Perché per Cosa Nostra
uccidere Borsellino rappresentò un doppio vantaggio. Ora il punto è capire fin
dove l'intreccio fu dettato da un disegno condiviso
Andrea
Purgatori, Huffington Post
20
luglio 2018
Insomma,
per Cosa Nostra uccidere Paolo Borsellino rappresentò un doppio vantaggio. Da
una parte si eliminava un nemico antico, certo e irriducibile. Ma nello stesso
tempo con la sua morte per strage si sarebbe potuto lucrare meglio nel conto
delle richieste da presentare al tavolo della trattativa offerta da uno Stato
sotto ricatto, spaventato e sbandato. Questa all'inizio degli anni Novanta era
l'idea (la strategia) dei corleonesi di Totò Riina dopo Capaci: sferrare il
colpo di grazia che, insegna la storia, in quasi tutte le guerre piega la
resistenza dei perdenti nel loro momento di maggiore debolezza, e spesso alla
vigilia di una resa. Perché quella della mafia contro le istituzioni fu appunto
una guerra e lo Stato rischiò davvero di perderla. Almeno su questo dubbi non
ce ne sono.
Ma
il punto - e qui le motivazioni della sentenza di condanna nel processo di
primo grado che ha colpito pesantemente e trasversalmente mafiosi, vertici del
Ros dei carabinieri e manager poi diventati politici di riferimento di Forza
Italia come Marcello dell'Utri lasciano aperte molte porte - è capire fin dove
l'intreccio fu dettato da un disegno condiviso. Oppure quanto questi pezzi
delle istituzioni, di Cosa Nostra e della Seconda Repubblica che stava per
nascere all'ombra del gruppo di Silvio Berlusconi si resero indirettamente
responsabili di quella "accelerazione" che portò alla morte di
Borsellino. Perché, nel modo contorto con cui i giudici hanno messo nero su
bianco il loro ragionamento finale, se ci fu accelerazione ci fu anche chi
pigiò con decisione sul pedale dell'acceleratore.
Sulla
trattativa Stato-mafia molto si è detto, e vedremo il processo d'appello cosa
conserverà o ridimensionerà di questa sentenza che ha inflitto tra gli altri
ben 12 anni al mafioso Antonino Cinà, ai generali Antonio Subranni e Mario Mori
e all'ex senatore Dell'Utri e 28 al boss Leoluca Bagarella, braccio destro di
Riina. Ma un altro fatto è certo: sulla strage di via D'Amelio è stato
realizzato uno dei più clamorosi e sporchi depistaggi mai messi in scena in
quest'Italia dei misteri. E al di là del linguaggio contorto dei giudici del processo
sulla trattativa Stato-mafia, il risultato dei due filoni d'indagine non può
che sovrapporsi: perché al momento uno spiega ed è condizione o conseguenza
dell'altro e viceversa.
E
anche se i giudici scrivono che "se pure non vi è prova diretta dell'inoltro
della minaccia mafiosa da Dell'Utri a Berlusconi, perché solo loro sanno i
contenuti dei loro colloqui, ci sono ragioni logico-fattuali che inducono a non
dubitare che Dell'Utri abbia riferito a Berlusconi quanto di volta in volta
emergeva dai suoi rapporti con l'associazione mafiosa Cosa nostra mediati da
Vittorio Mangano" (lo stalliere di Arcore), non c'è dubbio che la sostanza
deduttiva della sentenza piazzerà un altro macigno sul destino politico del
leader di Forza Italia su cui è ragionevole pensare che qualcuno dei suoi
alleati sia già pronto a ballare.

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