In
un Paese sempre più sfiduciato e con i giovani che non riescono a crearsi un
futuro, ben 95 nuovi posti di lavoro su 100 sono precari, quattro autonomi e
appena uno a tempo indeterminato
Esmeralda Rizzi Rassegna
sindacale
Ieri l’Istat ci ha spiegato che
il tasso di occupazione continua a crescere. Più 457 mila nuove unità rispetto
allo stesso periodo del 2017, con la disoccupazione che è scesa ai livelli del
2012, al 10,7%. Aumentano le donne che lavorano, i giovani e soprattutto gli
ultra cinquantenni. Dati così positivi, anche se sempre da penultimi della
classe nel panorama europeo, che in molti li hanno commentati festosamente,
attribuendo al Jobs Act il merito di aver fatto aumentare il lavoro.
Ma cosa vuol dire esattamente che
il lavoro è aumentato?
1) Che aumenta il numero degli
occupati, definizione che per l’Istat corrisponde a coloro che hanno più di 15
anni e che nella settimana di riferimento abbiano svolto almeno un’ora –
un’ora! – in una qualsiasi attività che preveda un corrispettivo monetario o in
natura; 2) che aumentano le persone che lavorano per un numero di ore e con un
reddito che consenta loro la sopravvivenza.
Per molti c’è una relazione
diretta tra l’aumento dell’occupazione e l’aumento del lavoro. Per altri la
relazione è meno diretta di quanto sembri. Di certo c’è che, come ha
evidenziato di recente la Fondazione Di Vittorio in un suo studio realizzato
con Tecnè, in questi ultimi trimestri l’occupazione è tornata ai livelli
pre-crisi, ma sono crollate le ore di lavoro, con un saldo negativo di ben 693
milioni di ore per trimestre di riferimento.
Quindi, più occupati che però
lavorano molte meno ore, tanto che, sempre secondo la Di Vittorio, a parità di
occupati, mancano all’appello oltre un milione e 200 mila unità di lavoro
equivalenti a tempo pieno. Tante. Altri fanno notare che ogni 100 nuovi
occupati, ben 95 sono precari, quattro autonomi e solo uno a tempo
indeterminato. Senza contare che la crescita riguarda ancora una volta, e in
particolar modo, gli ultracinquantenni. Un dato che non si può scollegare agli
effetti della legge Fornero.
In un Paese sempre più sfiduciato
e con i giovani che non riescono a crearsi un futuro, non basta guardare
all’occupazione Istat per dire che tutto va bene e che siamo fuori dalla crisi,
perché con un’ora di lavoro la settimana, anche se ben retribuita, il problema
della disoccupazione non è davvero risolto.

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