Se sta meglio chi ha già di più,
staranno meglio tutti. L’idea, nata negli Usa, ha trovato accoglienza nella
proposta di flat tax del governo italiano. Peccato che, oltre a non essere
empiricamente provata, è debole nei suoi fondamenti teorici
Maurizio Franzini, Elena Granaglia e Michele Raitano,
Eticaeconomia, Rassegna sindacale
“Se uno fattura di più e paga di
più è chiaro che risparmia di più, reinveste di più, assume un operaio in più,
acquista una macchina in più e crea lavoro in più. Non siamo in grado di
moltiplicare pani e pesci. Ma l’assoluta intenzione è che tutti riescano ad
avere qualche lira in più in tasca da spendere”. Così si è espresso alcuni
giorni orsono il ministro Salvini, per difendere quella che a molti pare una
proposta di riforma dell’imposta personale sul reddito che va a favore solo
delle famiglie più ricche.
Lasciamo da parte il riferimento
(lapsus?) alle lire. Concentriamoci sull’assunto soggiacente, quello del
cosiddetto effetto sgocciolamento, o con il termine inglese del trickle down:
se stanno meglio i più ricchi, staranno meglio tutti. Il trickle down ha una lunga
storia. Anche se non ancora con questo nome, esso è menzionato più di 120 anni
fa, nel 1896, da William Jennings Bryan, tre volte candidato alla presidenza
degli Stati Uniti per i democratici, in un discorso considerato tra i più
influenti della storia politica americana e noto come “Cross of gold speech”.
Affermava Bryan: “C’è chi crede
che, se si legifera per rendere più prosperi coloro che già stanno meglio, la
prosperità sgocciolerà su coloro che hanno meno”. Bryan già allora ne
riconosceva i limiti, aggiungendo che “l’ideale dei democratici era, però,
sempre stato che se si legifera per rendere prospere le masse, la loro
prosperità avrebbe trovato modo di espandersi anche verso le classi superiori”.
Dunque, Bryan contrapponeva al trickle down una sorta di trickle up.
L’idea ha, tuttavia, continuato a
prosperare, sgocciolando anch’essa da un presidente americano repubblicano a un
altro, passando da Reagan a Bush e a Trump. In forma leggermente diversa si è
infiltrata anche nel campo democratico. “Un’onda che si alza solleva tutte le
barche”, affermò più volte J. F. Kennedy. “Se si riducono i redditi dei più
ricchi si finisce con il non aiutare i più poveri”, è stato un convincimento
cardine del pensiero di Blair. Ora, l’idea sembra essere pienamente accolta dal
governo italiano.
Stupisce questa longevità del
trickle down e non è facile spiegare con l’evidenza empirica e con l’analisi
teorica l’ampiezza del consenso che riceve. Quanto alle evidenze empiriche, in
un lavoro assai accurato, Andrews, Jencks e Leigh (Do top incomes lift
allboats?, The B.E. Journal of Economic Analysis and Policy, 11, 2011)
esaminano i dati relativi a 12 Paesi avanzati, che in alcuni casi coprono
l’intero periodo 1905-2000 e, in altri, intervalli più brevi all’interno di
questo periodo.
Andrews, Jencks e Leigh giungono,
tra le altre, alle seguenti tre conclusioni: a) non vi è alcuna relazione
sistematica sul periodo più lungo tra la quota di reddito appropriata dai più
ricchi e la crescita economica; b) successivamente al 1960, però, un aumento di
un punto percentuale nella quota di reddito del primo decile (quindi un
segmento più ampio dei più ricchi come normalmente intesi) è associato a un
aumento dello 0,12% del Pil; c) occorrono circa 13 anni perché un’eventuale
distribuzione a vantaggio del 10% più ricco della popolazione venga annullata
attraverso il recupero della quota del restante 90%.
Nell’insieme, questi risultati ci
dicono che le quote distributive, se inizialmente modificate a vantaggio dei
ricchi, vengono a ristabilirsi dopo un periodo di tempo molto lungo e, nel
frattempo, il reddito complessivo non cresce o cresce pochissimo per effetto di
quella modifica. Ci si poteva aspettare qualcosa di più da un’idea di successo
come il trickle down (e, peraltro, non possiamo essere certi che il trickle up
non faccia meglio).
Relativamente ai fondamenti
teorici, quelli del trickle down sembrano essere molto deboli o forse anche
inesistenti. Due dovrebbero essere i canali di trasmissione dei vantaggi: da un
lato, un accresciuto risparmio (conseguente alla più elevata propensione al
risparmio da parte dei ricchi) che favorirebbe la crescita, dall’altro, la
redistribuzione a favore dei più poveri delle entrate fiscali derivanti
dall’ipotizzata maggiore crescita. Quest’ultima, peraltro, potrebbe beneficiare
i poveri anche attraverso la creazione di occupazione, che sembra essere il
meccanismo che ha in mente Salvini. Tutti questi canali sono, però, poco
fondati teoricamente.
Il maggior risparmio non si
traduce automaticamente in maggiori investimenti produttivi e ciò sembra essere
particolarmente vero oggi che la globalizzazione del mercato dei capitali e la
finanziarizzazione dell’economia rendono gli investimenti finanziari più
convenienti di quelli produttivi: perché promettono rendimenti non soltanto
maggiori, ma anche più ravvicinati nel tempo. I risparmi dei più ricchi, poi,
potrebbero essere spesi per cercare di conquistare posizioni che consentono
rendite, dunque per redistribuire reddito a proprio vantaggio non per crearne di
aggiuntivo. E quanto agli effetti sulla domanda di lavoro immaginati da
Salvini, gli investimenti produttivi, anche se crescessero, non necessariamente
darebbero luogo a una maggiore occupazione, viste le possibilità e le
convenienze della delocalizzazione.
Quanto al secondo canale, anche
se il reddito e la base imponibile crescessero, nulla assicura la
redistribuzione delle maggiori entrate a favore dei più poveri. Al contrario,
la crescita stessa delle disuguaglianze nel mercato potrebbe ostacolare queste
ultime. Ecco alcune possibili ragioni. Potrebbero modificarsi le coalizioni
politiche: i ceti medi, timorosi di perdere posizioni rispetto ai ricchi,
potrebbero mostrare una minore disponibilità ad assecondare politiche a favore
dei più poveri. I ricchi stessi potrebbero sempre più isolarsi dalla società e
l’assenza d’interazione con i più poveri potrebbe, a sua volta, indebolire la
disponibilità alla redistribuzione e alla definizione di sistemi di welfare
universali.
Molto resta da indagare su questi
fenomeni, ma i dati indicano che, con l’eccezione della Svizzera, i Paesi con
maggiore disuguaglianza sono anche quelli con maggiore povertà. E ulteriori
considerazioni suggerisce la specifica modalità con la quale si vorrebbe
attivare il trickle down: il taglio delle imposte sui più ricchi. Anzitutto,
poiché la crescita richiede tempo, nell’immediato è inevitabile una diminuzione
del gettito.
Minore gettito, dato il vincolo
di fare stare meglio i ricchi, non può significare altro che meno spesa sociale
(soprattutto in servizi), i cui effetti sul benessere dei cittadini sono meno
immediatamente quantificabili, ma certamente negativi soprattutto per coloro
che stanno più in basso nella scala dei redditi. Ciò vuol dire che l’eventuale
aumento successivo di reddito non costituirebbe un miglioramento netto per i
più poveri: parte del suo ammontare andrebbe a compensare la perdita di
benessere sofferta a causa della riduzione iniziale della spesa sociale.
È certamente vero che esiste
anche una strada alternativa ai tagli, come suggerisce l’Istituto Bruno Leoni
(Crescita economica ed equità. Le ragioni della flat tax in Italia): aumentare
la compartecipazione dei più avvantaggiati al finanziamento dei servizi
sociali. Si tratta, però, di una strada che rischia semplicemente di camuffare
i rischi dei tagli. Per compensare le perdite di gettito le compartecipazioni
dovrebbero essere assai elevate. Ora, compartecipazioni elevate implicano non
accesso per i più poveri (o al meglio oneri iniqui) e – laddove ci fosse
bisogno di aumentare forme di ticket su tutti i beneficiari – convenienza a
uscire dal sistema pubblico per i più ricchi.
Peraltro, per evitare perdite di
gettito nel medio periodo, la crescita dovrebbe essere così poderosa da
compensare la diminuzione delle aliquote e i dubbi richiamati in precedenza
sull’esistenza di forme di trickle down portano a ritenere improbabile che il
gettito non si riduca. Tutte queste considerazioni portano alla conclusione che
i benefici netti che i più poveri possono attendersi dall’aumento del reddito
dei più ricchi sono assai incerti e, nel migliore dei casi, piuttosto deboli.
Ciò trova conferma nei dati
empirici già ricordati e anche negli studi che sostengono l’esistenza di un
effetto negativo, e non positivo come implicato dal trickle down, della
disuguaglianza sulla crescita economica (si veda tra gli altri Ostry et al.,
Redistribution, Inquality and Growth, SDN 14/02, IMF, 2014),
A ciò si può aggiungere che il
trickle down si basa sul presupposto che i poveri staranno inevitabilmente
meglio se il loro reddito aumenterà. Ciò è discutibile per diverse ragioni.
Anzitutto, anche in presenza di un beneficio monetario, i più poveri potrebbero
subire perdite di benessere a causa del peggioramento della loro posizione
relativa, cioè nei confronti di chi sta meglio di loro e in particolare dei
ricchi. Non solo. Anche se avessero qualche soldo in più, essi potrebbero
subire un peggioramento nella qualità e nel costo di accesso a beni cruciali
per l’uguaglianza di opportunità, come l’istruzione e la sanità.

Nessun commento:
Posta un commento