Gianluca Gregori, Left
A Milano, un giudice ha negato ad
un lavoratore rider il riconoscimento del diritto all’assunzione a tempo
indeterminato, sulla base soprattutto della considerazione che il suo rapporto
di lavoro non è di tipo subordinato. La sentenza è arrivata poche ore dopo
l’approvazione del cd. decreto Dignità da parte del consiglio dei ministri. La
misura, riducendo significativamente la durata dei contratti a termine e dei
loro possibili rinnovi, dovrebbe costituire, secondo il suo estensore, il
ministro del Lavoro e vice premier Luigi Di Maio, «la Waterloo del precariato
italiano».
Tra i due fatti non c’è
evidentemente legame diretto, ma è difficile leggere le due notizie come se
parlassero di cose diverse, di mondi diversi.
Cosa rappresenta oggi il lavoro
di rider se non il fronte, per restare ad una terminologia militare, più
avanzato della lotta a tutti i nuovi tipi di precarietà lavorativa? Sul
riconoscimento del rapporto di lavoro di rider come subordinato, si gioca la
possibilità di migliaia di lavoratori sfruttati di aspirare ad una paga e a
condizioni di lavoro dignitose, per restare in tema di dignità, appunto.
Altre cause del genere sono in
corso in Italia, e l’auspicio, ovviamente, è che possano arrivare sentenze di
segno opposto a quella milanese.
Frattanto, valuteremo gli effetti
del dl Dignità, sperando che la riduzione delle durate dei contratti a tempo
determinato porti effettivamente a più lavoro a tempo indeterminato e non, come
molti temono, ad altra precarietà o a minore occupazione in senso assoluto. Di
certo la sentenza di Milano non è un bel segnale, un buon inizio, come direbbe
Di Maio, per la Waterloo del precariato, e suona un po’ come se il fattorino
meneghino fosse il primo caduto sul campo, per giunta dei precari e non del
precariato.

Nessun commento:
Posta un commento