di
Gideon Levy, Haaretz, Israele,
Blog
di Diego Siragusa
20
luglio 2018
Il
parlamento israeliano, la Knesset, ha approvato una delle leggi più importanti
della sua storia, oltre che quella più conforme alla realtà. La legge sullo
stato-nazione (che definisce Israele come la patria storica del popolo ebraico,
incoraggia la creazione di comunità riservate agli ebrei, declassa l’arabo da
lingua ufficiale a lingua a statuto speciale) mette fine al generico
nazionalismo di Israele e presenta il sionismo per quello che è. La legge mette
fine anche alla farsa di uno stato israeliano “ebraico e democratico”, una
combinazione che non è mai esistita e non sarebbe mai potuta esistere per
l’intrinseca contraddizione tra questi due valori, impossibili da conciliare se
non con l’inganno.
Se
lo stato è ebraico non può essere democratico, perché non esiste uguaglianza.
Se è democratico, non può essere ebraico, poiché una democrazia non garantisce
privilegi sulla base dell’origine etnica. Quindi la Knesset ha deciso: Israele
è ebraica. Israele dichiara di essere lo stato nazione del popolo ebraico, non
uno stato formato dai suoi cittadini, non uno stato di due popoli che convivono
al suo interno, e ha quindi smesso di essere una democrazia egualitaria, non
soltanto in pratica ma anche in teoria. È per questo che questa legge è così
importante. È una legge sincera.
Le
proteste contro la proposta di legge erano nate soprattutto come un tentativo
di conservare la politica di ambiguità nazionale.
Il
presidente della repubblica, Reuven Rivlin, e il procuratore generale di stato,
i difensori pubblici della moralità, avevano protestato, ottenendo le lodi del
campo progressista. Il presidente aveva gridato che la legge sarebbe stata
“un’arma nelle mani dei nemici di Israele”, mentre il procuratore generale
aveva messo in guardia contro le sue “conseguenze internazionali”. La
prospettiva che la verità su Israele si riveli agli occhi del mondo li ha
spinti ad agire. Rivlin, va detto, si è scagliato con grande vigore e coraggio
contro la clausola che permette ai comitati di comunità di escludere alcuni
residenti e contro le sue implicazioni per il governo, ma la verità è che a
scioccare la maggior parte dei progressisti non è stato altro che vedere la
realtà codificata in legge.
Era bello dire che l’apartheid riguardava
solo il Sudafrica
Anche
il giurista Mordechai Kremnitzer ha denunciato invano il fatto che la proposta
di legge avrebbe “scatenato una rivoluzione, né più né meno. Sancirà la fine di
Israele come stato ebraico e democratico”. Ha poi aggiunto che la legge avrebbe
reso Israele un paese guida “per stati nazionalisti come Polonia e Ungheria”,
come se non fosse già così da molto tempo. In Polonia e Ungheria non esiste un
popolo che esercita la tirannia su un altro popolo privo di diritti, un fatto
che è diventato una realtà permanente e un elemento inscindibile del modo in
cui agiscono Israele e il suo governo, senza che se ne intraveda la fine.
Tutti
questi anni d’ipocrisia sono stati piacevoli. Era bello dire che l’apartheid
riguardava solo il Sudafrica, perché lì tutto il sistema si basava su leggi
razziali, mentre noi non avevamo alcuna legge simile. Dire che quello che
succede a Hebron non è apartheid, che quello che succede in Cisgiordania non è
apartheid e che l’occupazione in realtà non faceva parte del regime. Dire che
eravamo l’unica democrazia della regione, nonostante i territori occupati. Era
piacevole sostenere che, poiché gli arabi israeliani possono votare, la nostra
è una democrazia egualitaria. O fare notare che esiste un partito arabo, anche
se non ha alcuna influenza. O dire che gli arabi possono essere ammessi negli ospedali
ebraici, che possono studiare nelle università ebraiche e vivere dove meglio
credono (sì, come no).
Ma
quanto siamo illuminati. La nostra corte suprema ha stabilito, nel caso dei
Kaadan, che una famiglia araba poteva comprare una casa a Katzir, una comunità
ebraica, solo dopo anni di dispute. Quanto siamo tolleranti nel consentire agli
arabi di parlare arabo, una delle lingue ufficiali. Quest’ultima è chiaramente
una menzogna. L’arabo non è mai stato neanche remotamente trattato come una
lingua ufficiale, come succede invece per lo svedese in Finlandia, la cui
minoranza è nettamente più piccola di quella araba in Israele.
Era
comodo ignorare che i terreni di proprietà del Fondo nazionale ebraico, che
includono buona parte delle terre dello stato, erano riservati ai soli ebrei,
una posizione sostenuta dalla corte suprema, e affermare che fossimo una
democrazia. Era molto più piacevole considerarci egualitari.
Adesso
ci sarà uno stato che dice la verità. Israele è solo per gli ebrei, anche sulla
carta. Lo stato nazione del popolo ebraico, non dei suoi abitanti. I suoi arabi
sono cittadini di seconda classe e i suoi abitanti palestinesi non hanno
statuto, non esistono. Il loro destino è determinato da Gerusalemme, ma non
sono parte dello stato. È più facile per tutti così.
Rimane
un piccolo problema con il resto del mondo, e con l’immagine d’Israele che
questa legge in parte macchia. Ma non è un grave problema. I nuovi amici
d’Israele saranno fieri di questa legge. Per loro sarà una luce che illumina le
nazioni. Tanto le persone dotate di coscienza di tutto il mondo conoscono già
la verità, e da tempo devono farci i conti. Sarà un’arma nelle mani del
movimento Bds (boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele)?
Sicuramente. Israele se l’è guadagnata, e ora ne ha fatto una legge.
(Traduzione
di Federico Ferrone)

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