I dati raccontano che i migranti, perlopiù, fuggono da alcune
tra le zone di guerra più crudeli del mondo, abbastanza dure da motivarli ad
affrontare il deserto e il Mar Mediterraneo
Gilberto Corbellini,
WIRED
23 luglio 2018
L’Italia è uno dei
paesi più xenofobi d’Europa: il 70% ha paura degli immigrati e tra le 10 città
europee più razziste 4 sono italiane (Torino, Bologna, Roma e Napoli). Il fatto
che malgrado la riduzione dei reati (omicidi dimezzati in 10 anni) il 39%
auspichi criteri meno rigidi per il possesso di armi la dice lunga. Viviamo in
un paese profondamente egoista e xenofobo. Matteo Salvini è bravo a intercetta
sentimenti largamente diffusi. È geniale lo slogan “prima gli italiani”, che
risuona nel cervello tribale di ognuno di noi come “la sopravvivenza del mio
gruppo è minacciata da estranei e dobbiamo proteggere le nostre donne, i nostri
figli, il nostro lavoro, le nostre case, etc”. Perché è così diffusa la
xenofobia in Italia? Probabilmente conta il fatto che siamo sempre più un paese
di anziani, e anche che l’80% della popolazione è funzionalmente analfabeta. Si
devono temere derive illiberali? Sì.
Esistono strategie
per circoscrivere gli effetti socialmente destabilizzanti di xenofobia e
razzismo? Per rispondere a questa domanda bisogna riferirsi alle conoscenze
neurobiologiche ed evolutive sulle cause dei conflitti sociali umani: già nel
2001 l’Unesco consigliava di sviluppare strategie scientificamente fondate per
controllare atteggiamenti xenofobi e discriminatori.
Con buona pace dei
politicamente corretti e culturalisti, la specie umana è geneticamente
xenofoba. La xenofobia è nel nostro dna. Era un comportamento molto adattativo
nel mondo preistorico e anche se oggi non è un tratto apprezzato, non esiste
alcuna volontà o libero arbitrio in grado di sopprimerlo perché non piace. Per
fortuna nel genoma c’è anche l’altruismo, e i contesti possono far prevalere
l’uno o l’altro di questi tratti.
La xenofobia è un
giano bifronte: aumenta l’amore per amici, parenti e membri del nostro gruppo,
e genera odio per gli estranei. Per esempio, la discriminazione razziale
favorisce il gruppo di appartenenza e allo stesso tempo emargina le etnie
estranee. Le basi neurobiologiche della xenofobia e del razzismo sono state
descritte e si sa come interagiscono tra loro nel generare il pregiudizio. E si
sa anche che quanto più le strutture prefrontali del cervello, che mediano il
ragionamento astratto e la pianificazione, sono state plasmate dall’istruzione,
tanto più gli istinti xenofobi sono tenuti sotto controllo. Anche esperienze da
giovani in contesti etnicamente diversi, riducono la xenofobia. Ma non è facile
organizzare l’educazione o i contesti di crescita in modo da ottenere
regolarmente una neutralizzazione dei pregiudizi discriminatori e razziali.
Cosa si potrebbe fare di più praticabile? Il tempo nel quale viviamo offre
un’eccellenti opportunità per studiare il problema.
Il fenomeno
migratorio dal Medioriente verso l’Europa ha generato un cambiamento culturale
e morale nell’antico continente, creando una divisione tra chi è a favore e chi
è contro l’immigrazione. Per l’ennesima volta nella storia umana siamo di
fronte a un evento che scatena comportamenti innati e vede in lotta tra loro,
nei cervelli umani, i naturali impulsi xenofobi e quelli altruisti. Le
dinamiche neurobiologiche che negoziano il peso relativo di altruismo e
xenofobia non sono del tutto chiare. Appunto, la stessa persona può comportarsi
altruisticamente dato un contesto, ed esprimere sentimenti xenofobi o razzisti
in un altro. Quali sono i fattori che influenzano questi switch?
Alcuni mesi fa un
gruppo di scienziati dell’università di Bonn ha condotto degli esperimenti per
studiare quali fattori rendevano altruiste o xenofobe le persone, facendo
scoperte molto intriganti. In un primo esperimento, 25 soggetti leggevano le
storie di 50 casi autentici, di persone con gravi bisogni. Di questi 25 casi
riguardavano gente del luogo in grave povertà, e 25 casi rifugiati in analoghe
condizioni di bisogno. Ai soggetti venivano quindi dati 50 euro per decidere a
chi dare, per ognuno dei casi, una somma tra zero e un euro. Il denaro che non volevano
donare potevano tenerlo. I partecipanti, un po’ sorprendentemente, donavano il
20% in più ai rifugiati rispetto alle persone del luogo. E siamo in Germania.
In un secondo
esperimento, indipendente dal primo, si valutava l’atteggiamento di 100 partecipanti
nei riguardi dei rifugiati attraverso la compilazione di un questionario. A
seguire, metà del gruppo riceveva dell’ossitocina, l’ormone dell’altruismo,
della fiducia e dei legami sociali, per via nasale, mentre l’altra metà
riceveva del placebo. Quindi erano tutti sottoposti al compito della donazione
come nel primo esperimento. Sotto l’effetto dell’ossitocina gli individui con
un atteggiamento positivo verso i rifugiati raddoppiavano le loro donazioni,
sia alle persone del luogo in povertà sia ai migranti. Tuttavia, l’ossitocina
non aveva effetti su individui con atteggiamenti difensivi o ostili verso i
migranti: questi donavano poco sia agli abitanti del luogo sia ai migranti.
L’ossitocina da sola non genera la generosità e l’altruismo. I ricercatori
hanno quindi effettuato un terzo esperimento, per cui ai partecipanti veniva
detto come si erano comportati i loro pari nel primo esperimento. In altri
termini erano esposti a una sorta di regola sociale che aveva portato quelle
persone a preferire i migranti come destinatari del loro altruismo.
Sempre con metà dei
partecipanti che ricevevano ossitocina, il risultato è stato sorprendente:
anche le persone con atteggiamento negativo verso i rifugiati donavano fino al
74% in più ai migranti rispetto al precedente round. La somministrazione
combinata di ossitocina e di una norma sociale, le donazioni ai migranti, anche
in soggetti che ostili verso i rifugiati, era quasi metà delle somme donate dal
gruppo. La qual cosa dimostrava un atteggiamento positivo verso i migranti.
Lo stimolo
combinato di ossitocina e influenza dei pari sembra dunque diminuire le
motivazioni egoistiche, potenziando il comportamento altruistico verso i
migranti. Se le persone di cui ci fidiamo come supervisori, vicini di casa o
amici assumessero un ruolo modello, esibendo atteggiamento positivo verso i
rifugiati, molte più persone probabilmente si sentirebbero motivate ad aiutare.
In tale contesto pro-sociale, l’ossitocina contribuirebbe ad aumentare la
fiducia e minimizzare l’ansia – l’esperienza mostra che il livello di
ossitocina nel sangue aumenta durante l’interazione sociale e le attività
condivise. Date le giuste circostanze, cioè a fronte di comportamenti
altruistici di innesco, elevare i livelli di ossitocina potrebbe quindi promuovere
l’accettazione e l’integrazione dei migranti nelle culture occidentali.
Che farne di queste
scoperte? Ci si potrebbe ragionare, ma nessun politico ha mostrato interesse.
Intanto viene in mente che alla fine del Settecento, nel mezzo di rivoluzioni sanguinarie,
il conservatore irlandese Edmund Burke diceva che la solo cosa necessaria
perché accada il male, è che le brave persone non facciano nulla.

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