di Patrizia Cecconi, Pressenza
30/06/2018
Ieri, come ogni venerdì, la
Grande marcia iniziata il 30 marzo è proseguita nei diversi accampamenti lungo
il confine con la linea d’assedio, quello terrestre, imposto da Israele.
Una delle prime arrivate. Sotto:
nuovi arrivi e l’arrivo dei pullman
Ieri siamo andati a Rafah, il
punto più a sud della Striscia, quello confinante con l’Egitto e che, nei piani
israelo-statunitensi, dovrebbe essere un punto fondamentale nel cosiddetto
“deal of the century” sbandierato da Trump e assolutamente rigettato da tutti i
palestinesi che conoscono il senso profondo del sostantivo dignità.
Per arrivare al border, una volta
a Rafah, si cambia taxi e si chiede direttamente “al awda” che significa soltanto
“il ritorno” ed è l’abbreviazione dell’intera frase che rappresenta il progetto
nato e condiviso “dal basso” ed attribuito strumentalmente ad Hamas che in
qualche modo gioca a farlo suo. Tutti a Gaza sanno comunque che non è così. In
realtà Hamas, rappresentando l’autorità governativa della Striscia, disloca la
sua polizia in divisa e in borghese in tutti gli accampamenti della grande
marcia, vuoi con compiti di controllo, vuoi con compiti protettivi come nel
caso degli stranieri cioè, nel caso specifico, di chi scrive, anche stavolta
unica straniera come testimone diretta.
Quando si arriva a Rafah il
monumento che segna l’ingresso in città è un po’ come i tanti cannoni che fanno
bella mostra nelle migliaia di Comuni italiani grandi e piccoli, con l’intento
di ricordare a chi arriva che l’indipendenza è stata conquistata, purtroppo,
con le armi. Qui non hanno cannoni a dichiarare in forma monumentale la loro
lotta per la libertà, ma hanno un simbolico missile qassam. Un giorno sarà un
reperto da museo ma intanto sta qui, a dispetto degli schizzinosi che chiamano
terrorismo un qassam e non un bombardamento a tappeto. Fa un po’ sorridere
pensare alla sproporzione tra questo “coso” e le sofisticatissime armi
dell’assediante, ma resta tuttavia molto serio il suo significato come simbolo
di resistenza
Sul taxi collettivo che ci
porterà verso “al awda” sale una donna coperta dal niqab nero. Dagli occhi e
dalle movenze sembra giovane. E’ diretta anche lei al border. Poco dopo
scopriamo che è una giornalista palestinese e non toglierà il niqab neanche
quando mi chiederà un’intervista per la radio che hanno nel campo. Se non lo
toglie per motivi di sicurezza o per credo religioso non lo sappiamo, però
vediamo che è esperta nell’uso di strumenti di comunicazione e che il niqab non
le impedisce di essere rispettata dagli uomini come professionista nel suo
campo. Rilascio l’intervista come ogni volta che mi viene chiesto, e stavolta
mi chiedono pure di mandare un messaggio al mondo. Sorrido con amarezza davanti
alla loro ingenuità, certo che lo mando il mio messaggio al mondo ma tanto non
arriverà. Resterà solo un conforto per loro, un simbolo di solidarietà per
un’iniziativa che condivido e apprezzo. Ma da Gaza verso il mondo, quello che
fa opinione a livello di massa, non arrivano messaggi. Vengono filtrati dal
secondo muro di Israele, quello mediatico. Comunque rilascio l’intervista.
Anch’io farò a mia volta una breve intervista a lei e ad altri partecipanti ed
organizzatori della Grande marcia. In sostanza mi limito a una domanda: “cosa
vi aspettate da questa vostra lotta in forma di grande manifestazione popolare
di lunga durata”. La risposta di Amal, la giornalista che mi ha intervistato,
non è troppo diversa da quelle degli altri, al momento non si aspettano niente,
ma sano che solo continuando potranno avere una chance per riuscire ad ottenere
i loro diritti. Amal significa speranza, è un nome che portano molte donne. In
questo caso sembra proprio la rappresentazione del suo pensiero. Molti altri,
uomini e donne, portano il nome Kifah, che invece significa lotta, e diversi
ragazzi portano il nome Naser che significa vittoria. La parte del leone la
fanno i Mohammad con tutte le variazioni sul tema, da Ahmed a Mahmoud, che
rappresentano la fede religiosa dei loro genitori, ma i nomi che rappresentano
la realizzazione dei sogni di questo popolo non sono pochi.
A poche decine di metri
dall’accampamento del border di Rafah ci sono imponenti rovine. Chiedo ai miei
amici “bodyguards” cosa siano e mi rispondono che si tratta dell’aeroporto
distrutto da Israele quasi 20 anni fa.
Ricordo le immagini televisive di
quella feroce e impunita distruzione. Credo ci fosse anche denaro italiano in
quell’aeroporto ma nessuno ha mai chiesto i danni ad Israele per le sue
distruzioni. Non si trattava di piccola cosa, l’aeroporto aveva una lunghezza
di oltre 3 chilometri, comprendeva circa 20 edifici ed una moschea di cui è
rimasta miracolosamente in piedi la cupola dorata, il poco che si vede ancora
fa capire che l’architettura era di stile arabo, i miei accompagnatori mi
dicono che le pareti erano affrescate da mosaici e piastrelle marocchine. Era
stato inaugurato nel 1998 dal presidente Yasser Arafat di cui portava il nome,
dava lavoro a diverse centinaia di persone e copriva non meno di 700mila
viaggiatori l’anno nei pochi anni in cui è rimasto in vita. Ma i tanti milioni
di dollari serviti a costruirlo finirono sotto le bombe israeliane in poche
ore. Perché? Nessuno lo ricorda. Forse Israele aveva semplicemente deciso di
chiudere il cielo alla Palestina. Infatti il piccolo aeroporto di Qalandia, in
west Bank l’ha inglobato e questo lo ha distrutto. Sono talmente tante le
distruzioni israeliane che se ne perde il conto. Due foto per ricordare a chi
legge che un giorno qui c’era un aeroporto e si va avanti.
Aeroporto Yaser Arafat costruito
nel 1998 e distrutto da Israele nel 2001. Sotto: particolare dell’aeroporto
distrutto
Raggiungiamo l’accampamento e
anche stavolta siamo tra i primi. Ci sono solo gli stanziali nelle tende e
qualche centinaio di persone, prevalentemente giovani, sparse qua e là. Nessuno
vicino alla rete ed anche per questo sembra veramente gratuito il lancio, più o
meno ad altezza d’uomo di un primo lacrimogeno. Il vantaggio-svantaggio di
essere unica straniera consiste nel fatto che ti trattano come un pulcino da
proteggere non appena si profila un minimo di problema. Via di corsa, e al
riparo. Per fortuna io ho la mascherina col filtro a portata di mano e la
indosso subito. Uno dei miei due “bodyguards” mi grida di non toccarmi gli
occhi ma lo so a memoria e non lo faccio.
L’altro si è respirato in un
attimo un bel po’ di gas perché gli è caduto proprio davanti e ha indugiato
qualche secondo per coprirmi le spalle. Per un po’ sputa e vomita poi passa
tutto. Ancora Israele non ha dato il meglio di sé e basta allontanarsi di
qualche decina di metri per riprendere a respirare senza problemi e poi, cosa
che forse farà sorridere, c’è sempre il carrettino con caffè e tè e in un
minuto arrivano tre bicchieri di “shay bi n nana” il tè alla menta che si beve
d’estate.
Cominciano ad arrivare le prime
scorte di “caucciù”, cioè i copertoni da bruciare. Ormai il copertone è
diventato un simbolo della grande marcia e lo si vede anche appeso come tale
qua e là
Alcuni ragazzi mi chiedono se
voglio assistere alla preparazione e mi fanno entrare sotto una tenda a patto
che non fotografi i visi. Mi sembra il minimo! Le mani sì, non c’è problema.
Hanno tante bottigliette di plastica vuote e qualche bottiglia di plastica
grande riempita di liquido scuro. Faccio la spiritosa con le mie due parole di
arabo e loro, ancora più spiritosi, mi rispondono che è Coca Cola e che serve a
dar forza ai copertoni per rotolare.
Bene, tutto chiaro, ecco perché
prendono così facilmente fuoco, ogni bottiglietta “serve” un copertone, quindi
vengono fatti rotolare fino al punto in cui, una volta accesi, impediranno la
visuale ai killers professionisti, detti anche tiratori scelti, o cecchini, o
snipers a seconda che si voglia addolcire o rendere immediatamente chiaro il
loro compito di potenziali assassini. I poveretti a quel punto devono faticare
un po’ per individuare le loro vittime e con l’aiuto dei droni e di altri loro
colleghi, cercano di indirizzarle in punti precisi riempiendo la zona di gas
Ancora non sono arrivate le
migliaia di parteciparti che stiamo aspettando e che arriveranno tra un po’
quando i ragazzini con cui stiamo parlando mi invitano a guardare alto e i miei
amici mi urlano di scappare. Vorrei prendere una foto del drone che sembra aver
puntato proprio in nostro gruppetto ma non faccio in tempo, vengo letteralmente
presa e trascinata via. Perché? Mi chiedo. Non perché il mio amico mi abbia trascinata
via, anzi lo ringrazio, ma perché ci hanno mirato? Non facevamo nulla. Eravamo
un gruppetto di poche persone con quattro bambini che chiedevano foto ricordo e
che ringraziavano della solidarietà
Ho visto cosa significa essere
puntati da un drone: gira su se stesso, si ferma, si abbassa e lancia. Ai
nostri piedi restano dei residui dei suoi regalucci. Ma a questo punto arriva
la security. Altro controllo passaporto, altro controllo permesso delle
autorità locali, altro shukran per la tua presenza ma ora te ne vai. Anzi prima
cancelli pure le foto che hai fatto. In sostanza questo è il discorso dei
poliziotti tradotto dal mio amico. Provo a chiedere ai miei accompagnatori di
spiegare a questi geni della comunicazione che se loro mandano via chi può testimoniare
la verità, l’unica voce che avrà ascolto sarà sempre quella dei loro nemici.
Niente da fare, sono irremovibili. Intanto comincia il fumo nero dei primi
pneumatici e il fumo bianco dei gas che si moltiplicano a qualche centinaio di
metri.
Il mio amico, quello che ha la
responsabilità di essere il mio accompagnatore ufficiale prova a spiegare il
mio pensiero a questi poliziotti in borghese del regime di Hamas. Non
immaginateli come terroristi con una bomba tra i denti, qui gli unici
terroristi veri sono gli israeliani, però immaginateli come tutti i poliziotti
del mondo ai quali è stato dato un incarico preciso. Niente da fare, è bene che
mi allontani perché, se mi succedesse qualcosa, immediatamente falchi e
sciacalli accuserebbero Hamas invece di Israele e magari si inventerebbero pure
che sono stata usata come scudo umano. Figuriamoci! Scudo io? Ma quale scudo?
Urlo pure se mi schiaccio un dito! Io sto attentissima, sono sempre prudente e
voglio solo essere testimone! Ci riprovo, insisto. Niente da fare. Tanti
ringraziamenti ma per favore vattene perché i killer ora cominceranno a sparare
e tu sei vestita di bianco e sei identificabile da lontano come straniera e
questo non è una garanzia per la tua sicurezza. Questo è quello che più o meno
ha detto il poliziotto al mio amico, il quale si rivolge a me giungendo le mani
con aria sconsolata e pregandomi mi dice “please Patrizia, please, it is just
for your safety, don’t get me in trouble”, va bene, questi non sentono ragioni
e non posso mettere nei guai il mio accompagnatore. Va bene, è per la mia
sicurezza, ok.
Intanto cominciano a correre le
ambulanze e si attivano i paramedici con i quali avevamo scambiato qualche
parola poco prima.
Va bene, forse hanno ragione, a
poche decine di metri da noi i primi feriti. Così, realmente senza motivo, se
non per un processo alle intenzioni che sono esattamente quelle di chiedere il
rispetto delle Risoluzioni Onu che Israele, campione di falsa democrazia, nega.
Però chiedo solo un momento, il
tempo di assistere al lancio di un enorme aquilone trasparente, uno di quelli
che portano il famoso straccetto acceso e che Bennet, uno dei ministri fascisti
del governo Netanyahu ha dichiarato essere sufficienti a far passare per le
armi i loro costruttori, anche senza straccetto e anche se bambini. Non è che
questo discorso pubblico di un ministro che invoca la pena di morte senza
processo abbia creato almeno un sussulto di indignazione democratica nel mondo!
No, i fascisti israeliani vivono ancora di un’immeritata rendita che li
protegge dal definirli per quel che sono. Comunque, nonostante la generalizzata
benevolenza verso Bennet, Netanyahu, Liebermar e altri esponenti di un pensiero
pericolosamente fascista, come già scritto sulle pagine di questa testata e
altrove, chi scrive sta con gli aquiloni.
In fondo stare con gli aquiloni,
compresi quelli portatori di fiammella significa stare anche con le norme della
IV Convenzione di Ginevra le quali consentono all’oppresso, occupato o
assediato che sia, di reagire contro il suo oppressore, mentre stare con droni,
F-16 o snipers israeliani significa essere contro la legalità internazionale,
quindi essere dei fuorilegge. Tanto per essere precisi.
Mentre ce ne andiamo arriva una
carovana festante. Cantano, urlano slogan, mandano musica patriottica,
innalzano la bandiera della Palestina, sono in piedi su decine di “caucciù” e
uno di loro tiene alta una cesoia, simbolo della rete dell’assedio da tagliare.
Altri mostrano banner col nome di qualche villaggio distrutto, altri foto di
martiri. Qualcuno mostra le grucce come regalino di precedenti venerdì che lo
ha reso invalido ma non ha bloccato la sua voglia di esserci.
Quando i gazawi dicono di essere
un popolo di pazzi forse un po’ di ragione ce l’hanno. Ridono, ci salutano e ci
chiedono “saura, saura” che è la pronuncia locale del termine “foto”. Loro lo
sanno, non sono mica poliziotti, loro lo sanno che le foto devono girare, che
solo così all’estero arriverà, sebbene flebile, la loro voce.
Andando via dall’accampamento
incontriamo decine di pullman carichi di manifestanti. Forse tra di loro c’è
anche Mohammed Fawzi Al Hamaideh, 24 anni. Ucciso proprio qui da pallottole che
forse volevano solo renderlo sterile, altra piccolo vezzo criminale su cui i
fucilieri israeliani si stanno specializzando. Ma la pallottola che lo ha
colpito all’addome non lo ha invalidato, lo ha ucciso. Altro martire che
nutrirà la resistenza palestinese.
La notizia della sua morte ci
raggiungerà in serata mentre siamo impegnati in un meeting per organizzare la
raccolta fondi per gli ospedali che scoppiano e non sanno più come fare a
salvare vite che gli arrivano spesso appese a un filo.
Subito dopo ci arriva un’altra
brutta notizia, l’uccisione di un ragazzino di 13 anni, Yasser Abu al Naja. A
lui hanno sparato direttamente alla testa. Non era qui a Rafah ma a est di Khan
Younis. Il portavoce del ministero della salute ha appena comunicato i nomi dei
due martiri e il numero dei feriti che lungo tutto il confine sono 415. Una
parte ricoverati nei diversi ospedali e una parte medicati negli ospedali da
campo.
Ma gli organizzatori della grande
marcia hanno già pronto il tema del prossimo venerdì: lo schiaffo al “deal of
the century” ovvero all’affare del secolo ufficialmente preparato da Trump con
Israele e che trova pieno accordo di Egitto, Arabia Saudita, Giordania e tutti
quei paesi arabi che fecero disegnare Handala di spalle al grande Naji al Ali
tanti anni fa.
La marcia continua e venerdì
prossimo la racconteremo da un altro accampamento.

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