Migranti.
Quei bambini che muoiono nel mediterraneo, quelle donne e quegli uomini che
scappano da guerra e da condizioni economiche e sociali su cui l’occidente ed i
nostri governi hanno gravissime responsabilità, interrogano innanzitutto le
nostre coscienze, il modello di sviluppo, la governance europea, i gruppi
dirigenti della politica italiana degli ultimi 20 anni
Giuseppe De Marzo, il Manifesto
Un’onda improvvisa, colorata di
rosso, in pochissime ore ha riempito le piazze di centinaia di città italiane,
da nord a sud, senza distinzioni. Un moto di dignità, di rabbia e di
solidarietà, spontanea. Un sentimento ed una voglia di partecipazione partita
dal basso, e da dentro. Perché, in nome dell’umanità di cui facciamo parte, non
possiamo rimanere fermi ed in silenzio davanti a quello che continua ad
accadere nei nostri mari, che con la loro storia tanto ci ricordano. Ma
evidentemente chi governa difetta di memoria, e si sa che senza memoria si è
incapaci di leggere il presente e di immaginare un futuro.
Soprattutto per contrastare
questa prospettiva oscura e senza speranze, è il momento di dire basta. Quei
bambini che muoiono nel mediterraneo, quelle donne e quegli uomini che scappano
da guerra e da condizioni economiche e sociali su cui l’occidente ed i nostri
governi hanno gravissime responsabilità, interrogano innanzitutto le nostre
coscienze, il modello di sviluppo, la governance europea, i gruppi dirigenti
della politica italiana degli ultimi 20 anni.
Dalle piazze colorate di rosso in
tutto il paese arriva un messaggio chiaro e forte di speranza: noi non siamo
disponibili a tradire la nostra umanità, ci sentiamo profondamente solidali e
vicini a tutti coloro che in questo momento sono ostaggi di scelte politiche
che mostrano il livello di incapacità, cinismo e classismo di chi governa,
siamo stufi e indignati di una classe dirigente politica che in maniera
vergognosa e ipocrita avvelena da anni il cuore degli italiani raccontando
l’enorme bugia dei migranti come principale problema del paese.
Le piazze rosse denunciano invece
come i principali problemi del paese siano la povertà, le disuguaglianze, che
sono esplose a livelli paragonabili solo ai periodi di guerra: 18,6 milioni di
italiani a rischio esclusione, 5 in povertà assoluta, 9,3 relativa, mentre 12
milioni non si possono più curare e 1,2 sono bambini. Vergogna dunque a quei
politici che occultano le loro responsabilità, spostando il problema sui più
deboli così da scatenare una guerra tra poveri, facendo crescere la paura e
l’insicurezza che sono benzina per odio e razzismo. Questi stessi politici che
oggi dicono prima gli italiani sono gli stessi che ci hanno impoverito
tagliando i fondi alle politiche sociali, si sono rifiutati di introdurre una
misura di reddito minimo, hanno tagliato sulla sanità pubblica, sulle scuole,
hanno reso più precario e intermittente il lavoro, legittimando persino quello
gratuito.
Con le loro scelte politiche
hanno allargato la zona grigia, quella che favorisce le mafie. Perché non
possiamo più nascondere quello che vediamo tutti i giorni nelle nostre
periferie: il welfare sostitutivo delle mafie sta subentrando al vuoto lasciato
dalle politiche sociali che sono state quasi cancellate insieme al nostro
sistema di protezione sociale. Senza giustizia sociali è impossibile
sconfiggere le mafie e la corruzione che si avvantaggiano della povertà
economica, culturale e relazionale.
È su questo che esigiamo
risposte! Ed allora è una bella giornata quando finalmente a partire
dall’appello lanciato da don Luigi Ciotti, presidente di Libera e del Gruppo
Abele, insieme al giornalista Francesco Viviano ed ai presidenti di Anpi, Arci
e Legambiente, ci si ritrova in tanti in carne ed ossa nelle piazze reali, non
virtuali, per dire a voce unica che non siamo disponibili a vedere affondare la
nostra umanità su quei barconi. E che il vero problema del nostro paese come
della nostra Europa è la questione sociale, e non i migranti o gli impoveriti,
che sono due volte vittime: prima di un modello economico insostenibile
socialmente ed ecologicamente, e poi dell’ipocrisia di un ceto politico prono
agli interessi delle elite economiche e finanziare che hanno prodotto la crisi.
Siamo consapevoli che la strada è
lunga. Ma è da momenti simbolici capaci di organizzare il dissenso, costruire
un nuovo linguaggio e nuova solidarietà che dobbiamo ripartire. In una società
avvelenata dalla povertà culturale, economica e relazionale, pensare di
rimanere in piccoli spazi, peggio ancora se sicuri, non porta a nulla. Dobbiamo
accettare il corpo a corpo con la realtà, partendo dai luoghi del dolore e del
dissenso, mettendo insieme le voci, accordandole in un “Noi” che sappia, a
partire dalla pluralità, praticare obiettivi comuni.

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