I dati raccontano che i migranti, perlopiù, fuggono da alcune
tra le zone di guerra più crudeli del mondo, abbastanza dure da motivarli ad
affrontare il deserto e il Mar Mediterraneo
Francesco
Piccinelli Casagrande, WIRED
23 luglio 2018
I migranti non
affrontano un viaggio pieno di pericoli per niente. Il mondo da cui provengono
è pericoloso e spietato. Combinando il dataset dell’Uppsala Conflict Data
Program e del progetto Missing Migrants dell’Organizzazione internazionale
delle migrazioni, il mondo che appare di conseguenza è spietato e spaventoso.
I dati raccontano
che i migranti, perlopiù, fuggono da alcune tra le zone di guerra più crudeli
del mondo, abbastanza dure da motivarli ad affrontare il deserto e il Mar
Mediterraneo
I migranti non
affrontano un viaggio pieno di pericoli per niente. Il mondo da cui provengono
è pericoloso e spietato. Combinando il dataset dell’Uppsala Conflict Data
Program e del progetto Missing Migrants dell’Organizzazione internazionale
delle migrazioni, il mondo che appare di conseguenza è spietato e spaventoso.
I dati di Uppsala e
Organizzazione internazionale delle migrazioni sono georeferenziati e cercano
di raccogliere quanti più episodi di un conflitto (Uppsala) e quanti più morti
e dispersi di migranti (Oim) siano stati documentati da più fonti di informazione
possibili.
Quello che appare
chiaramente è la commistione tra conflitti armati e rotte migratorie. Questo è
vero soprattutto per l’Africa. Sotto il Sahara, la macchia giallastra sotto il
Mediterraneo, c’è un vero e proprio muro del fuoco che spinge i migranti a
lasciare il proprio Paese e a imbarcarsi in un viaggio a piedi, esposti agli
elementi.
Un immigrato che
parte dal Nord Est della Nigeria, infatti, deve affrontare il deserto, sperare
di non morire di fame o di disidratazione e, poi, finalmente, il Mediterraneo.
Ma non è finita:
chi non vuole restare in Italia affronta dei viaggi ancora più rocamboleschi. I
dati dell’Oim mostrano che si muore cadendo dai treni e investiti dai camion,
un catalogo degli orrori quotidiano, uno stillicidio spaventoso che ricopre la
periferia di Europa e Nord America.
I puntini neri
della mappa permettono, in prospettiva, di ricostruire quelle che sono le rotte
dei migranti. Per quanto riguarda l’Africa e il Mediterraneo, ce ne sono almeno
due: una che parte dalla Nigeria e una che parte dal Corno d’Africa. I punti di
partenza sono appunto il Nord Est della Nigeria, territorio di caccia di Boko
Haram, terribile gruppo terrorista di matrice islamica, e il corno d’Africa
dove, tra l’altro, Eritrea ed Etiopia hanno fatto i primi passi per un tanto
atteso processo di pace.
Subito dopo il
deserto, il posto più pericoloso per i migranti è il Mediterraneo. Secondo le
stime dell’Iom, un migrante ha il 2% di possibilità di non farcela. Le peggiori
stragi di migranti al mondo avvengono in mare: si muore per affogamento. A
livello globale, il Mare Nostrum è il posto più pericoloso per chi decide di
migrare.
Non solo, i
migranti non smettono di morire nel Mediterraneo: il decesso di migranti
registrato più a Nord è stato, infatti, tra Svezia e Finlandia, per ipotermia.
Non solo: si muore per scossa elettrica, magari perché si è toccato il cavo
elettrico di una ferrovia o per incidente stradale, come è accaduto a Calais in
Francia. Ogni tanto, qualcuno muore soffocato o per il troppo caldo. Al confine
tra Usa e Messico, a volte non si conosce la causa della morte di un migrante:
lì, l’unica testimonianza della tragedia sono dei resti scheletrici. Da cosa
scappano?
Da gennaio a
luglio, per esempio, nell’area del Mediterraneo sono sbarcati 31.341 migranti.
Togliendo da questo numero i migranti di cui l’Unhcr non fornisce la
nazionalità (3.497) del campione restante, l’87% viene da paesi in guerra. Il
gruppo più rappresentato sono i siriani, mentre ci sono centinaia di migranti
che provengono da tutta l’Africa centrosettentrionale. Dove non è la guerra, è
la povertà: il grafico mostra chiaramente il Pil pro-capite di Gambia, Senegal
e in parte Tunisia. Dove non è la povertà, è la mancanza di libertà. Infatti,
come mostrano i dati di V-Dem, lo stato di diritto e la democrazia liberale
sono alcuni dei tratti condivisi dalla maggior parte dei paesi di provenienza.
Restringendo il
campo all’Italia, poi, diventa chiaro, da un punto di vista statistico, come il
numero di richiedenti asilo nel nostro Paese sia influenzato da quello che
accade nei loro paesi di provenienza. Ci sono dei casi devianti, come la
Nigeria. Tuttavia, questa deviazione è spiegabile dal fatto che è ancora
relativamente facile arrivare dalla Nigeria all’Italia. Come fa vedere la
cartina, in cima a questo articolo, il percorso che deve fare un afghano è
molto più accidentato e, soprattutto, deve passare attraverso le montagne e i
deserti iraniani per non parlare di Iraq e Siria, due paesi ancora in guerra.
A una richiesta di
chiarimenti, l’Università di Uppsala, responsabile dell’istituto, non ha ancora
risposto, al momento di scrivere. Prescindendo dalla Siria, i paesi da cui
provengono molti migranti sono in preda a una serie di conflitti senza
soluzione di continuità.
I dati sui morti,
raccolti usando, perlopiù, notizie provenienti dalle grandi agenzie di stampa
lo mostrano chiaramente. A dominare il grafico, i conflitti in Afghanistan,
mentre, in Africa, i problemi maggiori sono in Nigeria, Sudan e Corno d’Africa.
Questi conflitti
hanno molto poco a che fare con i nostri archetipi: non ci sono, in questo
caso, battaglie campali o top-gun in volo. In questi casi, si tratta di
conflitti a bassa intensità che, lentamente, bruciano vite umane. In Africa,
gli scontri a fuoco registrati tra 2014 e 2017 hanno fatto una media di 7
vittime circa, uno stillicidio, così spaventoso da motivare più di qualcuno ad
attraversare il deserto e prendere il mare.

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