Merkel-Seehofer.
La Germania, per la sua posizione centrale ed egemonica ha cercato, nel bene e
nel male, di tenere in vita una forte prospettiva europea, ma ancorandola
troppo strettamente ai suoi dogmi economici e ideologici e finendo, così, per
indebolirla e screditarla. All’esterno fomentando l’insofferenza dei paesi
debitori colpiti dalle politiche di austerità e, all’interno, lasciando che
questa insofferenza fosse vissuta come una minaccia per gli interessi dei
cittadini tedeschi che hanno cominciato a rivolgersi alle formazioni
nazionaliste e xenofobe a cominciare dall’Afd. La cui pressione ha infine
condotto al miserabile compromesso stretto tra Merkel e Seehofer sulla pelle
dei migranti e ai danni dell’Europa
Marco Bascetta, il Manifesto
Un gioco di specchi deformanti,
una finzione, una fiera delle menzogne. La «soluzione» di compromesso raggiunta
da Angela Merkel e Horst Seehofer lunedì notte per salvare la coalizione di
governo è anche tutto questo.
Soprattutto non è quello che i
due contendenti spacciano come vittoriosa affermazione del proprio punto di vista.
Non è quella soluzione che conserverebbe lo «spirito» dell’Ue che si aggira
ormai solo nella retorica della Cancelliera, né quel respingimento unilaterale
e immediato alla frontiera che il leader della Baviera, forte anche della sua
nuovissima istituenda polizia confinaria, vanta di aver portato a casa. Il
trucco c’è e si vede. Il migrante che varca il confine germanico sarà rinchiuso
a ridosso della frontiera in «centri» che pur trovandosi sul suolo tedesco non
sono giuridicamente Germania. E da questi non-luoghi, una volta respinta la
domanda d’asilo, rispedito, secondo l’immodificabile accordo di Dublino, nel
paese europeo dove ha fatto il suo ingresso «primario» nell’Unione. Sulla base
di accordi con i paesi di provenienza che nei casi più critici, come l’Italia e
l’Austria, non sono nemmeno all’orizzonte.
Questo tortuoso filtraggio
burocratico-amministrativo della brutalità nazionale è il prodotto di una
impressionante somma di debolezze. La Csu bavarese non poteva rompere con la
Cdu nazionale di Merkel, pena precipitare se non proprio nell’irrilevanza,
quasi (neanche un Panzer politico come Franz Joseph Strauss era riuscito negli
anni ’70 a varcare i confini regionali per competere con la Cdu nel resto del
paese). La Cancelliera, a sua volta, non poteva separarsi dai cugini bavaresi
senza dover subire un attacco furibondo e forse fatale dalla destra del suo
stesso partito e da quanti (molti) covano ormai insofferenza per il suo
interminabile regno.
E la Spd? Posto che esista ancora
un soggetto vivente che risponde a questo nome, il terrore di nuove elezioni,
per quanto improbabili, è sufficiente a metterlo a tacere. Non c’era bisogno di
una estenuante trattativa e di uno sterminato «contratto di governo» per
giungere a questo grado di subalternità. Non è passato un secolo da quando
l’allora segretario socialdemocratico Sigmar Gabriel aveva definito questi
«centri» indecenti e inammissibili. La Grande coalizione resta, ma gli
equilibri politici sono ormai mutati in profondità. L’asse si è decisamente spostato
a destra.
Tra i due mentitori è comunque il
ministro degli interni Horst Seehofer quello che mente di meno. Di certo non è
una decisione europea quella adottata nella notte berlinese. Dietro la cortina
della finzione che sospinge fuori dal paese legale la cernita e l’espulsione
dei migranti, si tratta di una scelta nazionale tutta tedesca. Che, in quanto
tale, legittimerà altrettanto arbitrio sovrano in altri paesi i cui governi,
del resto, non aspettano altro. Quelli di «arrivo primario» si riterranno
sollevati da ogni obbligo umanitario alle loro frontiere meridionali e già
minacciano, a cominciare da Vienna, di sprangare anche quelle settentrionali
per impedire il rientro dei respinti dalla terra di nessuno inventata e
governata da Berlino. I nazionalismi si rafforzano confliggendo, come la storia
dovrebbe avere insegnato anche ai più ottusi. L’argine che la leader della Cdu
aveva tentato di puntellare, frana rovinosamente. Secondo l’incredibile favola
che propina all’opinione pubblica europea, sarebbe scesa a patti con il suo
ministro degli interni per «salvare Schengen».
Quando è invece del tutto
evidente che è proprio alla libera circolazione tra i paesi dell’Ue che questo
«compromesso» vibra un colpo durissimo e gravido di cupe conseguenze. Non sarebbe
sorprendente trovarsi presto di fronte a interpretazioni estensive dei
controlli di frontiera che coinvolgano anche i cittadini dell’Unione. Le
«soluzioni nazionali» non faranno che moltiplicarsi, più o meno mascherate, più
o meno rivendicate. La risposta politica ai flussi migratori in Europa è
l’aspetto più visibile e demagogicamente spendibile dei conflitti che lacerano
il Vecchio continente. Non certo il suo problema principale e nemmeno, al
giorno d’oggi, un’emergenza vera e propria. La drammatizzazione del tema
veicola, in realtà, molteplici rese dei conti tra le diverse entità nazionali
che aderiscono all’Unione e tra le forze politiche interne che se ne contendono
il governo.
La Germania, per la sua posizione
centrale ed egemonica ha cercato, nel bene e nel male, di tenere in vita una
forte prospettiva europea, ma ancorandola troppo strettamente ai suoi dogmi
economici e ideologici e finendo, così, per indebolirla e screditarla.
All’esterno fomentando l’insofferenza dei paesi debitori colpiti dalle
politiche di austerità e, all’interno, lasciando che questa insofferenza fosse
vissuta come una minaccia per gli interessi dei cittadini tedeschi che hanno
cominciato a rivolgersi alle formazioni nazionaliste e xenofobe a cominciare
dall’Afd. La cui pressione ha infine condotto al miserabile compromesso stretto
tra Merkel e Seehofer sulla pelle dei migranti e ai danni dell’Europa.

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