Gaza è stata abbandonata dagli occidentali come
dagli arabi. Della prigione-Gaza i media internazionali parlano solo in
occasione di massacri, addossando il più delle volte la responsabilità
dell’accaduto ai prigionieri e quasi mai ai carcerieri
Michele Giorgio, Nena news
19
luglio 2018
Una fragile parete separa la Striscia di Gaza da
una nuova offensiva militare israeliana, a quattro anni da quella passata alla
storia con il nome di “Margine protettivo” e che fece, considerando i feriti
deceduti nei mesi successivi, circa 2.400 morti oltre a migliaia di feriti e
che provocò la distruzione totale o parziale di decine di migliaia di
abitazioni, edifici e infrastrutture civili. Da allora Gaza è stata abbandonata
dagli occidentali come dagli arabi. Della prigione-Gaza in questi quattro anni
i media internazionali hanno parlato solo in occasione di massacri, addossando
il più delle volte la responsabilità dell’accaduto ai prigionieri e quasi mai
ai carcerieri. Quattro anni dopo “Margine Protettivo” Gaza è giunta ancora al
capolinea. Il governo Netanyahu e Hamas sono ad un passo dallo scontro armato,
si scambiano ultimatum.
La deterrenza reciproca è riuscita sino a questo
momento a frenare le due parti, soprattutto quella israeliana. Il movimento
islamico sa che Gaza, sfinita da 12 anni di blocco israeliano, non può
sostenere un’altra devastante campagna di bombardamenti. Israele invece teme i
lanci da parte di Hamas di razzi e missili, poco dannosi ma capaci di tenere
sotto pressione tutta la sua popolazione. Ora però la guerra è a un passo. Al
lancio da Gaza dei cosiddetti “palloni incendiari” – preservativi gonfi di elio
capaci di volare per alcuni km -, il
governo Netanyahu ha reagito, sabato scorso, con i raid aerei più duri dal 2014
(uccisi due adolescenti palestinesi). Poi ha chiuso il valico commerciale di
Kerem Shalom. Infine il ministro della difesa Lieberman ha annunciato che
impedirà almeno fino a domenica l’ingresso nella Striscia di combustibili e
che medicinali e cibo passeranno solo
con permessi individuali. I pescatori palestinesi inoltre non potranno
superare il limite di pesca di tre miglia nautiche. Immancabile è poi giunto
il “contributo” egiziano, con la chiusura improvvisa del valico di Rafah tra
Gaza e il Sinai.
Misure, anzi una punizione collettiva come spiega
anche l’ong israeliana Gisha, alle quali Fawzi Barhum, un portavoce di Hamas,
ha reagito intimando la «riapertura dei transiti entro 48 ore» altrimenti, ha
minacciato, «ci saranno gravi conseguenze». Israele ha lanciato a sua volta un
ultimatum: entro 72 ore dovranno cessare i lanci di palloni che provocano
incendi nei campi coltivati israeliani. In caso contrario scatterà l’attacco.
Netanyahu ieri ha tenuto consultazioni in una base militare vicina a Gaza con
Lieberman e il capo di stato maggiore Gady Eisenkot. Al termine ha proclamato
che «Le forze armate sono pronte ad ogni sviluppo». La macchina militare è in
moto e vanno avanti le manovre nel sud di Israele. Esercitazioni in cui,
sottolineano i giornali, viene simulata l’occupazione di Gaza city.
A Gaza cresce la tensione. Gli abitanti tendono ad
escludere una nuova guerra, o almeno se lo augurano, però si mettono in coda ai
distributori di benzina per fare il pieno in vista di tempi cupi. Chi a un po’
di soldi, e a Gaza sono davvero in pochi, fa provvista di generi di prima
necessità. Cresce anche il malumore per come, di fatto, si sta mestamente
concludendo la “Marcia del Ritorno” a ridosso delle linee con Israele, in cui
sotto il fuoco dei cecchini israeliani sono caduti dal 30 marzo almeno 139
palestinesi e altre migliaia sono stati feriti. Era partita con grandi manifestazioni
popolari che chiedevano di mettere fine all’insopportabile blocco di Gaza.
Quindi è stata affiancata e poi di fatto sostituita, per decisione di Hamas,
dal lancio dei “palloncini incendiari”. Una mossa che ha spostato il giudizio,
già gravemente di parte, dei mezzi d’informazione internazionali ancora di più
a favore della narrazione israeliana degli eventi, a svantaggio dei riflettori
che la Marcia aveva acceso sulla prigione-Gaza.
Sullo sfondo di questa guerra ormai alle porte c’è
il “silenzio” del presidente dell’Autorità nazionale palestinese Abu Mazen. Il
leader dell’Anp non ha esitato a varare sanzioni contro Gaza allo scopo di
penalizzare Hamas. Ha colpito però solo la popolazione senza togliere il
controllo di Gaza agli islamisti. Una lotta assurda per un’inutile autorità su
Gaza e piccole porzioni di Cisgiodania, le prigioni in cui Abu Mazen e Hamas
sono stati rinchiusi dall’occupazione.
Nena News

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