14
luglio a Ventimiglia. Ora il Progetto 20K chiama a una grande manifestazione a
Ventimiglia, il 14 luglio (data di qualche rilievo simbolico, non solo in
Francia). È la prima manifestazione attorno a un confine in Italia nel tempo
del “governo Salvini”. È una formidabile occasione per cominciare a mettere in
campo le forze che, dobbiamo crederlo, rovesceranno quel governo. Ho scritto
“cominciare”, ma in realtà la manifestazione di Ventimiglia non è certo un
“inizio” in senso assoluto. Si collega in primo luogo alle lotte dei migranti,
nei campi e nelle città, nei centri di detenzione e nei magazzini della
logistica; si collega alla rabbia per l’omicidio di Soumaila Sacko, ai cortei
con lo slogan #primaglisfruttati a Roma e a Reggio Calabria (il 16 e il 23
giugno), ma anche alle città solidali che da Palermo a Napoli, da Barcellona a
Berlino chiedono a gran voce l’apertura di porti e frontiere. Si collega più in
generale ai movimenti e alle lotte di tutti coloro che rifiutano di vedere
rinchiuse le loro vite, i loro sogni e i loro desideri nella prigione della
nazione
Sandro Mazzadra, il Manifesto
Nel Mediterraneo, insieme a una
moltitudine di donne e uomini migranti, naufraga l’Europa. Non è
un’affermazione generica, non dimentichiamo che l’Europa – come scriveva Frantz
Fanon nel 1961 – “non ha mai smesso di parlare dell’uomo mentre lo massacrava
dovunque lo incontrasse, a ogni angolo di strada, a ogni angolo del mondo”.
Certo, nel Mediterraneo oggi sembrano inabissarsi le molte storie europee
tessute dalle lotte per l’uguaglianza e per la libertà, le storie insorgenti
della solidarietà fra gli sfruttati, della democrazia radicale, del socialismo,
dell’anarchia e del comunismo. Ma quel mare che gli antichi romani chiamavano
“nostro” è anche lo specchio della crisi forse definitiva di uno specifico
progetto di integrazione continentale, avviato all’indomani della seconda guerra
mondiale e poi sfociato nella nascita dell’Unione Europea nel 1993.
C’è forse qualcosa di cui
rallegrarsi in questa crisi? Non sembra che il “ritorno della nazione” – non
solo in Paesi come l’Italia, l’Austria o l’Ungheria, ma più in generale nella
congiuntura globale che stiamo vivendo – sia destinato a mettere in discussione
il “neo-liberalismo” che abbiamo criticato nelle politiche dell’Unione Europea.
Al contrario, la sovranità rivendicata dalla nazione si mostra tanto feroce
contro i poveri e gli estranei quanto spettrale di fronte al capitale
finanziario e accondiscendente al cospetto delle retoriche e dei processi che
puntano all’intensificazione dello sfruttamento del “capitale umano” di
popolazioni impoverite e impaurite da anni di crisi.
Il violento disciplinamento che
si impone sui corpi e sui movimenti dei migranti è una concreta minaccia contro
le rivendicazioni di mobilità, di libertà e di autonomia delle donne e dei
precari, dei giovani e di tutti i soggetti che non si conformano alla norma della
nazione e alle gerarchie che istituisce. Il fatto che Non Una di Meno, il più
importante movimento che l’Italia abbia conosciuto negli ultimi due anni (entro
una dimensione transnazionale), si sia immediatamente mobilitata in molte città
contro la chiusura dei porti mostra che questa minaccia viene ampiamente
percepita. E rappresenta una base materiale fondamentale per le lotte dei
prossimi mesi.
La militarizzazione del
Mediterraneo e il tentativo di approfondire i processi di “esternalizzazione”
si pongono in una linea di continuità con il regime di controllo dei confini
esterni dell’Unione Europea che ha preso forma sin dai primi anni Novanta dello
scorso secolo. Oggi, tuttavia, pattugliamenti e respingimenti sembrano
rappresentare l’unica logica nel controllo dei confini, mentre a lungo avevano
costituito soltanto un aspetto di un più complesso dispositivo che determinava
un processo di inclusione differenziale e gerarchica dei migranti. C’è da
dubitare che questa politica di chiusura radicale possa stabilizzarsi sul lungo
periodo in un continente che – per ragioni economiche e “demografiche” – non
può fare a meno della migrazione.
Ventimiglia, da questo punto di
vista, è un luogo emblematico di molte dimensioni della crisi che stiamo
vivendo. La pressione sul confine italo-francese di migliaia di profughi e
migranti approdati nel Sud del Paese ha assunto spesso – sin dalle proteste dei
Balzi Rossi nell’estate del 2015 – i caratteri di un’esplicita rivendicazione
politica del diritto di mobilità in Europa. A questa pressione il governo
francese ha risposto con una politica di assoluta chiusura e spesso con la
violenza della gendarmeria. Il governo municipale di Ventimiglia, per parte
sua, si è distinto per una serie di ordinanze con l’obiettivo di allontanare i
migranti dalla città e di criminalizzare forme elementari di solidarietà. La
criminalizzazione della solidarietà ha colpito del resto sui due lati del
confine i tanti uomini e le tante donne che hanno prestato soccorso ai
migranti, aiutandoli a passare la frontiera attraverso i monti della Val Roja.
Un nuovo maquis (come veniva definito in Francia il movimento di resistenza e
di liberazione durante la Seconda guerra mondiale) ha preso forma attorno a
Ventimiglia, collegandosi alle migliaia di attivisti e attiviste che in questi
tre anni si sono battuti in città contro la chiusura del confine e a fianco dei
migranti.
Ora il Progetto 20K chiama a una
grande manifestazione a Ventimiglia, il 14 luglio (data di qualche rilievo
simbolico, non solo in Francia). È la prima manifestazione attorno a un confine
in Italia nel tempo del “governo Salvini”. È una formidabile occasione per
cominciare a mettere in campo le forze che, dobbiamo crederlo, rovesceranno
quel governo. Ho scritto “cominciare”, ma in realtà la manifestazione di
Ventimiglia non è certo un “inizio” in senso assoluto. Si collega in primo
luogo alle lotte dei migranti, nei campi e nelle città, nei centri di
detenzione e nei magazzini della logistica; si collega alla rabbia per
l’omicidio di Soumaila Sacko, ai cortei con lo slogan #primaglisfruttati a Roma
e a Reggio Calabria (il 16 e il 23 giugno), ma anche alle città solidali che da
Palermo a Napoli, da Barcellona a Berlino chiedono a gran voce l’apertura di
porti e frontiere. Si collega più in generale ai movimenti e alle lotte di
tutti coloro che rifiutano di vedere rinchiuse le loro vite, i loro sogni e i
loro desideri nella prigione della nazione.
I can’t breathe, “non respiro”,
sono state le ultime parole di Eric Garner, l’afroamericano assassinato dalla
polizia a New York il 17 luglio del 2014. Quelle parole sono diventate uno
degli slogan di Black Lives Matter, delle mobilitazioni contro la violenza
razzista della polizia negli Stati Uniti. Possono diventare l’urlo collettivo
di un movimento di liberazione, in Italia e in Europa. Per passare dalla
resistenza e dalla solidarietà all’affermazione di un altro modo di cooperare,
di lottare e di vivere insieme. A partire dal 14 luglio, a Ventimiglia.

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