giovedì 30 agosto 2018

MIGRANTI Piccola guerra intorno ai cento profughi di Rocca di Papa



Annalisa Camilli- Internazionale


Alle 22.30 del 28 agosto il primo pullman con cinquanta profughi eritrei spunta dalla curva, la via dei Laghi è una strada panoramica tutta in salita che costeggia il lago di Albano e arriva fino Rocca di Papa. Il pullman rallenta per fare manovra ed entrare nel centro di accoglienza Mondo migliore, gestito dalla cooperativa Auxilium, che ospita già 356 richiedenti asilo di 34 nazionalità. Gli ultimi sono arrivati due mesi fa. Il centro per qualche giorno ospiterà cento profughi eritrei che sono sbarcati a Catania dalla nave Diciotti, dopo uno stallo politico che li ha tenuti bloccati sul ponte della nave per cinque giorni per ordine del ministro dell’interno Matteo Salvini. 
Mentre il bus sta per fermarsi, dai finestrini si sporgono i passeggeri, tra loro sei donne sedute sui sedili anteriori. Salutano e sorridono. Davanti a loro sventolano le bandiere italiane e quelle di CasaPound, che dal pomeriggio ha organizzato un presidio davanti al centro di accoglienza. I neofascisti cantano l’inno di Mameli e fanno il saluto fascista, mentre i profughi eritrei salutano e sorridono, pensando che le bandiere italiane siano davanti al centro per dargli il benvenuto. Dopo il passaggio del bus, i neofascisti intonano un coro: “Noi vogliamo il blocco navale”. 
Dall’altra parte della strada, dietro a un cordone dei carabinieri, un gruppo di antifascisti della zona, dal pomeriggio mostra dei fogli con la scritta: “Welcome”, benvenuto. Volano gli insulti tra i due gruppi che si fronteggiano da ore. Gli antifascisti accusano CasaPound di voler strumentalizzare la vicenda dei profughi della Diciotti e rivendicano di aver impedito già in passato la sepoltura ad Albano di Erich Priebke, l’ufficiale nazista responsabile dell’eccidio delle Fosse Ardeatine.

Una roccaforte della sinistra
“Volevate fare dei Castelli romani una nuova Predappio, ma noi ve lo abbiamo impedito”, grida al megafono Massimiliano Ortu dell’Anpi di Castel Gandolfo, uno dei più agguerriti tra gli antifascisti, mentre un altro storico rappresentante dell’estrema sinistra dei Castelli romani Giuseppe Galluzzi ricorda che gli eritrei vengono da un’ex colonia italiana. “Gli ascari eritrei combatterono nelle truppe coloniali italiane, dovreste baciare la terra su cui camminano voi che siete fascisti”, grida. 
Tiberio, uno studente di 17 anni di Genzano, che indossa una maglietta con la scritta Refugees welcome solidarizza con i profughi: “Questi poveracci hanno fatto un viaggio molto impegnativo, sono persone che hanno subìto le peggiori violenze e ora dopo più di dieci ore di pullman trovano persone ignoranti che li contestano. Sono esseri umani e hanno diritto a essere accolti, al di là della nazionalità”. 
Silvana Costantini di Ciampino è sulla stessa linea: “Queste persone si meritano un benvenuto perché sono state stritolate da un sistema di potere che per ottenere dei consensi facili ha giocato sulla loro pelle. Bisogna cominciare a dire ‘Prima gli sfruttati’, non ‘Prima gli italiani’”. Ivanone, detto Bamby, un militante di Marino, pronuncia in una diretta televisiva la frase destinata a diventare il simbolo della serata: “‘Sti poracci dopo la traversata, dopo la sosta, dopo dieci ore di pullman, si devono pure godere ‘sta rottura de cazzo dei fascisti”.
In un’atmosfera che può ricordare Ferie d’agosto di Paolo Virzì, il clima sembra scivolare verso la commedia, gli insulti volano da entrambi le parti e si gonfiano di una certa coloritura. A un certo punto i militanti di CasaPound cominciano a cantare in coro: “Brutti, brutti”. “Sei brutto”, dicono a un militante antifascista. Dietro l’apparenza da operetta, si sta giocando uno scontro politico ben più profondo e complesso: il territorio dei Castelli romani è storicamente una roccaforte della sinistra, i comitati antifascisti della zona sono tra i più organizzati del Lazio, e le città della zona hanno avuto un ruolo importante per l’opposizione durante il fascismo e poi durante la seconda guerra mondiale e la resistenza.  Ad Albano tutti ricordano la figura di Marco Moscati, un partigiano di 24 anni fucilato alle Fosse Ardeatine. Albano inoltre è la città della divisione Piacenza che ha combattuto contro le truppe naziste a villa Doria subito dopo l’armistizio. Nei racconti degli anziani c’è ancora il ricordo di questa storia. Frattocchie, una frazione di Marino, dal 1944 all’inizio degli anni novanta ha ospitato la scuola di formazione politica del Partito comunista italiano, dalla quale sono uscite schiere di dirigenti. A Genzano, il Pci otteneva alle elezioni maggioranze schiaccianti, ma da qualche anno questa egemonia sembra incrinata.

Il consenso all’estrema destra
In alcune cittadine della zona come Velletri i neofascisti stanno costruendo consenso proprio sui temi dell’estrema destra europea, in particolare sull’immigrazione. 
Alle elezioni comunali del 2017, nella città CasaPound ha preso il 9,4 per cento dei voti che gli ha permesso di eleggere un consigliere comunale, Paolo Felci. Così a Rocca di Papa la contrapposizione sull’arrivo dei profughi della Diciotti incrocia temi locali e nazionali. “È facile prendersela con i migranti, con i più poveri, ma il vero problema è che questo governo non ha fatto ancora niente, non si è occupato né di lavoro né di niente altro”, spiega Ortu nello stesso giorno in cui il ministro dell’interno Matteo Salvini incontra il presidente ungherese Viktor Orbán a Milano. 
Prima dell’arrivo dei profughi nella struttura gestita dalla chiesa, il sindaco di Rocca di Papa, Emanuele Crestini, è stato attaccato da CasaPound e da alcuni residenti che lo accusano di aver concesso la disponibilità per l’accoglienza, seppure temporanea, dei migranti della Diciotti. Tra i manifestanti ci sono i vertici dell’organizzazione di destra – Davide Di Stefano, Mauro Antonini, Luca Marsella e diversi altri consiglieri venuti da tutto il Lazio – e il vicesindaco di Montelibretti, Giuseppe Gioia. Alle 21.30 del 28 agosto, un’ora prima dell’arrivo del primo pullman, per stemperare la tensione, gli operatori del centro di accoglienza Mondo migliore distribuiscono pizza con la mortadella e bottigliette d’acqua ai manifestanti di tutti e due gli schieramenti: “Mi raccomando”, dice il responsabile, “andate sia da una parte che dall’altra”. 
Il giorno successivo, gli antifascisti hanno convocato un sit-in davanti al centro, e le presenze triplicano. Alle 18 è tornata anche CasaPound in un nuovo presidio. Ortu è stato di nuovo in prima linea e ha spiegato che la manifestazione non è stata organizzata da nessun partito della sinistra: “L’idea era quella di dare un segnale di benvenuto ai profughi e metterci a disposizione per portare aiuto al centro. Abbiamo chiesto se servivano vestiti e altri beni di prima necessità. Ma ci hanno detto che non era necessario. Per noi era importante mostrare che i profughi non sono mostri e calmare le paure delle persone che li vivono come una minaccia, ma di fatto non li conoscono e non li incontrano mai”.

Le storie degli eritrei
I cento profughi sono tutti giovani, molto stanchi e denutriti, spiega Carlotta Sami, portavoce dell’Alto commissariato delle Nazioni Uniti per i rifugiati (Unhcr) che li ha visitati il 29 agosto. “Hanno affrontato viaggi molto lunghi, durati anni e sono stati venduti e comprati diverse volte dai trafficanti, le famiglie hanno speso per ognuno di loro anche diecimila o quindicimila dollari per pagare i trafficanti”, racconta Sami. Le famiglie, in patria e all’estero, versano queste somme sotto il ricatto dei trafficanti che minacciano di torturare le persone che sono nelle loro mani. “Un ragazzo ha raccontato di essere arrivato in Israele, ma di essere stato espulso dal paese e portato in Ruanda e da lì si è poi spostato verso l’Uganda fino alla Libia”. 
“Un altro ha raccontato di aver perso sua moglie incinta di tre mesi nel deserto”, racconta Sami. Tutti sono stati detenuti in Libia. “Alcuni anche per un anno e mezzo: un gruppo è stato tenuto per moltissimo tempo in un magazzino sotterraneo senza luce e con pochissimo cibo. Mentre erano in cattività sono nati 16 bambini che dopo qualche mese sono morti a causa delle condizioni igieniche”, ha aggiunto.
Appena arrivati a Rocca di Papa, nella notte tra il 28 e il 29 agosto, i profughi sono stati visitati da un’équipe medica. Secondo i medici nessuno di loro presenta malattie o condizioni di salute preoccupanti. “L’aspetto più problematico è quello delle loro condizioni psicologiche”, afferma Sami. “Ma da subito saranno seguiti da psicologi”, conclude. Al loro arrivo nel centro, i profughi sono stati accolti dagli altri ospiti della struttura con un lungo applauso di benvenuto. Poi hanno ricevuto i kit con i beni di prima necessità. “Alcuni avevano con loro poche cose che erano riusciti miracolosamente a conservare durante il viaggio, alcune Bibbie, delle croci di legno”, racconta Francesco Spagnolo, ufficio stampa della Caritas.

La permanenza nel centro per i cento profughi sarà temporanea e durerà solo pochi giorni, precisa don Francesco Soddu, direttore della Caritas italiana. “I profughi saranno velocemente trasferiti in più di venti diocesi italiane che hanno dato la disponibilità ad accoglierli. L’accoglienza sarà completamente a carico della Conferenza episcopale italiana (Cei) che ha stanziato fondi per almeno un anno”.

Questi soldi provengono dall’8 per mille alla chiesa cattolica versati dai contribuenti italiani. La competenza dello stato italiano riguarderà semplicemente le questioni burocratiche che attengono la richiesta di asilo. “L’accoglienza di cento persone è un’inezia sia per la Caritas sia per questo centro che è abituato a ben altri numeri, tutti i giorni decine di comunità in Italia portano avanti un lavoro di integrazione ben più impegnativo”, conclude Soddu.

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