Il ministro dello Sviluppo
si scaglia contro Calenda: "Un pasticcio, offerta migliore era di
Acciaitalia". Idea Cdp. Ma Mittal non molla, pronta a collaborare
Giuseppe
Colombo, Huffington post
21
luglio 2018
Intransigenza
zero. Dopo la lettera con cui l'Anac ha certificato la presenza di alcune
irregolarità nella procedura di aggiudicazione dell'Ilva di Taranto, Di Maio è
un fiume piena. Chi ha avuto modo di parlare con lui riferisce di una volontà
ferrea, che non prevede compromessi: arrivare fino in fondo, costi quel che
costi, anche all'annullamento dell'affidamento a Arcelor Mittal. Il principio
della legalità sopra ogni altra cosa. Da qui la "vendetta" contro
Carlo Calenda e chi l'aveva accusato di andare troppo a rilento nell'esame
delle famose 23mila pagine del dossier. Ma dietro questa determinazione si
nasconde anche una grande paura, quella cioè che una nuova gara possa non
registrare appeal. Ecco perché la fase di valutazione sul da farsi, al momento,
non ha dato alcun esito finale.
Nella
risposta all'interpellanza urgente alla Camera, Di Maio è passato a esporre la
prima parte della strategia, quella già confezionata: attacco frontale al suo
predecessore al Mise, Carlo Calenda, e più in generale a tutti coloro che
avevano messo in dubbio la decisione di raccogliere la sollecitazione del
governatore pugliese Michele Emiliano e chiedere all'Authority guidata da
Raffaele Cantone di accendere un faro. Non a caso il vocabolario usato da Di
Maio ha registrato parole ed espressioni volte da una parte a dequalificare il
lavoro svolto dal governo precedente ("pasticcio", "leso il
principio della concorrenza", "regole cambiate in corsa") e
dall'altra al tentativo di porre l'etichetta della legalità sulla sua camicia e
più in generale su quella dei 5 Stelle.
Il
ragionamento che guida la riflessione avviata da Di Maio è abbastanza lineare:
ora che è stata dimostrata l'incapacità di Calenda di portare a termine la gara
con regolarità e con Arcelor Mittal che sta ultimando il nuovo piano per
rilanciare il suo impegno, ci sono le condizioni per prendere pieno possesso
del dossier senza il peso dell'impronta del vecchio governo.
Avere
le mani libere, tuttavia, non è sinonimo di garanzia di fare meglio.
Tutt'altro. Per questo la cautela è d'obbligo e nonostante le dichiarazioni
bellicose si è deciso comunque di non prendere decisioni avventate. Almeno non
nell'immediato. A maggior ragione che con Mittal si dovrà comunque fare i
conti. In una nota, infatti, il gruppo indiano si è difeso apertamente,
sottolineando di aver partecipato "con correttezza, impegno e dedizione
alla gara d'appalto per Ilva, gestita dai suoi commissari sotto la supervisione
del Governo Italiano". "All'interno di questo processo, la nostra
azienda ha ottemperato in maniera chiara e trasparente a tutti i passaggi
necessari, come richiesto dalle leggi italiana ed europea, per firmare il
contratto vincolante per l'acquisizione di Ilva", ha sottolineato la
stessa Mittal. Il tutto accompagnato da una promessa-impegno che spiega come la
volontà sia quella di incassare il dovuto, cioè la gestione dello stabilimento
di Taranto: a giorni arriverà il piano con un'offerta migliorativa che poggia
su "solide fondamenta".
In
questo quadro, viene spiegato da alcune fonti vicine al dossier, la pressione
nei confronti di Mittal sarebbe cresciuta, utilizzando proprio la leva del
rischio che salti tutto e che quindi anche per la cordata indiana, qualora
fosse ancora interessata, bisognerebbe ricominciare da zero.
I
prossimi passi decisi da Di Maio mettono in luce la strategia ancora definita a
metà. Sul fronte dell'attacco a chi ha gestito la partita prima di lui, il
leader 5 Stelle è determinato ad andare avanti e a chiudere in tempi celeri l'inchiesta
interna al ministero dello Sviluppo economico oltre a ottenere in un periodo
altrettanto breve il parere dell'Avvocatura dello Stato. Insieme alla lettera
dell'Anac, infatti, l'emergere di nuovi elementi che possono sostenere l'idea
dell'irregolarità della gara è visto come un rafforzamento della posizione
attuale. Ancora da costruire, invece, la seconda parte della strategia, quella
appunto della decisione finale da assumere. "Il tempo è poco" ha
ammesso Di Maio: il 15 settembre, infatti, scade la proroga del mandato ai
commissari, che fino ad ora non ha permesso a Mittal di impossessarsi dello
stabilimento di Taranto, previsto inizialmente a partire dal primo luglio.
La
mancata accelerazione sullo stop alla gara è legata a un motivo preciso: il rischio
che ripartendo daccapo alla fine si resti con il cerino in mano. Nonostante Di
Maio faccia il tifo per AcciaItalia, la cordata uscita sconfitta dalla gara,
non sembra esserci attualmente la disponibilità di un ritorno in campo di
quegli attori che si erano uniti in precedenza. In ambienti del Mise circola
una tentazione, quella cioè di usare la Cassa depositi e prestiti come fulcro
di una nuova cordata. Una sorta di esca per un'eventuale nuova alleanza di
imprenditori coraggiosi che però non si vedono all'orizzonte.

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