elmetti e delle
tute mimetiche.

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