venerdì 20 luglio 2018

MIGRANTI: Degrado ambientale e processi migratori


Una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi
Il sapere non s’accresce se non condiviso”.

Erika Giacobbe, Melting Pot Europa
21 luglio 2018


Gli spostamenti di gruppi di popolazioni in risposta ai mutamenti del proprio habitat sono un fenomeno rilevato in varie forme nel corso di tutta la storia dell’umanità; la migrazione da sempre ha rappresentato «una possibile opzione per l’uomo in risposta ai cambiamenti delle condizioni esterne» [Bauer 2010].  Nel panorama odierno, tuttavia, l’accelerazione dei processi di degrado o mutamento dell’ambiente sta assumendo un ruolo sempre più crescente tra le cause di migrazione forzata. Le migrazioni indotte da motivi di carattere ambientale hanno dunque attirato l’attenzione di ricercatori accademici, istituzioni politiche e organizzazioni della società civile, dando vita ad un ampio dibattito. Sul tema si sono sviluppate due tesi principali nel mondo scientifico: quella massimalista e quella minimalista. La prima è caratterizzata da un approccio che prefigura esodi di massa direttamente conseguenti ai disastri causati da cambiamenti climatici. La seconda, invece, sottolineando la complessità delle determinanti coinvolte nella decisione di trasferirsi e l’importanza di tenere conto della capacità di resilienza/resistenza delle persone coinvolte, prevede un numero senza dubbio minore di casi di sfollamento di persone in conseguenza di un mutamento climatico. Comune ad entrambe le posizioni è il riconoscimento della necessità di intensificare gli sforzi indirizzati alla comprensione del problema e alla definizione delle politiche da implementare per affrontarlo. A tutt’oggi, infatti, le risposte alla sfida delle migrazioni climatiche risultano insufficienti.  Obiettivo primario del presente contributo è fornire un quadro aggiornato in materia per stimolare una riflessione che ponga l’accento tanto sul nesso esistente tra degrado ambientale e processi migratori, quanto sulla necessità di elaborare cambiamenti climatici e movimenti migratori, risulta concorde nel ritenere che non sia ravvisabile un rapporto di causalità diretta tra le due variabili. I fenomeni di mobilità, infatti, non dipendono direttamente dai cambiamenti climatici; sono piuttosto alcuni degli effetti11 ad essi legati a poter indurre fenomeni migratori. Inoltre, risulta difficile provare scientificamente un rapporto di causalità diretta tra i cambiamenti climatici ed un particolare evento naturale in grado di indurre migrazioni forzate. Non solo; anche laddove un nesso causale tra i cambiamenti climatici ed uno specifico evento naturale risulti evidente12, la scelta migratoria è comunque il risultato dell’interazione tra più variabili: cambiamento climatico, fattori socio-economici, culturali e geopolitici. In sintesi, «i fenomeni naturali ed il degrado ambientale possono rappresentare un fattore di spinta determinante nell’indurre le persone a migrare verso luoghi più ospitali; difficilmente, però, costituiscono l’unica motivazione dello spostamento» [Quagliarotti].

§ 1.3 – L’impatto dei cambiamenti climatici sulle migrazioni Sebbene non vi sia un rapporto di causalità diretta tra il cambiamento climatico, i disastri, gli spostamenti e la migrazione, l’esistenza di un chiaro collegamento fra i fenomeni è sempre più evidente e riconosciuto. Numerose ricerche hanno cercato di analizzare i meccanismi attraverso i quali il cambiamento climatico produce un impatto sulle migrazioni. Sono così stati identificati almeno cinque processi prodotti dal cambiamento climatico che possono avere effetti sulla mobilità delle persone:

1) l’aumento delle temperature dell’aria e della superficie dei mari;  2) il cambiamento delle precipitazioni, con conseguenze in termini di inondazioni e siccità, così come su eventi di più lungo termine come la desertificazione; 

3) l’innalzamento del livello dei mari dovuto alla fusione dei ghiacci a causa del riscaldamento climatico; 

4) le trasformazioni di sistemi climatici regionali con un aumento di eventi meteorologici estremi; 

5) l’intensificazione della competizione tra popolazioni, Stati e imprese per il controllo e l’utilizzo delle risorse naturali, che potrebbe causare conflitti.

Vi sono alcune aree che più di altre subiranno questi processi. Si possono identificare alcuni hotspots dove gli impatti del cambiamento climatico potranno contribuire a causare spostamenti di popolazioni. Le città costiere e le isole, ad esempio, saranno esposte al rischio di perdere la disponibilità di terra per erosioni e inondazioni e dovranno fare i conti con fenomeni quali la subsidenza e la salinizzazione delle falde acquifere. Alcune aree semi-aride sub tropicali, invece, vedranno amplificato il fenomeno della desertificazione. Con l’aumento della temperatura si ridurrà la produttività di alcune colture, mentre cresceranno la diffusione e l’incidenza delle malattie infettive.  Un recente studio dell’Unione europea prevede che un nuovo flusso di migranti arriverà nel vecchio continente entro il 2020, facendo aumentare la pressione migratoria e trascinando con sé un probabile aumento delle tensioni sociali.  A fronte di un crescente interesse da parte dei media nei confronti di tali preoccupazioni, le risposte delle politiche internazionali alla sfida della “climigration” non sembrano però essere adeguate.

§ 1.4 - Uno sguardo al Mediterraneo Conservation International (CI) ha identificato le aree più ricche del Pianeta e più esposte al rischio di distruzione, note come hotspots della biodiversità. Tali “punti caldi” si trovano in Nord e Centro America, Sud America, Eurasia, Africa, Oceania e isole del Pacifico.

Il bacino del Mediterraneo costituisce uno dei 34 hotspots mondiali «cui devono essere orientate con priorità le azioni di salvaguardia a causa della presenza di un’elevata biodiversità e, al tempo stesso, di una dimensione particolarmente critica dei rischi ambientali» [Caruso e Venditto 2012].  Dal punto di vista ambientale, tale area risulta caratterizzata da fattori di particolare complessità, tra i quali si possono ricordare i seguenti:

• incremento demografico;

• inquinamento da scarichi industriali;

• crescita esponenziale delle aree urbanizzate;

• deficit idrico.

Negli ultimi anni, poi, tale Regione è stata caratterizzata dal verificarsi di eventi estremi quali alluvioni e ondate di calore, siccità, desertificazione.

Aumento della povertà, proliferazione degli insediamenti informali e diminuzione delle terre coltivabili costituiscono il risultato di un forte degrado determinato da una conflittuale gestione delle risorse unita ad una forte antropizzazione del territorio.   Nei Paesi della riva sud del Mediterraneo si stanno intensificando sempre più i flussi migratori indotti da fenomeni di degrado ambientale. Le ripercussioni che l’aumento del numero di profughi ambientali potrebbe determinare sugli equilibri geo-politici mondiali inducono ad interrogarsi seriamente sull’interazione tra cambiamenti climatici e futuri pattern migratori.

§ 1.5 – Considerazioni conclusive Nel corso degli ultimi anni, si è diffusa la percezione a livello internazionale che i cambiamenti climatici costituiscano una minaccia crescente alla sicurezza. La comunità scientifica internazionale ha classificato i cambiamenti climatici come un “threat multiplier” che accelera e ingigantisce tendenze, tensioni e instabilità esistenti. Sono proprio gli Stati già particolarmente vulnerabili a risentire maggiormente degli effetti dei cambiamenti climatici stessi.

In termini di sicurezza, sono due le principali preoccupazioni rispetto al nesso fra cambiamenti climatici e mobilità umana. Un primo timore discende dalla possibilità che gli effetti dei cambiamenti climatici possano tradursi in un aumento dei flussi migratori interni e internazionali. La seconda preoccupazione riguarda, invece, il fatto che i cambiamenti climatici potrebbero esasperare il legame fra migrazioni e conflitti. Tali scenari, tuttavia, non sono supportati da ricerche puntuali in materia. Risulta, infatti, difficile effettuare previsioni realistiche sul numero esatto di persone che saranno costrette a spostarsi a causa degli effetti negativi dei cambiamenti climatici29. La letteratura internazionale sembra, comunque, concorde nel sostenere che i cambiamenti climatici potranno rinforzare quantitativamente i movimenti migratori attualmente in corso, piuttosto che produrne di nuovi in termini di Paesi di origine e di destinazione. È, inoltre, probabile che gran parte delle migrazioni forzate legate ai cambiamenti climatici rimangano di tipo transfrontaliero o regionale, quando non interno (rurale-rurale; rurale-urbano). Indipendentemente dal fatto che le preoccupazioni sulle future migrazioni possano risultare allarmistiche, è necessario interrogarsi sul rapporto tra cambiamenti climatici, mobilità umana e governance della sicurezza. Solo così potranno essere messe in atto politiche e azioni in tema di migrazione che si rivelino adeguate al di là dell’emergenza del momento. Secondo uno studio commissionato dal governo svizzero, sarebbe necessario gestire i fenomeni migratori mediante un approccio olistico, basato su quattro punti cardine:

1) prevenire le migrazioni transfrontaliere mediante misure volte a ridurre i rischi di disastri e la vulnerabilità delle popolazioni;

2) gestire la migrazione come una strategia di adattamento;

3) creare regimi di protezione temporanei per i migranti ambientali e prevedere l’ammissione permanente nei casi in cui il ritorno di tali soggetti nel Paese d’origine sia impossibile o non possa avvenire nel breve periodo;

4) organizzare il ricollocamento/reinsediamento delle comunità che vivono in territori esposti al rischio di impatti ambientali devastanti. Analoghe considerazioni sono contenute in un Report realizzato dal German Development Institute, che aggiunge un quinto elemento ai punti sopramenzionati, cioè l’elaborazione di diritti collettivi per le popolazioni locali. Tale studio, comunque, sottolinea come la negoziazione di principi internazionali in tema di migrazioni ambientali non debba essere considerata un punto di arrivo. Per assicurare effettiva tutela ai “climate refugees”, infatti, è necessario che tali ambiziosi principi vengano concretamente realizzati.

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