Come
Ailan e i bambini morti. Contro la chiusura dei porti e «il cinismo dilagante»,
l’invito a tutti gli italiani di Anpi, Arci, Libera e Legambiente
Rachele Gonnelli, il Manifesto
Maglietta rossa il 7 luglio «per
fermare l’emorragia di umanità», rossa come quella che portava Ailan Kurdi, naufrago
di tre anni in quella foto sulla spiaggia di Bodrum che commosse il mondo
intero tre anni fa, rossa come quelle che le madri mettono ai bambini prima di
salire sui gommoni perché siano più visibili, come quella che indossavano i tre
bambini morti nel naufragio della settimana scorsa su cui si è accesa una
sporca operazione di fake news.
L’invito a mettere tutti una
maglietta di questo colore il prossimo sabato viene da un appello congiunto
agli italiani di Anpi, Libera, Arci e Legambiente, come segnale individuale e
collettivo contro le politiche italiane di chiusura ai migranti. «Perché il
rosso è il colore che ci invita a sostare, ci chiede di fermarci, di
riflettere, e poi d’impegnarci e darci da fare», è scritto nel testo
dell’appello.
Don Ciotti, ma oggi c’è un popolo
in grado di ricordare, di avere compassione e solidarietà per le vicende dei
migranti? Sembra che nessuno voglia più vedere la povertà e la richiesta di
aiuto…
Se c’è un popolo che dovrebbe
ricordare è il nostro, che ha avuto una recente, imponente storia di
immigrazione fatta anche di sofferenze, di fatiche, di umiliazioni, di “no”
sbattuti in faccia. C’è un deficit di cultura e di memoria che si traduce -non
solo in Italia, beninteso – in un deficit di sensibilità. Ma dobbiamo anche
analizzare e denunciare quello che sta a monte delle paure, dei pregiudizi, dei
razzismi e dei fascismi che riemergono: le disuguaglianze sociali, la perdita e
il degrado del lavoro, un’economia che il Papa ha definito senza mezzi termini
“di rapina” e “ingiusta alla radice”. Le grandi migrazioni sono in buona parte
deportazioni indotte. Nessuno abbandona terra, casa e affetti se non costretto
da povertà e guerre di cui l’Occidente è in gran parte responsabile.
E in Europa? Si esternalizzano le
frontiere, si alzano muri e fili spinati, si pagano governi autoritari e
corrotti perché incarcerino i migranti. Proposte che vengono per lo più dai
Popolari: sono queste le radici cristiane dell’Europa?
L’autentico cattolicesimo affonda
le radici nel Vangelo, nel suo spirito e nella sua Parola, che è Parola di
accoglienza, di dignità, di pace e di giustizia. Non ci si può dire cristiani e
poi alzare muri, costruire comunità chiuse ed esclusive, selezionare e scartare
i compagni di viaggio. Per dirsi cristiani bisogna stare, come Gesù, dalla
parte dei poveri, dei deboli, degli oppressi e dei discriminati, altrimenti si
fanno soltanto parole. Il cristiano non può restare inerte di fronte alle
ingiustizie di questo mondo, deve guardare il Cielo senza trascurare le responsabilità
che lo legano alla Terra.
Chiudere i porti alle navi delle
ong umanitarie è stato già minacciato nel precedente governo, adesso è stato
fatto, quando c’era ancora la campagna elettorale per le amministrative.
Durerà? Cosa potrebbe succedere?
Il dovere di accoglienza e di
soccorso sono la base della civiltà, un dovere scritto nelle coscienze prima
che nei codici. Se viene meno questo dovere, l’emorragia di umanità rischia di
essere inarrestabile. L’appello a indossare le magliette rosse è un appello a
fermarci, a riflettere, a guardarci non più allo specchio ma in profondità e
chiederci cosa abbiamo fatto della nostra umanità e che mondo stiamo
consegnando ai giovani, ai figli, ai bambini.
Non ci sarebbe bisogno di una
manifestazione di disobbedienza civile più forte, di gesti di indignazione e
rivolta alla Danilo Dolci? O di assemblee e seminari che creino una cultura
alternativa diffusa come fu il Social forum di Firenze?
La parola indignazione è abusata
e inappropriata. In questi casi bisogna parlare di disgusto, quel disgusto che
risveglia le coscienze e le salva da una passività che le rende complici. Certo
le assemblee, i gesti e i segni sono importanti (Danilo Dolci su questo è stato
un maestro) ma poi bisogna organizzare il dissenso, trasformarlo in progetto e
speranza. Noi nel nostro piccolo lo stiamo facendo con la rete “Numeri Pari”,
attiva in tante parti d’Italia sui temi della povertà e dell’ingiustizia
sociale. Il cambiamento ha tre presupposti: la continuità, la condivisione, la
corresponsabilità. In un’epoca di abuso di parola – con le conseguenze che
conosciamo: slogan, semplificazioni, manipolazioni – il vero cambiamento passa
dai fatti, dal loro linguaggio silenzioso ma chiaro e profondamente vero.

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