I cambiamenti climatici
sono la diretta conseguenza del riscaldamento globale. Un approfondimento su
tutto quello che c’è da sapere su cause e conseguenze di una delle minacce più
gravi del nostro tempo.
Tommaso Perrone, Lifegate
20 luglio 2018
I
cambiamenti climatici sono la diretta conseguenza del riscaldamento globale. Un
approfondimento su tutto quello che c’è da sapere su cause e conseguenze di una
delle minacce più gravi del nostro tempo.
La
scoperta del fenomeno del riscaldamento globale risale alla fine del
Diciannovesimo secolo quando Svante Arrhenius, chimico e fisico svedese che ha
ricevuto il premio Nobel per la chimica nel 1903, illustrò per la prima volta
la teoria secondo la quale l’anidride carbonica avrebbe un’incidenza sul clima,
causando cioè i cambiamenti climatici.
Le
prime misurazioni sul vulcano Mauna Loa, alle isole Hawaii
Quali
sono i gas serra che creano l’effetto serra
Cos’è
e quali sono le cause del riscaldamento globale
La
storia della concentrazione di CO2 in atmosfera
Quali
sono i cambiamenti climatici
Da
quel momento in avanti, la consapevolezza che l’umanità ha un’influenza sul
clima e causa effetti di natura antropogenica (i cambiamenti climatici) è
andata notevolmente crescendo. Nella prima metà del Ventesimo secolo, molti
scienziati credevano, forse speravano, che gli oceani sarebbero riusciti
nell’impresa di mantenere costante il livello di CO2 in atmosfera, assorbendo
gran parte delle emissioni di natura antropogenica.
Le
prime misurazioni sul vulcano Mauna Loa, alle isole Hawaii
Nel
1957, però, questo assunto è stato messo in discussione dallo studio degli
scienziati Roger Revelle e Hans Suess che hanno dimostrato come gli oceani, pur
assorbendo la CO2 in eccesso, lo fanno a un ritmo molto più lento di quanto
precedentemente previsto e che negli anni si sarebbe potuto verificare un
aumento della temperatura media globale.
La
curva di Keeling che decreta il riscaldamento globale
La
ricerca ha trovato poi conferma durante gli anni Sessanta e Settanta del
Novecento quando diversi chimici hanno cominciato a realizzare misurazioni
accurate dei gas serra dall’osservatorio sulla vetta del vulcano hawaiano Mauna
Loa portandoli ad affermare che la concentrazione dell’anidride carbonica
nell’atmosfera stava progressivamente aumentando.
In
particolare Charles David Keeling dello Scripps institution of occeanography di
San Diego, in California, e scomparso nel 2005, è riuscito a dar vita a
un’analisi di lungo periodo sfociata in un diagramma noto al mondo come “curva
di Keeling” (vedi grafico sopra) che tiene traccia mese dopo mese, anno dopo
anno, della concentrazione di anidride carbonica in atmosfera. L’oscillazione
della concentrazione ha poi portato gli studiosi a definire il grafico come la
riproduzione del respiro della Terra. Gli alti e bassi sarebbero infatti
assimilabili alla tecnica di inspirazione ed espirazione.
Sulla
base di questi nuovi dati, la questione è stata portata all’ordine del giorno
presso i più importanti convegni scientifici internazionali dove si è
cominciato – siamo negli anni Ottanta e le tecnologie iniziano ad essere più
avanzate e precise – ad approfondire la questione.
Quali
sono i gas serra che creano l’effetto serra
Nel
giro di poco tempo si scopre che non è solo l’anidride carbonica (CO2, nota
anche come diossido di carbonio) a causare il riscaldamento globale, bensì un
gruppo di gas quali il metano (CH4), l’ossido di diazoto (N2O), l’ozono (O3) e,
in maniera indiretta, il vapore acqueo (H2O). Tutti concorrono a dar vita al
cosiddetto “effetto serra”. A questi vanno aggiunti anche gas di derivazione
chimica come i CFC, ossia clorofluorocarburi, che però sono stati regolati dal
Protocollo di Montréal del 1987 poiché responsabili dell’assottigliamento dello
strato di ozono.
Alcuni
calcoli pubblicati già nel 1985 dimostravano che tutti questi altri gas messi
assieme influiscono sul riscaldamento globale in misura pari alla CO2, rendendo
la questione doppiamente seria e problematica rispetto a quanto previsto in
precedenza.
La
deforestazione contribuisce all’aumento di CO2 in atmosfera e ai cambiamenti
climatici © Lou Levit
L’effetto
serra, però, è un fenomeno naturale che può essere descritto come la capacità
dell’atmosfera che circonda il nostro pianeta di assorbire e trattenere entro
un certo livello di equilibrio l’umidità e il calore dei raggi del sole. La
presenza di questi gas è dunque fondamentale per permettere la vita sulla
Terra. Senza i gas serra, cioè senza l’atmosfera terrestre, la temperatura
media, infatti, sarebbe intorno ai -18 gradi Celsius mentre l’effetto serra fa
sì che la temperatura media globale sia intorno ai 14-15 gradi.
Cos’è
e quali sono le cause del riscaldamento globale
Il
problema del riscaldamento globale, dunque, ha per oggetto un aumento della
temperatura media sulla Terra dovuto ad un’eccessiva concentrazione della CO2 e
degli altri gas presenti nell’atmosfera a causa di emissioni non più solo di
origine naturale, ma anche antropica. I principali responsabili di un
incremento globale dell’anidride carbonica sono i combustibili fossili che
vengono bruciati senza limiti dall’uomo per produrre energia (responsabile del
75,2 per cento delle emissioni di gas ad effetto serra) utilizzata per
soddisfare i consumi di elettricità e riscaldamento (32,6 per cento) e per il
settore dei trasporti (14,2 per cento, come automobili ed aeroplani).
L’incremento di metano e ossido di diazoto, invece, è principalmente dovuto al
settore agricolo (responsabile per il 16,1 per cento).
Anche
la deforestazione contribuisce all’aumento di diossido di carbonio
nell’atmosfera: le foreste, specialmente quelle tropicali, sono dei veri e
propri pozzi che assorbono e trattengono CO2, per questo la loro distruzione,
oltre ad impedire il regolare assorbimento, libera nell’aria ulteriore anidride
carbonica prima “naturalmente stoccata”. Dall’inizio degli anni Novanta, la
deforestazione avrebbe contribuito a un aumento di CO2 pari al 15-25 per cento
circa. Se poi si vanno a sommare le emissioni di agricoltura e deforestazione a
essa correlata si arriva a coprire circa un quinto (21 per cento) del totale di
CO2 emessa in atmosfera nel periodo 2000-2010 (pari a circa 44 miliardi di
tonnellate).
La
storia della concentrazione di CO2 in atmosfera
La
concentrazione di CO2 in atmosfera è passata da un valore di 280 parti per
milione (ppm, ovvero il rapporto fra il numero di molecole di gas serra e il
numero totale di molecole di aria secca. Ad esempio vivere in un mondo a 350
ppm significa che in atmosfera ci sono 350 molecole di gas serra per 1 milione
di molecole di aria secca) registrato prima della rivoluzione industriale fino
alle 400 ppm del 2017. Il record finora è di 410 ppm stabilito il 18 aprile 2017.
Un record frutto di un livello di emissioni di CO2 in atmosfera pari a 41
miliardi di tonnellate, l’anno.
La
concentrazione di CO2 in atmosfera prima del 2007, prima che i cambiamenti
climatici iniziassero a verificarsi
La
crescita è diventata esponenziale negli ultimi decenni.
L’Intergovernmental
panel on climate change (Ipcc, il Gruppo intergovernativo delle Nazioni Unite
che studia i cambiamenti climatici), infatti, è solito utilizzare il 1750 come
anno di riferimento per cominciare a studiare i cambiamenti climatici.
Per
comprendere cosa significhi vivere in un mondo a 400 ppm basta citare
l’intervallo naturale di CO2 degli ultimi 650mila anni che è sempre stato
compreso fra 180 e 300 ppm. Il metano, invece, è passato da un valore di 715
ppb (parti per miliardo) registrato nel 1750 a quello attuale che ha sfondato
quota 1.880 ppb. L’ossido di diazoto, infine, è passato da 270 ppb a 328 ppb.
Tutto
ciò avrebbe già causato un aumento della temperatura media globale superiore a
1 grado secondo l’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm), rispetto
all’epoca pre-industriale.
Secondo
le previsioni, anche se la concentrazione di tutti i gas ad effetto serra
dovesse essere mantenuta ai livelli dell’anno 2000, un ulteriore incremento di
circa 0,1 gradi al decennio risulterebbe inevitabile vista la lenta risposta
degli oceani in termini di assorbimento. Così entro il 2050 la concentrazione
di CO2 nell’atmosfera raggiungerebbe livelli doppi a quelli preindustriali
(circa 550 ppm). La realtà, purtroppo, è che le emissioni attuali ci porteranno
alla soglia delle 550 ppm già nel 2035.
171
nazioni hanno firmato l’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici nel primo
giorno a disposizione per farlo, su un totale di 195 che hanno contribuito a
scriverlo nel corso della Cop 21 ©Spencer Platt/Getty Images
Per
contrastare l’evoluzione catastrofica del fenomeno, sarebbe quantomeno
auspicabile che si raggiunga l’obiettivo minimo di non superare le 450 ppm
entro il 2050 rispetto al già citato valore attuale di 400 ppm secondo molti
scienziati. Questo obiettivo consentirebbe di mantenere l’incremento della
temperatura media a 2 gradi secondo quanto previsto dall’Accordo di Parigi sul
clima raggiunto nel 2015 nel corso della conferenza sul clima (Cop 21). Va
detto che il trattato internazionale chiede alle parti di fare tutto ciò che è
nelle loro possibilità “per tentare di non superare gli 1,5 gradi”. Per
riuscire in questa impresa, le emissioni globali dovrebbero toccare l’apice
entro la fine del decennio per poi scendere di almeno il 5 per cento l’anno,
fino a calare dell’80 per cento rispetto agli attuali livelli di emissione
entro il 2050. Le promesse di riduzione di gas serra fatte finora dagli stati
portano a prevedere, realisticamente, un aumento di temperatura di oltre 3
gradi.
Quali
sono i cambiamenti climatici
Il
fenomeno fin qui descritto porta a delle conseguenze tangibili sull’ecosistema
terrestre e sulle popolazioni. Ecco un elenco di quelli che già stiamo vivendo
sulla nostra pelle.
Un
orso polare che rischia di morire di fame per colpa dello scioglimento dei
ghiacci
Lo
scioglimento dei ghiacci
Le
conseguenze più evidenti sono lo scioglimento dei ghiacci, della criosfera,
cioè di quella parte della superficie terrestre coperta da acqua allo stato
solido come le calotte polari, i ghiacciai presenti sulle montagne e il
permafrost (termine che indica quelle zone del pianeta ove il terreno è
perennemente ghiacciato). Secondo alcune previsioni, i ghiacci artici
potrebbero addirittura essere soggetti a scioglimento completo nei periodi più
caldi dell’anno (come in tarda estate) già verso la fine del secolo. La
criosfera, ovviamente, ha un ruolo fondamentale nel sistema climatico globale e
una variazione della sua estensione può portare a mutamenti sul sistema stesso.
Ecosistemi fragili come quelli di mari, montagne e paludi rischieranno di
essere definitivamente compromessi.
L’innalzamento
del livello dei mari
Una
riduzione della calotta glaciale antartica e di quella della Groenlandia ha quasi
certamente contribuito a un innalzamento del livello dei mari tra il 1993 e il
2003 di entità pari 3,1 millimetri all’anno secondo l’Ipcc. Ci si aspetta che
entro il 2100 l’innalzamento sarà compreso tra i 15 e i 95 centimetri.
L’acidificazione
degli oceani
L’aumento
di CO2 nell’atmosfera porterà anche a un’acidificazione degli oceani provocando
danni irreparabili all’ecosistema marino – ad esempio, alla Grande barriera
corallina, inclusa tra i beni protetti dall’Unesco nel 1981 perché ospita “più
di 400 tipi di coralli, 1.500 specie di pesce, 4.000 tipi di molluschi. Inoltre
è considerata di enorme interesse scientifico poiché è l’habitat di specie a
rischio di estinzione come il dugongo e la tartaruga verde”. Una ricchezza che
la società di consulenza Deloitte ha quantificato in 56 miliardi di dollari
australiani, l’equivalente di circa 37,8 miliardi di euro, e dà lavoro a 64mila
persone.
La
desertificazione
La
desertificazione (e con essa le ondate di calore) si espanderà verso quelle
regioni che attualmente godono di un clima temperato come, ad esempio, le aree
a nord e a sud del deserto del Sahara, come l’area del mar Mediterraneo (Italia
inclusa) provocando gravi danni per l’agricoltura. Le colture subiranno un calo
e aumenterà il numero di persone a rischio denutrizione. In particolare, i
rendimenti dei campi di mais e di grano potrebbero calare anche del 50 per
cento nei prossimi 35 anni per colpa del riscaldamento globale. Un rischio da
evitare e prevenire soprattutto ora che le persone che soffrono la fame nel
mondo sono in lieve calo. Il rapporto State of food insecurity in the world
2015 realizzato dal Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo (Ifad) e dal
World food programme (Wfp) ha calcolato che sono quasi 795 milioni coloro che
ancora oggi non mangiano a sufficienza. Erano un miliardo nel biennio
1990-1992.
La
desertificazione si espanderà verso quelle regioni che attualmente godono di un
clima temperato come, ad esempio, le aree a nord e a sud del deserto del Sahara
provocando gravi danni per l’agricoltura © Elizabeth Lies
Fenomeni
come El Niño – ossia una variazione dell’oscillazione meridionale che
solitamente si verifica ogni nove anni e che provoca gravi mutamenti del clima
quali uragani, tempeste, alluvioni nell’America centrale ma anche periodi di
forte siccità spesso legati ad incendi devastanti nella zona del Pacifico
occidentale – aumenteranno di quantità e di intensità provocando vittime ed
ingenti costi per danni. Tutto questo potrà portare anche alla diffusione di
malattie, come la malaria, in zone dove precedentemente erano sconosciute.
La
perdita di biodiversità
Non
solo per colpa dei cambiamenti climatici, ma sicuramente per colpa degli esseri
umani, sulla Terra è in corso un’inarrestabile estinzione di massa, la sesta
per la precisione. Questa si traduce in un calo consistente della biodiversità
del nostro pianeta. Il tasso di estinzione delle specie terrestri è vertiginoso
ed entro la fine del secolo metà delle specie viventi rischia di sparire per
sempre. Questo fenomeno avrà “implicazioni gravi e di vasta portata sul
benessere umano” secondo John Knox, esperto di diritti umani e professore di
diritto internazionale all’università Wake Forest. Knox è anche relatore
speciale delle Nazioni Unite sull’ambiente e i diritti umani, oltre che autore
del primo rapporto Onu che riconosce come la biodiversità e gli ecosistemi sani
siano essenziali per i diritti umani. Come per la desertificazione, la perdita
di biodiversità, in particolare la scomparsa delle piante, potrebbe rallentare
la lotta alle malattie e aumentare la diffusione di patologie infettive e
autoimmuni.

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