Ilva. Il vicepremier
pentastellato parla in un’aula semivuota delle criticità sulla gara espresse
dall’Anac e azzera la trattativa con Mittal
Massimo
Franchi, Il manifesto
21
luglio 2018
La
vendita di Ilva torna in discussione. La ragione è grave: la procedura di bando
con cui il gruppo siderurgico è stata ceduto a AmInvestCo, guidata dagli
indiani di Arcelor Mittal, è viziata da «varie criticità» rilevate dall’Anac,
l’autorità anti corruzione guidata da Raffaele Cantone. Criticità che portano
il ministro dello Sviluppo Luigi Di Maio ad aprire un’indagine interna al
ministero – chiamando in causa la gestione del suo predecessore Carlo Calenda –
e a sostenere in Parlamento che «l’offerta di Acciaitalia, la cordata
alternativa risultata perdente era migliore».
A
due anni dall’aggiudicazione della gara il futuro dei 14mila lavoratori e dei
cittadini di Taranto torna dunque in alto mare. Giovedì sera l’Anac ha risposto
alla lettera con cui il Mise – su segnalazione del presidente della Regione
Puglia Michele Emiliano – ha sollevato sospetti sulla procedura di
aggiudicazione. Le «criticità rilevate» da Cantone riguardano i tempi del piano
ambientale cambiati più volte in corsa e allungati con un accordo post
assegnazione tra Mittal e l’allora ministro Calenda, la mancanza della
possibilità di rilanciare per la cordata perdente (cosa che Acciaitalia fece,
ma non fu considerata) e la mancanza di concorrenza derivata da condizioni
troppo stringenti all’inizio, poi diluite con Mittal. L’Anac ha solo dato un
parere, non ha fatto un’inchiesta e per questo Cantone ha sostenuto che la
decisione di bloccare la vendita debba essere presa dal governo.
«L’offerta
della cordata guidata da Jindal era la migliore, ma nel bando metà del
punteggio era dato al prezzo» e non al piano ambientale e alla salute. Per
questo è stata scelta Arcelor», ha attaccato Di Maio. Nella procedura di gara
per la cessione dell’Ilva, secondo il ministro, «è stato leso il principio
della concorrenza: la procedura è stato un pasticcio, le regole del gioco sono
state cambiate in corsa. Se la procedura fosse stata corretta ci sarebbero
state molte più offerte e tutte migliori, anche quella di Arcelor».
Le
domande per il bando dovettero arrivare entro il 5 gennaio 2016, ma a quel
tempo si prevedeva che il piano ambientale si dovesse attuare entro il 31
dicembre dello stesso anno. All’apertura delle buste, a fine giugno, invece il
termine di attuazione del piano ambientale era stato posticipato, prima di 2
anni e ora al 2023. Per non parlare dei vari decreti e autorizzazioni
ambientali (Aia) che hanno derogato ai limiti di inquinamento e concesso a
Mittal una sorta di immunità penale fino al 2023. Di Maio ha risposto a una
interpellanza urgente su Ilva davanti ad una Camera praticamente deserta, anche
nei banchi della maggioranza.
Il
tutto mentre Mittal stava presentando una nuova offerta migliorativa, come
confermato da Di Maio («Nelle prossime ore dovrebbe arrivare una
controproposta»), che dunque non chiude all’ipotesi di accordo col colosso
franco-indiano. In caso di annullamento della gara infatti il rischio di una
richiesta di danni da parte degli acquirenti in pectore potrebbe mettere a
rischio la stessa sopravvivenza di Ilva, da 5 anni in gestione commissariale.
Il
vicepremier ha annunciato che chiederà «subito chiarimenti ai commissari» su
tutta la vicenda e avvierà «un’indagine all’interno del ministero». Inoltre Di
Maio chiederà «subito un parere all’Avvocatura dello Stato. Non possiamo
continuare a fare finta di niente» e «intendiamo andare fino in fondo per fare
chiarezza». Alle sue dichiarazioni ha risposto subito Carlo Calenda, parlando
di «beata menzogna».
A
Calenda risponde però la Fiom. «Abbiamo sempre denunciato la mancanza di
trasparenza in diversi passaggi dell’operazione di vendita dell’Ilva, a partire
dal contratto. Molti documenti ci sono stati negati, malgrado le nostre
richieste. Questa mancanza di trasparenza non ha consentito mai, nei fatti,
l’avvio di una trattativa reale», attacca la segretaria generale Francesca Re
David. Come Fim e Uilm anche la Fiom chiede al governo di fare presto. La
proroga della vendita a Mittal è fino al 15 settembre e nel frattempo la
gestione commissariale continua a perdere soldi e non garantire la sicurezza
sul lavoro. «La Fiom è interessata alla ricerca della soluzione migliore, nel
pieno rispetto della legalità e delle osservazioni dell’Anac, dal punto di
vista industriale, ambientale e occupazionale, oltre alla salvaguardia della
salute. Bisogna che il governo garantisca la continuità produttiva in attesa di
una decisione in merito. Il ministro Di Maio convochi al più presto le
organizzazioni sindacali perché i lavoratori non possono apprendere le notizie
dalla stampa», conclude Re David.
Cosa
succederà ora? La possibilità che Acciaitalia – cordata formata da Jindal,
Cassa depositi e prestiti, la acciaieria italiana Arvedi e la finanziaria di
Del Vecchio, patron di Luxottica – si riaggreghi è altamente improbabile, anche
perché nel frattempo Jindal ha comprato la ex Lucchini di Piombino con un
investimento molto inferiore ma cospicuo.
Più
probabile che Di Maio utilizzi questa spada di Damocle sulla testa di Mittal
per spuntare condizioni migliori sotto l’aspetto ambientale (copertura dei
parchi e bonifiche più veloce), tecnologico (uso dei forni elettrici e della
gassificazione meno inquinante) e soprattutto occupazionali, avvicinando la
completa riassunzione con 14mila addetti che significherebbe «esuberi zero»
come chiesto da tutti i sindacati.

Nessun commento:
Posta un commento