Una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi
“Il sapere non s’accresce se non condiviso”.
“Il sapere non s’accresce se non condiviso”.
Erika
Giacobbe, Melting Pot Europa
21
luglio 2018
Gli
spostamenti di gruppi di popolazioni in risposta ai mutamenti del proprio
habitat sono un fenomeno rilevato in varie forme nel corso di tutta la storia
dell’umanità; la migrazione da sempre ha rappresentato «una possibile opzione
per l’uomo in risposta ai cambiamenti delle condizioni esterne» [Bauer
2010]. Nel panorama odierno, tuttavia,
l’accelerazione dei processi di degrado o mutamento dell’ambiente sta assumendo
un ruolo sempre più crescente tra le cause di migrazione forzata. Le migrazioni
indotte da motivi di carattere ambientale hanno dunque attirato l’attenzione di
ricercatori accademici, istituzioni politiche e organizzazioni della società
civile, dando vita ad un ampio dibattito. Sul tema si sono sviluppate due tesi
principali nel mondo scientifico: quella massimalista e quella minimalista. La
prima è caratterizzata da un approccio che prefigura esodi di massa direttamente
conseguenti ai disastri causati da cambiamenti climatici. La seconda, invece,
sottolineando la complessità delle determinanti coinvolte nella decisione di
trasferirsi e l’importanza di tenere conto della capacità di
resilienza/resistenza delle persone coinvolte, prevede un numero senza dubbio
minore di casi di sfollamento di persone in conseguenza di un mutamento
climatico. Comune ad entrambe le posizioni è il riconoscimento della necessità
di intensificare gli sforzi indirizzati alla comprensione del problema e alla
definizione delle politiche da implementare per affrontarlo. A tutt’oggi,
infatti, le risposte alla sfida delle migrazioni climatiche risultano
insufficienti. Obiettivo primario del
presente contributo è fornire un quadro aggiornato in materia per stimolare una
riflessione che ponga l’accento tanto sul nesso esistente tra degrado
ambientale e processi migratori, quanto sulla necessità di elaborare cambiamenti
climatici e movimenti migratori, risulta concorde nel ritenere che non sia
ravvisabile un rapporto di causalità diretta tra le due variabili. I fenomeni
di mobilità, infatti, non dipendono direttamente dai cambiamenti climatici;
sono piuttosto alcuni degli effetti11 ad essi legati a poter indurre fenomeni
migratori. Inoltre, risulta difficile provare scientificamente un rapporto di
causalità diretta tra i cambiamenti climatici ed un particolare evento naturale
in grado di indurre migrazioni forzate. Non solo; anche laddove un nesso
causale tra i cambiamenti climatici ed uno specifico evento naturale risulti
evidente12, la scelta migratoria è comunque il risultato dell’interazione tra
più variabili: cambiamento climatico, fattori socio-economici, culturali e
geopolitici. In sintesi, «i fenomeni naturali ed il degrado ambientale possono
rappresentare un fattore di spinta determinante nell’indurre le persone a
migrare verso luoghi più ospitali; difficilmente, però, costituiscono l’unica
motivazione dello spostamento» [Quagliarotti].
§
1.3 – L’impatto dei cambiamenti climatici sulle migrazioni Sebbene non vi sia
un rapporto di causalità diretta tra il cambiamento climatico, i disastri, gli
spostamenti e la migrazione, l’esistenza di un chiaro collegamento fra i
fenomeni è sempre più evidente e riconosciuto. Numerose ricerche hanno cercato
di analizzare i meccanismi attraverso i quali il cambiamento climatico produce
un impatto sulle migrazioni. Sono così stati identificati almeno cinque
processi prodotti dal cambiamento climatico che possono avere effetti sulla
mobilità delle persone:
1)
l’aumento delle temperature dell’aria e della superficie dei mari; 2) il cambiamento delle precipitazioni, con
conseguenze in termini di inondazioni e siccità, così come su eventi di più
lungo termine come la desertificazione;
3)
l’innalzamento del livello dei mari dovuto alla fusione dei ghiacci a causa del
riscaldamento climatico;
4)
le trasformazioni di sistemi climatici regionali con un aumento di eventi
meteorologici estremi;
5)
l’intensificazione della competizione tra popolazioni, Stati e imprese per il
controllo e l’utilizzo delle risorse naturali, che potrebbe causare conflitti.
Vi
sono alcune aree che più di altre subiranno questi processi. Si possono
identificare alcuni hotspots dove gli impatti del cambiamento climatico
potranno contribuire a causare spostamenti di popolazioni. Le città costiere e
le isole, ad esempio, saranno esposte al rischio di perdere la disponibilità di
terra per erosioni e inondazioni e dovranno fare i conti con fenomeni quali la
subsidenza e la salinizzazione delle falde acquifere. Alcune aree semi-aride
sub tropicali, invece, vedranno amplificato il fenomeno della desertificazione.
Con l’aumento della temperatura si ridurrà la produttività di alcune colture,
mentre cresceranno la diffusione e l’incidenza delle malattie infettive. Un recente studio dell’Unione europea prevede
che un nuovo flusso di migranti arriverà nel vecchio continente entro il 2020,
facendo aumentare la pressione migratoria e trascinando con sé un probabile
aumento delle tensioni sociali. A fronte
di un crescente interesse da parte dei media nei confronti di tali
preoccupazioni, le risposte delle politiche internazionali alla sfida della
“climigration” non sembrano però essere adeguate.
§
1.4 - Uno sguardo al Mediterraneo Conservation International (CI) ha
identificato le aree più ricche del Pianeta e più esposte al rischio di
distruzione, note come hotspots della biodiversità. Tali “punti caldi” si trovano
in Nord e Centro America, Sud America, Eurasia, Africa, Oceania e isole del
Pacifico.
Il
bacino del Mediterraneo costituisce uno dei 34 hotspots mondiali «cui devono
essere orientate con priorità le azioni di salvaguardia a causa della presenza
di un’elevata biodiversità e, al tempo stesso, di una dimensione
particolarmente critica dei rischi ambientali» [Caruso e Venditto 2012]. Dal punto di vista ambientale, tale area
risulta caratterizzata da fattori di particolare complessità, tra i quali si
possono ricordare i seguenti:
•
incremento demografico;
•
inquinamento da scarichi industriali;
•
crescita esponenziale delle aree urbanizzate;
•
deficit idrico.
Negli
ultimi anni, poi, tale Regione è stata caratterizzata dal verificarsi di eventi
estremi quali alluvioni e ondate di calore, siccità, desertificazione.
Aumento
della povertà, proliferazione degli insediamenti informali e diminuzione delle
terre coltivabili costituiscono il risultato di un forte degrado determinato da
una conflittuale gestione delle risorse unita ad una forte antropizzazione del
territorio. Nei Paesi della riva sud
del Mediterraneo si stanno intensificando sempre più i flussi migratori indotti
da fenomeni di degrado ambientale. Le ripercussioni che l’aumento del numero di
profughi ambientali potrebbe determinare sugli equilibri geo-politici mondiali
inducono ad interrogarsi seriamente sull’interazione tra cambiamenti climatici
e futuri pattern migratori.
§
1.5 – Considerazioni conclusive Nel corso degli ultimi anni, si è diffusa la
percezione a livello internazionale che i cambiamenti climatici costituiscano
una minaccia crescente alla sicurezza. La comunità scientifica internazionale
ha classificato i cambiamenti climatici come un “threat multiplier” che
accelera e ingigantisce tendenze, tensioni e instabilità esistenti. Sono
proprio gli Stati già particolarmente vulnerabili a risentire maggiormente
degli effetti dei cambiamenti climatici stessi.
In
termini di sicurezza, sono due le principali preoccupazioni rispetto al nesso
fra cambiamenti climatici e mobilità umana. Un primo timore discende dalla
possibilità che gli effetti dei cambiamenti climatici possano tradursi in un
aumento dei flussi migratori interni e internazionali. La seconda
preoccupazione riguarda, invece, il fatto che i cambiamenti climatici
potrebbero esasperare il legame fra migrazioni e conflitti. Tali scenari,
tuttavia, non sono supportati da ricerche puntuali in materia. Risulta,
infatti, difficile effettuare previsioni realistiche sul numero esatto di
persone che saranno costrette a spostarsi a causa degli effetti negativi dei
cambiamenti climatici29. La letteratura internazionale sembra, comunque,
concorde nel sostenere che i cambiamenti climatici potranno rinforzare
quantitativamente i movimenti migratori attualmente in corso, piuttosto che
produrne di nuovi in termini di Paesi di origine e di destinazione. È, inoltre,
probabile che gran parte delle migrazioni forzate legate ai cambiamenti
climatici rimangano di tipo transfrontaliero o regionale, quando non interno
(rurale-rurale; rurale-urbano). Indipendentemente dal fatto che le
preoccupazioni sulle future migrazioni possano risultare allarmistiche, è
necessario interrogarsi sul rapporto tra cambiamenti climatici, mobilità umana
e governance della sicurezza. Solo così potranno essere messe in atto politiche
e azioni in tema di migrazione che si rivelino adeguate al di là dell’emergenza
del momento. Secondo uno studio commissionato dal governo svizzero, sarebbe
necessario gestire i fenomeni migratori mediante un approccio olistico, basato
su quattro punti cardine:
1)
prevenire le migrazioni transfrontaliere mediante misure volte a ridurre i
rischi di disastri e la vulnerabilità delle popolazioni;
2)
gestire la migrazione come una strategia di adattamento;
3)
creare regimi di protezione temporanei per i migranti ambientali e prevedere
l’ammissione permanente nei casi in cui il ritorno di tali soggetti nel Paese
d’origine sia impossibile o non possa avvenire nel breve periodo;
4)
organizzare il ricollocamento/reinsediamento delle comunità che vivono in
territori esposti al rischio di impatti ambientali devastanti. Analoghe
considerazioni sono contenute in un Report realizzato dal German Development
Institute, che aggiunge un quinto elemento ai punti sopramenzionati, cioè l’elaborazione
di diritti collettivi per le popolazioni locali. Tale studio, comunque,
sottolinea come la negoziazione di principi internazionali in tema di
migrazioni ambientali non debba essere considerata un punto di arrivo. Per
assicurare effettiva tutela ai “climate refugees”, infatti, è necessario che
tali ambiziosi principi vengano concretamente realizzati.

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