Il caso di ieri, denunciato con foto e video dalla ong Pro
Activa Open Arms, squarcia il velo dell’ipocrisia: la Libia non è affidabile né
in grado di intervenire in sicurezza al posto dell’Italia
Simone Cosimi, WIRED
23 luglio 2018
Chiudere i porti
alle ong, scoraggiando anche i soccorsi delle imbarcazioni mercantili e
mettendo spesso in crisi perfino la nostra Guardia costiera. Pretendere che a
soccorrere i naufraghi nel Mediterraneo sia la sedicente Guardia costiera
libica: un microscopico corpo non si capisce quanto slegato dalle milizie che
comandano dall’altra parte del Mediterraneo e che ha a disposizione quattro
motovedette riciclate dalla nostra Guardia di Finanza. Ma di cui evidentemente
non ci si può fidare, come d’altronde non ci si può fidare di uno Stato
fallito, visto che un’organizzazione istituzionale non esiste. Il primo punto,
e la prima responsabilità dell’esecutivo italiano, è questa: illudere i
cittadini che Fayez al-Sarraj controlli qualcosa in più del letto in cui dorme.
E che gli uomini di Abujella Abdul-Bari e Ayub Qassim possano davvero occuparsi
di un fenomeno simile e pattugliare 600 chilometri di costa più la zona Sar di
loro competenza.
Fino al recente
passato un’accozzaglia di personaggi di cui sono stati provati incidenti e
violazioni di ogni genere, dagli speronamenti ai colpi di arma da fuoco verso
le navi delle ong fino ai maltrattamenti subiti dai migranti, d’altronde già
massacrati nei lager libici. Senza dimenticare la collaborazione con i
trafficanti e i gestori di quegli stessi “centri di detenzione” da incubo. Un
sistema, insomma, di cui la Guardia costiera ha fatto parte fino a ieri e da
cui forse può essersi in minima parte sganciata con i recenti addestramenti nel
contesto della missione europea Sophia, che hanno privilegiato gli uomini
segnalati dal “governo” Sarraj.
Ma, appunto, non lo
sappiamo, non ne siamo sicuri, non sappiamo neanche di chi parliamo quando
parliamo di Guardia costiera libica, come spiegava meno di un anno fa Luca
Misculin in una lunga inchiesta sul Post, raccontando come alcuni analisti
stimino che fuori da Tripoli ce ne sia una per ogni città della costa. Siamo
invece sicuri dei documenti circolati nei mesi scorsi in cui dal comandante del
corpo legato a Tripoli e dai suoi sottoposti vengono usate armi contro i
migranti soccorsi. “Ci fidiamo di uno Stato libico? No, perché uno stato non
esiste – risponde oggi una fonda diplomatica a Repubblica – in questo gioco noi
stiamo provando a stabilizzare la parte migliore di alcuni apparati, come la
Guardia costiera e la Marina”. Che siano la parte migliore è tutto da chiarire.
Senza dubbio non hanno mezzi, uomini, competenze e formazione per fare ciò che
si pretende facciano. Né un accettabile controllo istituzionale.
Alla stessa
maniera, siamo sicuri di ciò che ha denunciato ieri la ong spagnola Pro Activa
Open Arms con i suoi video e le sue foto raggelanti: uno scenario apocalittico
legato a un’operazione di “soccorso” che ovviamente, come altre storie simili,
difficilmente verrà chiarita. Uno strano intreccio che coinvolgerebbe appunto,
secondo la ong che è intervenuta salvando una superstite camerunense, la
Guardia costiera libica a cui quella italiana avrebbe lasciato il coordinamento
dell’intervento. E che sarebbe costata la vita a un bambino e a una donna, i
cui cadaveri gonfi d’acqua e bruciati dalla benzina hanno fatto ieri il giro
delle nostre coscienze. Perché, una volta tanto, ce li hanno fatti vedere.
Ne muoiono infatti
tantissimi di migranti in mare. Secondo l’Oim nei primi mesi dell’anno sulla
rotta Italia-Libia 1.104, la metà dei quali (564) solo a giugno. Mese in cui,
con l’esordio del governo pentaleghista e la nuova politica dei portichiusi, è
iniziata un’escalation drammatica: da quel momento è morta una persona ogni
sette che ha tentato di raggiungere l’Italia, la percentuale più alta di
sempre. Numeri per giunta da rivedere al rialzo: senza il lavoro delle ong e
con il marcato disinteresse delle nostre forze marine il Mediterraneo centrale
è diventato un angosciante buco nero dal quale, ogni tanto come nelle ultime
ore con la Sarost 5, spuntano imbarcazioni cariche di migranti che nessuno è in
grado di soccorrere per un gioco di squallidi veti incrociati.
Se senza l’intervento
dell’Italia, o con un suo forte ridimensionamento, il quadro è quello che è,
significa che l’Italia e i suoi corpi sono fondamentali e non c’è nessuno che
possa sostituirne il ruolo, con tutti gli errori che possono essere stati fatti
anche in passato. Giusto chiedere ricollocamenti e condivisione di
responsabilità con l’Europa (magari anche ai propri amichetti
fasciosovranisti), disumano scaricare il proprio ruolo di leadership nelle
operazioni di soccorso. Specie se dall’altra parte non c’è nulla e nessuno su
cui scaricare qualcosa. Perché la Libia non è, e non sarà se non forse fra
molto tempo, un porto sicuro.

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