Reportage.
Un viaggio dal cuneese alle sorgenti. Dove si sentono le conseguenze
dell’effetto serra, dell’inquinamento e della scarsa manutenzione
Mauro Ravarino, Il manifesto
Abbiamo occupato con il cemento
il suo alveo, le sue curve non ci piacevano e le abbiamo raddrizzate, l’abbiamo
sfruttato a più non posso, inquinato e saccheggiato, e, soprattutto, abbiamo
rotto ogni rapporto con lui, frantumando quella atavica relazione che aveva con
i nostri nonni. Quando ha fatto la voce grossa ci siamo spaventati, abbiamo
gridato all’emergenza, sbraitato contro cumuli di ghiaia (non sapendo che il
letto era abbassato da continue escavazioni). Culla delle civiltà, il fiume è
sempre stato la risorsa idrica più utilizzata dall’uomo ed è oggi un indicatore
privilegiato dello stato di salute di un territorio e dei cambiamenti climatici
a livello globale. Fiume italiano per eccellenza è il Po con i suoi 652
chilometri, un bacino idrografico di 71 mila chilometri quadrati e 16 milioni
di persone che vivono nei dintorni.
RISALENDOLO A RITROSO, dalla
pianura alla montagna, il Po cambia forma e paesaggio: diventa un torrente e,
sopra Crissolo (Cuneo), l’ultimo comune della Valle a cui dà il nome, pare poco
più di un ruscello. Qui, tra le rocce ripide del Monviso, lo scorso anno –
stagione record per la siccità – le sue sorgenti, 2.022 metri d’altezza, sono
andate in secca. A Pian del Re, proprio dove compare la scritta «Qui nasce il
Po». Un fenomeno raro e grave. Il grande fiume sorgeva venti o trenta metri più
in basso, formato da rivoli d’acqua. La fonte restava, però, muta e asciutta.
Negli ultimi mesi la situazione è
migliorata: le nevicate e le piogge sono state abbondanti. È il trend che
preoccupa: la tendenza evidenzia un aumento delle temperature medie e una
diminuzione media delle precipitazioni. «Quello a cui stiamo assistendo è una
mediterraneizzazione dei fiumi alpini, il regime un tempo perenne diventa ora
intermittente, quasi come nella fiumara calabra. E si assiste a
un’estremizzazione delle portate: ci sono momenti in cui non c’è acqua a
sufficienza, altri in cui ce n’è troppa. Nei giorni di pioggia cade più acqua
della media e ruscella velocemente. Si tratta di una situazione che ha portato
a una allarmante riduzione della biodiversità, in quanto gli organismi che
vivono nei fiumi alpini non hanno avuto il tempo evolutivo per adattarsi. Un
crollo, per esempio, delle popolazioni ittiche». Lo spiega Stefano Fenoglio,
docente di ecologia fluviale all’Università del Piemonte Orientale, profondo
conoscitore del Po, soprattutto del tratto montano e pedemontano, che vive,
scruta e studia con passione. È uno degli animatori del Prin «No acqua»
(Progetto di ricerca di interesse nazionale) per lo studio delle conseguenze
delle asciutte nei corsi d’acqua, coordinato dalle università di Parma, Ferrara
e Piemonte Orientale.
I NOSTRI FIUMI SONO MINACCIATI DA
FATTORI GLOBALI, come il surriscaldamento e lo scioglimento dei ghiacciai, e da
alterazioni locali morfologiche e idrologiche: dalla canalizzazione
all’inquinamento – che non è più quello degli anni Settanta e Ottanta ma resta
una questione aperta – fino all’abbandono di una manutenzione quotidiana. Si è
perso il rapporto uomo-fiume: «Era una relazione caratterizzata dall’uso
capillare e razionale della risorsa acqua e da una conoscenza profonda e
programmata del territorio, che aveva consentito per secoli un modesto impatto
ambientale. Elemento fondamentale della relazione uomo-fiume nelle comunità
alpina era il rispetto. «Nella Valle Po, dove la capacità erosiva non è poca, i
nostri vecchi – racconta Fenoglio, che partecipa anche al progetto Italian
mountain lab, promosso dall’Università della Montagna di Milano – costruivano i
borghi sugli spartiacque, sui bricchi, non nell’alveo come si iniziò a fare nel
Novecento, rettificando e snaturando il percorso del fiume, intrappolandolo. La
gestione dell’acqua era nella comunità uno degli elementi più importanti del
tessuto sociale, la manutenzione veniva fatta insieme. Cementificazione e
spopolamento hanno cambiato il paradigma».
DALLE ALPI COZIE, il Po scende a
Torino, la città più grande che attraversa, con la collina da un lato e il
parco del Valentino e i Murazzi dall’altro, poi costeggia le risaie del
Vercellese, dopo che il canale Canale Cavour ne ha ridotto la portata. Ma solo
superato Isola di Sant’Antonio (Alessandria) si trasforma in un grande fiume:
il 50% della sua portata deriva dagli affluenti che arrivano dai grandi laghi
lombardi: prima il Ticino, poi l’Adda, poi l’Olio e il Mincio. La siccità
prolungata tra l’autunno del 2016 e quello del 2017 è stata pesante: il 22
luglio a Pontelagoscuro (Ferrara) è stata registrata una portata di 417 metri
cubi al secondo, inferiore ai 450 m³/s individuati come soglia «accettabile»
per il contenimento della risalita del cuneo salino.
La scorsa estate si è
classificata come la quarta più siccitosa di sempre con la caduta del 41% in
meno di precipitazioni e una temperatura media superiore di 2,48 gradi alla
media, inferiore solo a quella registrata nel 2003. Gli effetti della siccità
si sono fatti sentire pesantemente sull’agricoltura italiana con circa due
miliardi di perdite stimate dalla Coldiretti per le coltivazioni e gli allevamenti
nel 2017.
IL BACINO DEL PO PRODUCE IL 40%
DEL PIL ITALIANO, in una porzione pari a un quarto del territorio nazionale.
«Per capire il presente bisogna fare il punto su cosa è successo negli ultimi
cinquant’anni. Si è verificato – spiega Pierluigi Viaroli, docente di ecologia
all’Università di Parma – un peggioramento della situazione ambientale:
attività industriali, sviluppo agricolo imponente, industrializzazione degli
allevamenti (crescita esponenziale del numero di capi suini), detersivi (fino
agli anni Cinquanta c’erano le lavandaie); si tratta di fattori che insieme
hanno compromesso la qualità delle acque. A metà degli anni Settanta, il picco
di presenza di fosforo, nitrati, fosfati, metalli pesanti, pesticidi. La legge
Merli sulla tutela delle acque (1976), con l’introduzione di depuratori, e la
stretta sui detersivi hanno portato piano piano a un miglioramento e a una
riduzione del fosforo e dei fosfati. Alcuni problemi sono stati risolti, ma ne
sono sopraggiunti nuovi con sostanze chimiche emergenti. E il Ddt è tornato in
circolo con lo scioglimento dei ghiacciai».
IL FIUME CAMBIA, il problema
dell’acqua è statisticamente rilevante: negli ultimi anni si sono ripetute
forti siccità (2003-2007-2017). «Il Po – sottolinea Viaroli – è come un
paziente con problemi cardiocircolatori, se intervengo sull’aorta magari
risolvo il problema ma posso creare un danno. Meglio, allora, agire sui
capillari periferici e avere meno rischi e più benefici. Un approccio di tipo
adattivo. Incominciamo a fare piccoli interventi con costi limitati,
ricostruendo canalizzazioni in termini più ambientali». Come, per esempio, il
progetto Life Rinasce del Consorzio bonifica Emilia Romagna, per la
riqualificazione naturalistica per la sostenibilità integrata
idraulico-ambientale dei Canali Emiliani.
BASTANO POCHI ALTRI ANNI come lo
scorso e la situazione diventerebbe drammatica. Che fare? «Gestire l’acqua –
commenta Stefano Fenoglio – in modo migliore per non disperderla; pensare a
sistemi di irrigazione più parsimoniosi e a coltivazioni che richiedano meno
acqua. Lasciare più acqua possibile nei fiumi per garantire il funzionamento
degli ecosistemi. Migliorare la rete di distribuzione, la resa degli impianti
di irrigazione, ammodernare impianti idroelettrici, non costruire nuove centrali.
Le regole su distanze e rispetto aree ci sono ma non vengono fatte rispettare
adeguatamente. Infine, ritengo sia fondamentale recuperare un rapporto
uomo-fiume basato su rispetto, conoscenza, pratica quotidiana, sostenibilità,
conservazione e promozione del territorio». Tutti i corsi del pianeta messi
assieme formano lo 0,0002% dell’acqua totale, gli oceani il 96,5%. Si tratta di
una risorsa inestimabile a cui prestare cura e attenzione, ne va della vita di
tutti gli esseri viventi.

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