Onu.
Il vice premier Salvini smentito da Unhcr e Ue. Un morto in mare ogni 38
migranti nel 2017, un morto ogni sette nel 2018, la riduzione della capacità di
salvataggio causa un aumento dei decessi, dice l'agenzia delle Nazioni unite.
Bruxelles: l’Italia non può spostare i 42 milioni dell’accoglienza ai rimpatri,
sono fondi comunitari
Adriana Pollice, il Manifesto
Il sistema dei centri di
detenzione per migranti in Libia è a rischio collasso: nei siti dove vengono
riportati i naufragi dalla Guardia costiera di Tripoli, monitorati dall’agenzia
delle Nazioni unite Unhcr, attualmente ci sono oltre 52mila rifugiati e
richiedenti asilo.
Per evitare che i rimpatri
assistiti saltino è necessario che i paesi europei accolgano quote di profughi.
È quanto ha spiegato ieri a Roma Roberto Mignone, responsabile Unhcr per la
Libia. A Niamey, in Niger, dove è operativo un centro di rimpatrio per 1.500
profughi, si è creato un «collo di bottiglia» e l’unico modo per riportare la
situazione sotto controllo è alleggerire la pressione: «L’Europa ha offerto di
accogliere 4mila migranti bloccati in Libia nel 2018, ma nei primi sei mesi ne
ha presi poco più 200. Noi possiamo evacuare dalla Libia al Niger mille persone
al mese, ma ognuno dei paesi Ue dovrebbe prendere 200, 300 profughi».
L’Unhcr sta trattando con i paesi
del Sahel, tra cui Sudan, Ciad e Burkina Faso, per ospitare centri simili ma il
problema, sottolinea Mignone, non si risolve con l’impegno dei soli stati
africani.
Dall’avvio del programma, alla
fine del 2017, sono 1.474 le persone tornate in Niger attraverso l’Unhcr, 312
sono state portate in Italia, undici in totale gli Stati che hanno accolto
quote di migranti liberati in Libia. Le condizioni dei centri di detenzioni
gestiti da Tripoli sono drammatiche, solo 17 sono attivi e il sovraffollamento
è oltre il limite: «L’aumento degli sbarchi da parte della Marina locale
peggiora la situazione, che rischia di diventare esplosiva» prosegue Mignone.
Tra circa venti giorni sarà
inaugurato a Tripoli un «centro per il trasferimento in sicurezza di mille
richiedenti asilo» gestito in collaborazione con il ministero dell’Interno
libico: «Ci andranno le persone più vulnerabili tra quelle riportate a riva in
modo che non finiscano negli altri centri, dove non ci sono le condizioni per
assisterle».
Sul ruolo delle ong, l’Unhcr dà
torto al ministro dell’Interno italiano, Matteo Salvini: «Un morto in mare ogni
38 migranti nel 2017, un morto ogni sette nel 2018. La riduzione della capacità
di salvataggio sta causando un aumento dei decessi», ha spiegato Carlotta Sami,
portavoce dell’agenzia Onu. È ancora Mignone a sottolineare: «È difficile che
la Guardia costiera libica possa gestire da sola il flusso dei migranti. Per
questo è importante che ci siano anche le ong».
Bocciata dall’Unhcr anche la
politica dei porti chiusi: «C’è bisogno di una maggiore concentrazione e
coordinamento delle attività di soccorso e c’è bisogno che le persone sbarchino
in porti sicuri – prosegue Sami – Molti paesi dovrebbero collaborare di più per
sbarchi veloci ed efficienti».
Tra i «porti sicuri» non c’è la
Libia: «In molte zone manca la governance – ha sottolineato il rappresentante
dell’Unhcr Felipe Camargo –, andrebbe concesso a tutte le imbarcazioni di
sbarcare nel posto sicuro più vicino».
La prossima settimana ci sarà un
incontro tra rappresentati dell’agenzia delle Nazioni unite e Salvini per
discutere dei richiedenti asilo, dopo la circolare del Viminale che impone una
stretta sui permessi di soggiorno umanitari: «Chiederemo di continuare a
offrire opportunità di protezione internazionale», conclude Camargo.
Ieri il presidente della Camera,
Roberto Fico, ha precisato: «Per i richiedenti si deve rispettare la legge». Ma
Salvini ha già annunciato che 42 milioni saranno spostati dall’accoglienza ai
rimpatri. Anche se dall’Ue avvisano: se si tratta di fondi comunitari, sono
vincolati allo scopo per cui sono stati assegnati.
Il Consiglio
europeo ieri ha comunicato di aver stanziato 90 milioni per i programmi
relativi alle migrazioni, risorse da impiegare per tenere i migranti dall’altro
lato del Mediterraneo: saranno destinati infatti alla gestione delle frontiere
marittime, alla protezione dei migranti in Libia, allo sviluppo del mercato del
lavoro in Africa.

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