L’ultimo rapporto
di Amnesty International inchioda i governi, fra cui quello italiano, per aver
sigillato la rotta mediterranea con scelte che hanno aggravato la situazione
nei centri di detenzione senza una controparte che possa garantire alcun
diritto
Simone Cosimi, WIRED
23 luglio 2018
23 luglio 2018
La sentenza è
inappellabile: “I governi europei sono complici consapevoli delle torture e
delle violenze ai danni di decine di migliaia di rifugiati e migranti, detenuti
in condizioni agghiaccianti in Libia”. Il punto, dice un nuovo documento di
Amnesty International, è che il contrasto agli sbarchi è passato
fondamentalmente da una serie di deliberate scelte politiche che hanno
aggravato la situazione dei centri di detenzione. Quei campi di concentramento,
dalle immagini di numerose inchieste susseguitesi negli ultimi mesi non si
saprebbe come altro definirli, sono il prezzo che paghiamo per aver sigillato
la rotta migratoria attraverso il Paese nordafricano, di fatto in una
situazione anarchica, e poi al Mediterraneo. Fregandocene di tutto il resto.
Politica. Si parla
di scelte politiche. Non sono denunce generiche. Per esempio vengono contestate
le forniture e il supporto tecnico al Dipartimento per il contrasto
all’immigrazione illegale, che è l’autorità libica a cui sono in carico i
centri di detenzione dove le persone sono trattenute arbitrariamente e a tempo
indeterminato oltre che sottoposte a torture e vendute, come ha testimoniato
una raggelante inchiesta della Cnn. Poi l’addestramento, l’equipaggiamento
(incluse le navi) e l’assistenza alla Guardia costiera libica e infine gli
accordi con le “autorità locali”, in gran parte leader tribali e capi di gruppi
armati (i famosi “sindaci” libici) per incoraggiarli a fare da filtro già alla
frontiera meridionale del Paese.
Quali sono le
conseguenze di queste scelte, portate avanti anche e soprattutto dal governo
italiano col piano voluto dal ministro dell’Interno Marco Minniti, se mescolate
al contesto e alla fantasmagorica legislazione libica? Sconvolgenti. Per
esempio il reato d’ingresso irregolare insieme all’assenza di norme e centri
per la protezione dei richiedenti asilo o delle vittime di traffico rende la
detenzione di massa l’unica strada percorribile. Finora pare che in quei centri
ci siano 20mila persone, in una situazione di profonda connivenza fra presunte
autorità, trafficanti, gruppi armati e milizie che dispongono come vogliono di
quei corpi. Ma, secondo l’Oim, in Libia ci sono oltre 416mila migranti, il 60%
provenienti dall’Africa subsahariana, il 32% da Paesi nordafricani e il 7% da
Asia e Medio Oriente. Oltre 44mila di queste, secondo l’Unhcr, erano registrate
ufficialmente come rifugiati o richiedenti asilo. Numeri evidentemente da
rivedere al rialzo. E di molto.
Amnesty denuncia
anche, a titolo di esempio e dopo aver analizzato l’intreccio fra Guardia
costiera e criminali, il caso di una nave donata dall’Italia lo scorso aprile,
la Ras Jadir, protagonista di un’operazione che lo scorso novembre ha causato
l’annegamento di un numero imprecisato di migranti su un gommone in avaria a 30
miglia dalle coste libiche. Innescando anche una sorta di “battaglia” con la Sea-Watch
3, imbarcazione di una ong.
“Aiutando le autorità libiche a intrappolare
le persone in Libia senza chiedere che pongano fine alle sistematiche violenze
contro rifugiati e migranti o come minimo che riconoscano l’esistenza dei
rifugiati, i governi europei stanno mostrando quale sia la loro reale priorità:
la chiusura della rotta del Mediterraneo centrale, con poco riguardo per la
sofferenza che ne deriva – ha spiegato John Dalhuisen, direttore di Amnesty
International per l’Europa – i governi europei devono ripensare la cooperazione
con la Libia in materia d’immigrazione e consentire l’ingresso in Europa
attraverso percorsi legali, anche attraverso il reinsediamento di decine di
migliaia di rifugiati. Devono insistere che le autorità libiche pongano fine
all’arresto e alla detenzione di natura arbitraria di rifugiati e migranti,
rilascino tutti i cittadini stranieri che si trovano nei centri di detenzione e
consentano piena operatività all’Alto commissariato Onu per i rifugiati”.
Sapevamo bene delle
condizioni delle “carceri” libiche. Molte inchieste giornalistiche, anche
italiane (basti pensare al lavoro di Francesca Mannocchi per l’Unicef, per
l’Espresso e per altre testate), avevano sollevato il punto. Il governo di
accordo nazionale Al Sarraj è un tentativo obbligato ma di fatto non esiste,
sebbene negli ultimi tempi le posizioni di Egitto e Russia, sponsor del
generale Khalifa Haftar, uomo forte dell’Est del Paese, si siano mosse in
direzione Tripoli. E lo stesso Haftar continua a essere ricevuto dai ministri
italiani (ieri era a Roma) anche in vista della scadenza degli accordi Skhirat
(17 dicembre).
Dunque proporre
quelle azioni senza una controparte in grado di garantire un minimo di
controllo avrebbe significato consegnare il controllo delle rotte a
quell’impasto di entità indefinite, criminali e trafficanti, contribuendo a
gonfiare i centri di detenzione. In fondo, per certi versi, un quadro che
ricorda quello di Gheddafi, il quale apriva o chiudeva i rubinetti delle rotte
mediterranee in base ai suoi interessi, per tenere in scacco l’Europa.
Abbiamo dunque
riprodotto la medesima situazione, almeno per il momento, solo invertendo le
parti e assegnando il ruolo che era dell’ex dittatore a una poltiglia di
schiavisti. L’aspetto lugubre è che rivendichiamo quel “meno XX percento” di sbarchi
come un risultato importante. L’Italia, e con essa l’Europa silente, ha
scambiato qualche migliaia di arrivi in meno (180mila nel 2016, 116mila fino
allo scorso 30 novembre) per un tornaconto politico. E non è un caso che il
grosso di quei provvedimenti sia decollato dopo la spregevole campagna contro
le ong della scorsa primavera. Tutto si tiene, nel doloroso teatro dei cinici
equilibri internazionali.

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