Autore: ASGI - Associazione per
gli Studi Giuridici sull’Immigrazione
Melting pot Europa
Il sistema
dei centri di detenzione per migranti in Libia è a rischio collasso: nei siti
dove vengono riportati i naufragi dalla Guardia costiera di Tripoli, monitorati
dall’agenzia delle Nazioni unite Unhcr, attualmente ci sono oltre 52mila
rifugiati e richiedenti asilo.
Per evitare
che i rimpatri assistiti saltino è necessario che i paesi europei accolgano
quote di profughi. È quanto ha spiegato ieri a Roma Roberto Mignone,
responsabile Unhcr per la Libia. A Niamey, in Niger, dove è operativo un centro
di rimpatrio per 1.500 profughi, si è creato un «collo di bottiglia» e l’unico
modo per riportare la situazione sotto controllo è alleggerire la pressione:
«L’Europa ha offerto di accogliere 4mila migranti bloccati in Libia nel 2018,
ma nei primi sei mesi ne ha presi poco più 200. Noi possiamo evacuare dalla
Libia al Niger mille persone al mese, ma ognuno dei paesi Ue dovrebbe prendere
200, 300 profughi».
L’Unhcr sta
trattando con i paesi del Sahel, tra cui Sudan, Ciad e Burkina Faso, per
ospitare centri simili ma il problema, sottolinea Mignone, non si risolve con
l’impegno dei soli stati africani.
Dall’avvio
del programma, alla fine del 2017, sono 1.474 le persone tornate in Niger
attraverso l’Unhcr, 312 sono state portate in Italia, undici in totale gli
Stati che hanno accolto quote di migranti liberati in Libia. Le condizioni dei
centri di detenzioni gestiti da Tripoli sono drammatiche, solo 17 sono attivi e
il sovraffollamento è oltre il limite: «L’aumento degli sbarchi da parte della
Marina locale peggiora la situazione, che rischia di diventare esplosiva»
prosegue Mignone.
Tra circa
venti giorni sarà inaugurato a Tripoli un «centro per il trasferimento in
sicurezza di mille richiedenti asilo» gestito in collaborazione con il
ministero dell’Interno libico: «Ci andranno le persone più vulnerabili tra
quelle riportate a riva in modo che non finiscano negli altri centri, dove non
ci sono le condizioni per assisterle».
Sul ruolo
delle ong, l’Unhcr dà torto al ministro dell’Interno italiano, Matteo Salvini:
«Un morto in mare ogni 38 migranti nel 2017, un morto ogni sette nel 2018. La
riduzione della capacità di salvataggio sta causando un aumento dei decessi»,
ha spiegato Carlotta Sami, portavoce dell’agenzia Onu. È ancora Mignone a
sottolineare: «È difficile che la Guardia costiera libica possa gestire da sola
il flusso dei migranti. Per questo è importante che ci siano anche le ong».
Bocciata
dall’Unhcr anche la politica dei porti chiusi: «C’è bisogno di una maggiore
concentrazione e coordinamento delle attività di soccorso e c’è bisogno che le
persone sbarchino in porti sicuri – prosegue Sami – Molti paesi dovrebbero
collaborare di più per sbarchi veloci ed efficienti».
Tra i «porti
sicuri» non c’è la Libia: «In molte zone manca la governance – ha sottolineato
il rappresentante dell’Unhcr Felipe Camargo –, andrebbe concesso a tutte le
imbarcazioni di sbarcare nel posto sicuro più vicino».
La prossima
settimana ci sarà un incontro tra rappresentati dell’agenzia delle Nazioni
unite e Salvini per discutere dei richiedenti asilo, dopo la circolare del
Viminale che impone una stretta sui permessi di soggiorno umanitari:
«Chiederemo di continuare a offrire opportunità di protezione internazionale»,
conclude Camargo.
Ieri il
presidente della Camera, Roberto Fico, ha precisato: «Per i richiedenti si deve
rispettare la legge». Ma Salvini ha già annunciato che 42 milioni saranno
spostati dall’accoglienza ai rimpatri. Anche se dall’Ue avvisano: se si tratta
di fondi comunitari, sono vincolati allo scopo per cui sono stati assegnati.
Il Consiglio
europeo ieri ha comunicato di aver stanziato 90 milioni per i programmi
relativi alle migrazioni, risorse da impiegare per tenere i migranti dall’altro
lato del Mediterraneo: saranno destinati infatti alla gestione delle frontiere
marittime, alla protezione dei migranti in Libia, allo sviluppo del mercato del
lavoro in Africa.

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