Primo
cittadino di un comune di 8.000 abitanti in provincia di Trapani, ha portato
avanti insieme a tanti giovani lotte sociali e contro gli abusi edilizi.
"Dobbiamo lottare contro tutti i prepotenti, a prescindere dalla loro
appartenenza alla criminalità organizzata"
Christian Dalenz, L’Espresso
Al Sud non dobbiamo solo
combattere la mafia. Dobbiamo distruggere la cultura che porta ai fenomeni
mafiosi. Questo vuole essere il senso dell'esperienza politica di Gaspare
Giacalone, sindaco di Petrosino, comune di poco più di 8.000 abitanti in
provincia di Trapani, Sicilia.
Una zona fortemente mafiosa:
Matteo Messina Denaro è della vicina Castelvetrano, l'imprenditore mafioso Vito
Nicastri aveva operato ad Alcamo. Ma non ci sono solo i mafiosi da abbattere,
per Giacalone; va combattuto chiunque porti avanti la cultura della prepotenza,
ad esempio nei vari abusi edilizi tentati a Petrosino. Battaglie che cerca di
portare avanti con tanti giovani della sua terra, che insieme a lui cercano di
combattere tutti i malfattori, a prescindere se siano o no affiliati alla
criminalità organizzata.
Matematico di formazione, è stato
Funzionario della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo, dove ha
speso anni di lavoro preparando algoritmi per una serie di progetti nell'Europa
dell'Est, in Africa del nord e in Medio Oriente. Nel 2011, dopo una vacanza
nella sua Petrosino, inizialmente pensata per il riposo, si fa coinvolgere
nella campagna per le elezioni dell'anno
successivo.
Il sindaco racconta che i suoi
gli spiegarono dell'esistenza «di una spiaggia con ruspe e lavori» di cui non
si sapeva molto. Era solo noto che “era una spiaggia privata proprietà di un
imprenditore che l'aveva acquistata da un mafioso”. La sera dopo in una
festicciola in piazza dal nome “La Notte Rossa” (organizzata da un gruppo politico
giovanile) il sindaco interviene dal palco «e a braccio mi viene da raccontare
della spiaggia e di lanciare l'idea di una petizione per evitarne la
privatizzazione». Tutti rimasero scioccati dalla proposta: qualcuno si stava
mettendo contro i potenti della zona. La petizione alla fine si fece e fu
firmata da Dario Fo e Franca Rame. Ma la battaglia andava continuata nelle
istituzioni.
«A Natale del 2011 tornai in
Sicilia e i ragazzi della “Notte Rossa" mi chiesero di candidarmi a
sindaco». Giacalone chiede e ottiene dalla Banca di allontanarsi da Londra per
andare a fare il primo cittadino di Petrosino. «C'erano 5 avversari, una
battaglia elettorale molto difficile. Ci sottovalutavano, ci quotavano con 200
voti, dicevano che quello che veniva da Londra figurati se avrebbe mai vinto.
Decidiamo di andare avanti e ci insinuiamo con una campagna di comunicazione
formidabile. Facevamo incontri tematici, assemblee con interventi, visite alle
case, parlando di programmi e progetti. Tutto ciò ci fece prendere quota. I
miei avversari capirono prima di me che la vittoria era vicina e ci buttarono
fango addosso, ma ce la facemmo lo stesso». La lista di Giacalone, Petrosino
Cambia, vinse infatti le elezioni, portandolo a diventare primo cittadino della
città.
Giacalone si considera un uomo di
sinistra, «ma preferisco non dirlo. Non ho mai avvertito l'esigenza di
enfatizzare la mia provenienza politica. Non voglio imprigionarmi alle
etichette». I grillini? «Nel 2012 stavano per venire fuori, ma non erano ancora
radicati. Noi siamo partiti prima di loro, per questo probabilmente non sono
stato cooptato».
Le lotte portate avanti gli sono
costate ripetute minacce; ma nel 2017 è comunque riuscito a rivincere le
elezioni. «Se un giorno sarò ucciso, gli inquirenti avranno l'imbarazzo della
scelta nel cercare di capire chi mi ha fatto fuori», fa sapere.
Sindaco,
ci racconti della sua lotta contro i tentati abusi edilizi a Petrosino.
«Guardi, in fondo non si tratta
che di battaglie incidentali a quello che credevo dovesse essere un percorso
amministrativo. Fa parte di esso combattere contro le prepotenze. Il giorno in
cui sono stato eletto ho scoperto che qualcuno stava per firmare la concessione
per un megaresort su quella spiaggia a protezione speciale (protezione europea per
il paesaggio ambientale, ndr) su cui avevamo fatto la petizione: 9.000 metri
cubi di cemento. Passo l'intera estate a leggere le carte mentre le ruspe
andavano avanti. I funzionari della Regione mi dissero che l'autorizzazione
sembrava addirittura permettere l'edificazione sopra i rifiuti tossici. Questo
era per me inaccettabile. Ho capito che c'era dietro un grande sopruso.
Nel frattempo ricevevo gli
insulti della gente che credeva che stessi fermando nuovi posti di lavoro. Per
me però stavo coltivando delle "terre aride", e questo mi spingeva a
spiegare loro che c'era il marcio dietro quelle costruzioni. Dicevo loro che se
avessimo lasciato rovinare la spiaggia non avremmo avuto un futuro, che i posti
di lavoro creati sarebbero stati evanescenti quando si sarebbe scoperto che è
tutto era stato costruito sull'abuso e la prepotenza. Due anni di lavoro e un
giorno finalmente sequestrano tutto, un impero da 120 milioni di euro. Si
scopre anche che quell'imprenditore che voleva costruire, Michele Licata, non aveva
mai pagato le tasse».
E
poi c'è stata l'altra grande storia, quella del parco eolico che doveva essere
costruito sempre sulle spiagge di Petrosino, di cui hanno parlato anche altri
mezzi di informazione.
«Avevamo scoperto un progetto da
50 milioni di euro totalmente falsato. Una barriera di pale a 2km dalla costa,
caso senza precedenti sul pianeta, e con un impatto ambientale non
indifferente. Gli studi assumevano che la costa fosse totalmente disabitata, ma
non era vero. Era difficile battere le grandi imprese e i grandi interessi
coinvolti, era stato tutto approvato. Ma in conferenza di servizio, con la
presenza dell'assessorato della Regione e del ministero dell'Ambiente, abbiamo
spiegato bene che tutto ciò non aveva senso.
Un altro attacco di pale era
invece a terra, a pochi km di distanza. A bordo di alcuni vigneti stavano per
piantare l'eolico, ma siamo riusciti a impedire questo scempio, anche grazie
all'approvazione di un regolamento sulle rinnovabili a livello comunale.
Nel regolamento facciamo
distinzione tra uso domestico, aziendale e speculativo. Abbiamo deciso di
incentivare l'uso domestico e quello aziendale, ma sulle speculazioni mettiamo
dei paletti: non si può deturpare il paesaggio. Azione banale e semplice, ma
con effetti dirompenti.
Questo regolamento rappresentava
un precedente e ha attivato reazioni dalle imprese legate all'eolico. I loro
ricorsi però sono stati rifiutati; il regolamento è stato approvato anche
dall'assessorato al territorio e ambiente della Regione come era necessario che
avvenisse, e al momento siamo l'unico comune siciliano ad averlo.
Adesso all'ingresso di Petrosino
hanno installato una cinquantina di pale eoliche a maniera di minaccia, ma noi
andiamo avanti».
Quali
altre lotte importanti ha fatto da sindaco?
«L'evasione fiscale di Michele
Licata era solo la punta dell'iceberg. Prima che io facessi il sindaco soltanto
il 15% delle persone pagavano le tasse. Gli altri politici facevano campagne
elettorali proponendo di non pagarle, che tanto avrebbero chiuso un occhio!
Oggi con me oltre il 60% della popolazione di Petrosino paga, percentuale quasi
da record per il sud. Quel 40% di evasori rimanente è concentrato in dieci
grandi evasori. Proprio in questi giorni mi hanno comunicato che abbiamo
pignorato un conto corrente di uno di loro: ben 200.000 euro.
Sul fronte dei rifiuti, nel 2016
sono stato l'unico sindaco a rifiutarsi di portarli nelle discariche private
come chiedeva un'ordinanza del presidente della Regione. Io non volli perché
come Comune avrei dovuto pagare molto di più in questo modo che con le
discariche pubbliche.
Poi abbiamo cambiato le regole
nella redazione del Piano regolatore generale.Noi abbiamo detto che quello che
abbiamo trovato, redatto da un dirigente comunale, era obsoleto e non abbiamo
pagato nulla a quel signore per il suo servizio. Con una gara pubblica abbiamo
dato l'incarico ad un pool di tecnici.
Più in generale sento di aver
fatto con forza una lotta alla cultura della mafia. Ovvero contro
quell'atteggiamento arrendevole di fronte alla prepotenza e all'abuso del
territorio. Non importa se gli attori in campo abbiano o no contatti diretti
con la mafia o se siano o no mafiosi; è il modo di fare che è simile. La
politica non dovrebbe rimanere ferma al distinguo tra mafioso e no. .
Secondo
lei la politica è riuscita a combattere questa cultura?
«Negli ultimi anni abbiamo
sentito posizioni pretestuose. Da una parte un'antimafia di maniera che fa
manifestazioni, cortei, fiaccolate, film e libri. Tutte cose positive, che
certamente non condanno, ma quanto efficaci? Dall'altro lato, una politica che
pensa che la lotta alla mafia si fermi alla repressione, al controllo delle
liste nelle elezioni, e basta. Io dico che la mafia va combattuta in ogni via e
quartiere, ma la cultura mafiosa è anche peggiore e bisogna fare di più contro
di essa attraverso la politica. Non accetto appoggi di imprenditori che magari
sembrano avere le carte in regola, ma piuttosto cerco di avere una coscienza
critica che mi faccia capire che magari non va tutto a posto nonostante
formalmente sembri di sì. O ancora, il parco eolico sulla spiaggia lo fermo a
prescindere che sia stato approvato, perché è un danno».
Queste
lotte le sono costate dei dispiaceri personali?
«Io per 6 anni ho ricevuto, ogni
3-4 giorni, lettere, messaggi, minacce. A volte cose serie, altre volte meno.
Cose che non incoraggiavano ad andare avanti. Sono avvenuti persino episodi
peculiari come quello in cui mi hanno rubato la fascia tricolore; forse sono
stato l'unico in Italia ad aver subito un tale furto. Sono entrati in ufficio
rubando solo quella, per farmi capire che secondo loro non contavo nulla.
Un bel giorno con un fucile ad
aria compressa hanno sparato alle finestre del mio ufficio. In un paio di
occasioni hanno inviato cartucce. L'ultima 4 giorni prima delle elezioni delle
2017. L'autore è reo confesso e ciononostante hanno archiviato il caso, ma ho
fatto ricorso, perchè secondo il giudice la minaccia era tenue. “La carta con
cui hanno inviato il proiettile era troppo stropicciata”, ha scritto».
Da
quanto si racconta, è riuscito a coinvolgere tanti giovani e anche altri comuni
della Sicilia nel suo modo di operare.
«E' la parte più bella di quanto
stiamo facendo. Energia pura che si è attivata per migliorare la nostra
regione. In Sicilia ho incontrato tanti ragazzi e ragazze che vogliono uscire
dagli schemi e mettersi in gioco per cambiare le loro città. E' nato tutto in
maniera semplice e naturale: ci hanno contattato da altre città e ora abbiamo
una rete, che abbiamo chiamato Network (forse con poca fantasia!).
Questa Sicilia ha voglia di
riscatto. I ragazzi fanno battaglie molto coraggiose. Ad esempio ad Alcamo
l'Abc, un movimento simile a Petrosino Cambia, sfiorò la vittoria alle
elezioni; dopo le consultazioni si scoprì che le cosche mafiose avevano
controllato il voto per evitare che andasse al governo.
Facciamo poi iniziative con
giovani e sindaci di Montelepre, a Lentini, Sciacca, Salemi, Marsala e
Trapani».
Sul
fronte della lotta alla povertà, di cui si è parlato molto dopo l'uscita dei
dati Istat sulle condizioni dei meno abbienti, quali politiche ha messo in
campo per aiutare la gente del suo paese a risollevarsi?
«Uno dei tanti strumenti nuovi
che abbiamo messo in campo è una sorta di reddito di cittadinanza. Ho trovato
una situazione dove la gente veniva a chiedere soldi in Comune incatenandosi,
minacciando di suicidarsi oppure di uccidere gli assessori. E sa, chi la grida
più forte potrebbe vincere senza averne titolo.
Oggi diamo contributi diretti
solo in casi molto particolari, per esempio di malattie terminali documentate.
Per aiutare le persone a
reinserirsi abbiamo introdotto l'assegno civico. Funziona così: chiediamo la
situazione dell'interessato e dei suoi familiari e impostiamo un programma di
lavoro per la comunità a cui possono dedicare il tempo in maniera da decidere
insieme. Paghiamo loro 350 euro al mese, non è tanto ma speriamo di fare di più
in futuro».
Cosa
farà dopo il secondo mandato?
«Non ho pensato a cosa fare dopo.
A me interessa al momento solo vedere quei ragazzi e quelle ragazze del
movimento che abbiamo creato continuare a battersi. È un sacrificio, ho
abbandonato una vita agiata, da jet set praticamente, perché viaggiavo molto.
La mia vita sociale e personale è cambiata in peggio, ma devo dire che le forze
dell'ordine locale mi hanno dato la forza di andare avanti, con il loro
appoggio. Qualcuno, comunque, dovrà portare avanti il percorso avviato».

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