Ieri
il ministro dell’Economia Giovanni Tria in audizione davanti alle commissioni
congiunte di Camera e Senato ha spento gli entusiasmi della Lega e del Movimento
5 Stelle assicurando che il governo non farà peggiorare i saldi bilancio
“strutturali”, cioè al netto del ciclo economico, cari a Bruxelles. Per il 2018
l’Ue chiede una correzione di 10 miliardi, e a questi si farà fronte
“contenendo la spesa corrente”. Spiega oggi Il Fatto:
In
pratica, serviranno nuovi tagli di spesa per finanziare parte delle promesse
elettorali. Riguardo queste ultime Tria ha spiegato che la “Flat tax”per il
momento si tradurrà in un taglio delle tasse per piccole e medie imprese e
fasce medio basse, mentre la vera riforma fiscale sarà parte di un
“cronoprogramma di legislatura” con un’applicazione graduale. Il “reddito di
cittadinanza” verrà studiato da una task force che passerà al vaglio le spese
sociali, ma sulle date Tria non si è pronunciato (di sicuro non partirà
subito).
Il Sole 24 Ore spiega che la
strategia del ministro è quella di congelare in termini nominali la spesa
corrente, interrompendo la sua crescita più o meno collegata alla dinamica del
Pil a seconda degli anni, per dedicare agli investimenti tutti gli spazi di
bilancio. In cifre, dati dell’ultimo Def alla mano, significa evitare un
aumento (al netto degli interessi) già previsto per 10,3 miliardi il prossimo
anno, e per 33,3 miliardi nel 2019-2021. Guardando solo alla Pa centrale, la
sfida è da 3,3 miliardi per il prossimo anno e da 11,8 per i prossimi tre.
Sfida complicata, mentre a dicembre scade il contratto appena rinnovato per tre
milioni di dipendenti pubblici e aumenta la pressione per spingere la spesa
sanitaria.
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