Vijay Prashad, Alternet, Stati Uniti
6 aprile 2018
Il 2 aprile il primo ministro
israeliano Benjamin Netanyahu si è tirato indietro da un accordo con l’Agenzia
per i rifugiati delle Nazioni Unite (Unhcr). L’intesa avrebbe determinato il
destino di 42mila africani – in gran parte provenienti da Eritrea e Sud Sudan –
che vivono in Israele.
L’Unhcr avrebbe trasferito 16.250
rifugiati africani in paesi occidentali come Canada, Germania e Italia. In
cambio, Israele avrebbe concesso uno status legale temporaneo a un numero
equivalente di profughi. Il 2 aprile, però, Netanyahu ha dichiarato che
l’accordo era ormai morto.
Negli ultimi anni il governo
israeliano ha inviato numerose notifiche di respingimento agli africani, che
sono stati messi davanti a una scelta difficile: accettare una modesta cifra e
trasferirsi in Ruanda o Uganda, oppure essere incarcerati in Israele per il
resto della vita. Tra dicembre 2013 e giugno 2017 quattromila eritrei e
sudsudanesi residenti in Israele sono stati trasferiti in Ruanda e Uganda in
base a questo “programma di rimpatrio volontario”.
Nel
2009 Israele si è arrogato il diritto di scegliere chi dev’essere considerato
un rifugiato
Quando sono arrivati in Ruanda e
Uganda, però, hanno scoperto che non esisteva alcun accordo. Non hanno ricevuto
documenti di soggiorno né alcuno strumento per adattarsi alla loro nuova vita.
La promessa era un imbroglio. Anziché tornare in Eritrea e Sud Sudan, i
migranti hanno cominciato a spostarsi verso la Libia, a nord, per poi tentare
la pericolosa traversata del Mediterraneo.
Israele fa parte dei firmatari
della Convenzione sui rifugiati dell’Onu del 1951, di conseguenza deve
rispettare le regole della Convenzione e fornire un rifugio sicuro ai profughi.
Ma non è stato così. Nel 2009 Israele si è arrogato il diritto di scegliere chi
dev’essere considerato un rifugiato. Da allora, il governo israeliano ha riconosciuto
come rifugiati soltanto otto eritrei e due sudsudanesi. Tutti gli altri,
secondo Netanyahu, sono “infiltrati”.
Nel frattempo il governo non ha
nemmeno preso in considerazione le dodicimila richieste d’asilo presentate
dagli eritrei e dai sudsudanesi.
Il
carcere di Saharonim, per gli africani, è considerato il più grande centro di
detenzione di migranti al mondo
Gli africani sono stati chiusi
nel carcere di Saharonim, nel deserto del Negev, o sono stati ospitati nelle
aree più povere a sud di Tel Aviv. Il carcere è stato costruito nel 2012 per
accogliere gli africani ed è considerato il più grande centro di detenzione di
migranti al mondo. I detenuti hanno protestato spesso contro la loro
incarcerazione e le condizioni di vita all’interno del carcere.
Gli scioperi della fame sono
molto comuni. Eppure in nessun momento ai detenuti africani è stato concesso
d’incontrare un funzionario del governo. Le istituzioni carcerarie israeliane
hanno utilizzato gli scioperi come pretesto per negare ai detenuti qualsiasi
concessione, come per esempio la possibilità di consumare il cibo in cella.
Razzismo
Israele ha un problema serio. I
nuovi dati demografici mostrano che la popolazione dei territori che vanno dal
fiume Giordano al mare è divisa quasi in parti uguali tra israeliani e
palestinesi. Il parlamento ha analizzato questi dati lunedì scorso. Cosa
significano per lo stato ebraico?
La soluzione dei due stati è
stata compromessa dall’aggressiva politica degli insediamenti di Israele in
Cisgiordania e dall’annessione di ampie aree di Gerusalemme Est, e all’atto
pratico Israele/Palestina è un unico stato con una popolazione equamente divisa
tra palestinesi e israeliani. Le leggi, però, trattano i palestinesi e gli
israeliani in modo molto diverso.
Non c’è da stupirsi se Israele è
considerato quasi universalmente come uno stato di apartheid. La segregazione
come condizione sociale evidenzia il comportamento delle persone nei confronti
di quelli che vengono percepiti come “stranieri”. Gli africani non devono essere
integrati nello stato di Israele, anche se molti parlano fluentemente ebraico,
perché non sono bianchi e non sono ebrei. È l’essere neri e non-ebrei che li
distingue.
Uno stato di apartheid è uno
stato in cui vengono costruite barriere sociali per negare ad alcune persone
l’esercizio dei propri diritti. Le politiche di apartheid di Israele nei
confronti dei palestinesi plasmano inevitabilmente l’atteggiamento del governo
verso i profughi africani: sono accettabili se si fermano per brevi periodi e
fanno lavori sottopagati, ma sono assolutamente inaccettabili se cercano di
ottenere i documenti necessari per restare nel paese.
Israele in Africa
A metà marzo il ministro della
difesa israeliano Avigdor Lieberman ha visitato il Ruanda. In vista del suo
viaggio, i funzionari della difesa israeliani si sono recati nel paese per
vendere armi e tecnologia militare. In Ruanda sono arrivati il Direttorato per
la cooperazione per la difesa internazionale di Israele e i funzionari
dell’industria degli armamenti (Elbit Systems, Israel Aerospace Industries, IMI
Systems, Soltam Systems), per firmare accordi per la vendita di armi dal valore
complessivo sconosciuto.
Secondo l’Istituto internazionale
di ricerca per la pace di Stoccolma (Sipri), le vendite di armi da parte di
Israele nel continente africano sono aumentate esponenzialmente, con una
crescita del 70 per cento tra il 2015 e il 2016 (ultimi dati disponibili). Tra
le apparecchiature vendute ci sono droni, sistemi di comunicazione, fucili
d’assalto, cannoni e veicoli corazzati. Tra i paesi che hanno comprato da
Israele figurano Angola, Camerun, Etiopia, Nigeria, Ruanda e Senegal.
In ogni caso si tratta soltanto
della punta dell’iceberg. Esiste un altro aspetto relativo alla vendita di armi
da parte di Israele sul continente africano. Lo stato ebraico vende armi in Sud
Sudan, sia ai ribelli sia al governo. L’arma più diffusa in Sud Sudan è il
fucile Micro Galil ACE di fabbricazione israeliana (conosciuto nello stato
dell’Alto Nilo come Galaxies), venduto da Israele prima e durante il terribile
conflitto che ha stravolto il paese.
Nel 2016 un gruppo di esperti
delle Nazioni Unite ha presentato un rapporto molto critico rispetto al ruolo
dei commercianti d’armi israeliani ed europei nel conflitto. Il rapporto ha
evidenziato che i fucili israeliani ACE sono stati consegnati alla milizia
Mathiang Anyoor, responsabile per lo scoppio della guerra nel dicembre del
2013. Israele non ha collaborato con l’Onu per rintracciare i fornitori di
armi.
In sostanza Israele contribuisce
ad alimentare la devastazione in Sud Sudan. Questo caos ha prodotto una delle
più ampie migrazioni del mondo, con 2 milioni di profughi. Una piccola parte di
queste persone ha affrontato con coraggio il viaggio attraverso il Sudan e
l’Egitto, fino a Israele. L’industria israeliana delle armi ha guadagnato sul
loro dramma. Ora i profughi sono rinchiusi in prigione o minacciati di
deportazione. La causa produce l’effetto, che nega la causa.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
Tratto da “Internazionale”

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