Giorgio
Bongiovanni, Antimafia 2000
20
luglio 2018
Il
19 luglio 1992, in via d'Amelio, è andata in scena una vera e propria strage di
Stato. Ecco quel che è accaduto ormai 26 anni fa. Le motivazioni della sentenza
della Corte d'Assise di Caltanissetta sul processo Borsellino quater mettono in
evidenza i contorni del depistaggio e di quelle zone d'ombra su cui oggi è
necessario far luce.
La
mafia ha eseguito materialmente una parte della strage ma, possiamo dirlo, è sempre
più evidente che non fosse da sola.
Quando
intervistai il collaboratore di giustizia, Totò Cancemi, mi disse che “Riina è
stato preso per la manina per fare le stragi”. I giudici nisseni, parlando
dell'accelerazione sulla strage, appena 57 giorni dopo quella di Capaci, hanno
ricordato le parole dell'ex boss di Porta nuova, il quale aveva spiegato che da
giugno 1992 i "discorsi" su Borsellino diventarono più pressanti e
che lo stesso capo dei capi si assumeva la responsabilità e la paternità di
uccidere subito il giudice. E anche le parole del collaboratore Nino Giuffré
sui sondaggi e le "tastate di polso" esterne a Cosa nostra non
possono essere dimenticate.
Ed
è espressamente chiarito che il magistrato palermitano "rappresentava un
pesantissimo ostacolo alla realizzazione dei disegni criminali non soltanto
dell’associazione mafiosa, ma anche di molteplici settori del mondo sociale,
dell’economia e della politica compromessi con 'Cosa Nostra'".
Quindi,
senza entrare nel merito della questione "trattativa Stato-mafia"
(oggetto di altro procedimento su cui si è espressa lo scorso 20 aprile la
Corte d'assise di Palermo -, i giudici scrivono che "appare incontestabile
come la strage di Via D’Amelio, inserita nella complessiva strategia stragista di
cui si è ampiamente riferito, oltre a soddisfare un viscerale istinto
vendicativo, si proponesse il fine di “spargere terrore” allo scopo di “destare
panico nella popolazione”, di creare una situazione di diffuso allarme che
piegasse la resistenza delle Istituzioni, così costringendo gli organi dello
Stato a sedere da 'vinti' al tavolo della 'trattativa' per accettare le
condizioni che il Riina ed i suoi sodali intendevano imporre".
Come
giustamente ha ricordato Saverio Lodato le sentenze di Palermo e di Caltanissetta
hanno il merito di mettere alla luce le responsabilità che pezzi di Stato e
delle istituzioni hanno avuto negli anni delle bombe.
Il
"nodo” dei mandanti esterni si intreccia anche con la scomparsa
dell'agenda rossa ed il depistaggio che è stato definito come il "più
grande della storia".
I
processi che si sono fin qui celebrati hanno offerto una parte della verità. E
non è un caso se anche la sentenza del "quater" riprende le
motivazioni del "Borsellino ter". Proprio in quest'ultimo si parla
delle piste che portano al possibile collegamento tra l’accelerazione della
strage di via d'Amelio e la trattativa Ciancimino-Ros dei Carabinieri; ma anche
del fatto (così come riferiva sempre Cancemi) che Riina citava Berlusconi e
Dell’Utri come soggetti da appoggiare "ora e in futuro", e
rassicurava gli altri componenti della Cupola che fare quella strage sarebbe
stato alla lunga "un bene per tutta Cosa nostra".
La
motivazioni della sentenza, depositate sabato, affrontano anche il tema degli
"elementi di verità" con cui è stato imboccato Scarantino chiarendo
che il depistaggio, così come aveva spiegato il pm Nino Di Matteo in
Commissione antimafia, era iniziato immediatamente dopo la strage (due anni
prima dal momento in cui Di Matteo si era occupato delle indagini).
Una
"pista" viene indicata in seno a quei Servizi di sicurezza che già il
giorno dopo la strage furono coinvolti direttamente dal Procuratore capo di
Caltanissetta, Gianni Tinebra. Fu lui a chiedere aiuto per le indagini all'ex
numero due del Sisde Bruno Contrada. E pesano come macigni le note che lo
stesso Servizio segreto civile diffuse proprio nelle prime fasi delle indagini.
La
prima è quella del 13 agosto 1992 dove il Centro di Palermo comunicava alla
Direzione del Sisde di Roma che “a seguito di ‘contatti informali’ con gli
investigatori della Questura di Palermo, anticipazioni sullo sviluppo delle
indagini relative alla strage di via d’Amelio circa gli autori del furto della
macchina ed il luogo ove la stessa ‘sarebbe stata custodita prima di essere utilizzata
nell’attentato'”.
Un'informazione
incredibile tenuto conto della tempistica che precede di diverso tempo la
comparsa sulla scena di Candura e Scarantino (ufficialmente le prime fonti di
accusa che portavano in direzione della Guadagna). Poi ci sono le note del 17
ottobre '92, firmata da Lorenzo Narracci (vice capocentro del Sisde di
Palermo), in cui venivano inseriti i nomi di Luciano Valenti, Roberto Valenti e
Salvatore Candura; e sempre di ottobre è la nota del centro Sisde di Palermo
che informò gli uffici centrali del servizio e quindi la Questura di
Caltanissetta circa le parentele mafiose “importanti” di Scarantino. Tra queste
non vi era solo il cognato Salvatore Profeta, uomo d’onore della famiglia
mafiosa di S. Maria di Gesù ma che con Scarantino non aveva alcun legame di
collaborazione criminale. L'intelligence ipotizzava, infatti, una lontana, ma
mai accertata, parentela con la famiglia Madonia di Resuttana. Ci fu dunque una
spinta dei Servizi verso quella falsa verità? La Corte d'Assise punta il dito
contro gli investigatori ed in particolare contro l'allora Capo della Polizia,
Arnaldo La Barbera, stabilendo un collegamento anche con la vicenda della
sparizione dell'Agenda Rossa.
Misteri
su misteri. Questi elementi, a cui si aggiungono le dichiarazioni coincidenti
tra Gaspare Spatuzza e Scarantino sulle modalità del furto dell'auto e del
ricovero in un garage; ma anche gli aspetti riguardanti la presenza di un uomo
"non appartenente a Cosa nostra" (così come riferito dall'ex boss di
Brancaccio) nel momento dell'imbottitura di esplosivo della macchina; o le
intercettazioni tra il pentito Mario Santo Di Matteo e la moglie dove si
parlava di "infiltrati della polizia"; sollevano inquietanti
interrogativi. E sembra incredibile che, dopo 26 anni, ancora non sappiamo con
assoluta certezza chi ha premuto il pulsante del telecomando che fece saltare
in aria Borsellino e gli agenti di scorta.
Giustamente
i familiari delle vittime tornano a chiedere ulteriori indagini e che si faccia
verità e giustizia su questi fatti.
In
particolare oggi, intervistata da Il Fatto Quotidiano e La Repubblica,
Fiammetta Borsellino parla della sentenza come di un "punto di
partenza". La figlia del magistrato chiede "risposte tangibili e non
parate in occasione del 19 luglio, per l'anniversario della morte di mio padre
e dei poliziotti". A Repubblica ha lasciato anche alcuni dei quesiti che
rivolgerebbe a figure come Giuseppe Ayala ("che nel 1992 era parlamentare,
vorrei chiedere perché ha fornito sette versioni diverse dei momenti successivi
alla strage, in cui si trovò fra i primi in via D'Amelio a tenere in mano la
borsa di papà. E poco dopo scomparve l'agenda rossa") e come Ilda
Boccassini ("anche lei in quel periodo a Caltanissetta, ed era fra i pm
che non credeva a Scarantino, vorrei chiedere perché autorizzò dieci colloqui
investigativi dell’allora capo della Mobile La Barbera proprio con Scarantino,
nonostante avesse già iniziato a collaborare con la giustizia"). Quindi è
tornata a chiedere al Csm e al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella,
che "si faccia luce sulle responsabilità dei magistrati nelle
indagini" ricordando che "Alcuni dei magistrati che hanno avallato il
falso pentito continuano a ricoprire incarichi importanti. Anna Palma è
avvocato generale di Palermo, Carmelo Petralia è procuratore aggiunto a
Catania".
Poi
però inciampa quando torna a chiedersi se "sia stata una scelta corretta
da parte dei magistrati dell’accusa quella di non depositare subito il
confronto tra il falso pentito Vincenzo Scarantino e il collaboratore di
giustizia Salvatore Cancemi che lo sbugiardava". Un richiamo, di fatto, ai
pm di allora Palma e Di Matteo. Per rispondere a questa domanda va ricordato
che il deposito posticipato di quegli atti al processo “Borsellino bis” era
costata una denuncia da parte dei tre legali nei confronti dei pm Annamaria
Palma, Carmelo Petralia e Nino Di Matteo per “comportamento omissivo”. A loro
volta i magistrati avevano denunciato per calunnia i tre avvocati. Il 25
febbraio 1998 il Gip di Catania aveva definitivamente archiviato l’inchiesta
sui sostituti procuratori di Caltanissetta in quanto priva di alcun
“comportamento omissivo”.
Di
questi episodi lo stesso pm Nino Di Matteo ha riferito sia di fronte alla
Commissione parlamentare antimafia che al processo Borsellino quater.
Sentito
come teste nel 2015 il pm Di Matteo aveva spiegato con dovizia di particolari
il criterio usato nella valutazione delle dichiarazioni di Scarantino da parte
dei magistrati: “Noi credevamo che Scarantino fosse a conoscenza di alcuni
segmenti dell'organizzazione materiale e della preparazione dell'attentato e
che avesse detto la verità nei primi tre interrogatori, quelli precedenti al 6
settembre '94 dove si parla della riunione nella casa di Calascibetta. Pertanto
nel 'Borsellino Bis' avevamo chiesto di non utilizzarlo quando non era
riscontrato”.
E
in Commissione parlamentare antimafia aveva ricordato anche il processo di
revisione, in merito all'accusa di strage, per sette imputati del Borsellino
bis. "Nessuno ricorda - disse allora - che già all'esito del processo di
primo grado di quel troncone, via d'Amelio bis (sentenza di primo grado del 13
febbraio 1999) 6 dei 7 soggetti successivamente revisionati erano già stati
assolti dalla Corte d'Assise di primo grado. Tutti fingono di dimenticare che
per 3 posizioni di quelle 6 erano stati gli stessi pubblici ministeri (Di
Matteo e Palma, ndr) a chiedere l’assoluzione".
E
va ricordato che Di Matteo, oggi sostituto procuratore nazionale antimafia, si
occupò solo marginalmente delle indagini poi scaturite nel “Borsellino bis”,
dove entrò a dibattimento già avviato. Diversamente istruì in toto le indagini
sul “Borsellino ter”, che abbiamo ricordato in precedenza, che ha portato alla
condanna di tutti i capi della Commissione provinciale e regionale. E non va
dimenticato l'impegno profuso nella ricerca dei mandanti esterni per le stragi
del 1992, anche assieme al collega Luca Tescaroli, negli anni successivi con le
indagini sulla presenza di Bruno Contrada per concorso in strage o quelle su
"Alfa e Beta" (ovvero Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri).
Elementi
che messi insieme dimostrano come il pm Nino Di Matteo non ha nulla a che
vedere con il depistaggio ordito sulla strage di via d'Amelio.
Alla
luce di questi fatti, con il rispetto per la legittima e sacrosanta pretesa di
verità che Fiammetta Borsellino grida allo Stato sulla morte del padre, ancora
una volta esprimiamo il nostro pensiero. Sarebbe auspicabile che la figlia del
giudice riconoscesse l'oggettiva estraneità del pm Di Matteo al depistaggio.
Parole
e fatti che hanno un peso e, senza i distinguo, la macchina del fango si mette
in moto a scapito della ricerca della verità. Ciò detto soprattutto per evitare
di isolare magistrati, come Nino Di Matteo condannato a morte dai capi di Cosa
nostra

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