Cassa Depositi e prestiti.
La nomina di Fabrizio Palermo -particolarmente caldeggiata da Di Maio- chiude
questa prima tappa di questo conflitto, al termine del quale il Ministro Tria
-dopo aver raggiunto il punto di rottura- ha portato a casa la nomina di
Alessandro Rivera alla Direzione Generale del Tesoro
Marco
Bersani, Il manifesto
21 luglio 2018
Lo
scontro sulle nomine dei vertici della Cdp, e che ha visto protrarsi l’esito
per oltre un mese, fino all’accordo di ieri sul nome di Palermo, è illuminante
della situazione in cui si trova il governo Lega-5StelleSu quelle nomine si
intrecciano infatti diversi conflitti.
Il
primo, palesatosi in questi ultimi giorni, ha visto contrapporsi -fino al
rischio di rottura finale- il Ministro dell’Economia, Giovanni Tria, da una
parte, e i due maggiorenti della coalizione di governo, Salvini e Di Maio,
dall’altra.
Essendo
il primo di profilo «tecnico» e, di conseguenza, fedele guardiano della stabilità
dei conti sulla quale sta particolarmente premendo la Commissione europea, ed
essendo i secondi necessitati a trovare in qualunque modo risorse per poter
almeno avviare qualcuna delle innumerevoli promesse agitate in campagna
elettorale e scritte nel contratto di governo, lo scontro si è palesato sulla
qualifica «tecnica» o «politica» della nomina. Ovvero se la scelta spettasse al
Ministero dell’Economia o ai partiti della coalizione di governo.
La
nomina di Fabrizio Palermo -particolarmente caldeggiata da Di Maio- chiude
questa prima tappa di questo conflitto, al termine del quale il Ministro Tria
-dopo aver raggiunto il punto di rottura- ha portato a casa la nomina di
Alessandro Rivera alla Direzione Generale del Tesoro.
Le
rassicurazioni sulla pace e la concordia che regnano nel Governo, rimbalzate ad
uso stampa da tutti i contendenti, sono il segnale di una dicotomia che
potrebbe trasformarsi in conflitto permanente.
C’è
tuttavia un secondo conflitto legato alle nomine Cdp, poco emerso in questi
giorni ma quasi sicuramente destinato ad esplodere in autunno. Questa volta la
contrapposizione sarà direttamente fra Lega e 5Stelle.
Passata
l’ubriacatura elettorale, diventa infatti sempre più evidente come, date le
compatibilità promesse e le conseguenti risorse disponibili, il nuovo governo
si appresti a varare nel prossimo autunno una Legge di Bilancio in cui tutte le
promesse elettorali di cui sopra non solo non potranno essere realizzate, ma
neppure accennate.
C’è
poco da girarci intorno. Se, aldilà di roboanti dichiarazioni stampa contro le
politiche di austerità, si decide di stare dentro la trappola del debito e
dentro i vincoli di bilancio prefissati dall’Unione europea, il quadro è tanto
chiaro quanto desolante: data la frenata della «crescita» prevista da Banca
d’Italia e Fmi, e data la prossima fine -o comunque trasformazione al ribasso-
del Quantitative Easing della Bce di Mario Draghi, vanno da subito trovati 8
miliardi anche solo per mantenere la situazione di deficit attuale.
Figuriamoci
se, in questo contesto, qualcuno possa anche solo accennare al “reddito di
cittadinanza” grillino o alla Flat Tax leghista.
Lo
scontro su Cassa Depositi e Prestiti assumerà i contorni di una guerra fra i
due maggiori partiti per vedere chi, riuscendo a mettere le mani sul tesoretto
di Cdp, possa almeno provare a scontentare di meno il proprio elettorato
rispetto a quello dell’altro.
Perché
una cosa sembra chiara a tutti gli attori in campo: dopo aver sbandierato a
destra e a manca l’arrivo della nuova era, sarà difficile continuare ancora a
lungo a canalizzare la collera sociale- inventandosi un’emergenza migranti che
non esiste- al grido razzista di «prima gli italiani», se poi quegli stessi
italiani chiamati a raccolta non vedono alcun cambiamento concreto delle loro
condizioni di vita. Resta un assordante silenzio che circonda i duelli in
corso: quello dei movimenti sociali, delle comunità territoriali e dei Comuni
consapevoli, che sull’utilizzo -decentrato, diffuso, partecipativo, finalizzato
all’interesse generale- dei 300 miliardi di risparmio postale in pancia a Cassa
Depositi e Prestiti saprebbero da subito cosa fare: avviare l’inversione di
rotta verso un modello sociale in cui le vite (di chi c’è e di chi arriva)
vengano prima del debito, i diritti prima dei profitti, il «comune» prima della
proprietà.

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