Stefano Galieni, Left
Ho davanti a me l’immagine
dell’ultima copertina di Left. Un attimo prima avevo rivisto la gara vincente
della staffetta femminile delle quattrocentiste azzurre che sono state
utilizzate, anche giustamente, come messaggio “anti Pontida”. Qualcosa non mi
tornava ci ho ragionato, ho cercato di allargare i punti di riferimento e poi,
in ritardo, ho capito.
Ad una certa Italia, quella dell’
“io sono antirazzista ma…”, quella che oggi critica un governo che procede
nelle politiche del mai criticato governo precedente, questa immagine fa bene,
è rassicurante, consolatoria. Sembra dire:«Vedete come siamo diversi noi da
fascisti e leghisti?». Immediatamente tanto i leader di Lega che di Fratelli
d’Italia hanno plaudito le atlete che, ovviamente “sono italiane, mica
clandestini sui barconi”. Questo induce ad alcune amare considerazioni. La
prima è che, con storie diverse, chi nata in Italia da un genitore autoctono,
chi arrivata da bambina, chi sposata con un italiano, insomma con diverse
modalità le ragazze hanno avuto accesso alla cittadinanza. Per alcune di loro –
e bisogna esserne felici – l’ottenimento di tale diritto è stato reso più
veloce dalle eccellenti prestazioni sportive.
Che lo sport sia un veicolo
favoloso di inclusione sociale è cosa nota, basti guardare le nazionali di
calcio, le squadre dei campionati, per capire che in questo senso chi corre o
dribbla dimostra di essere più veloce di chi urla in un campo lombardo vestito
di verde con tanto di crocefisso, elmo e corna, ma anche di chi siede in un
banco parlamentare o spesso, davanti ad una tastiera.
Ma se, come gran parte delle loro
coetanee, Libania, Mariabenedicta, Ayomide e Raphaela, avessero fatto altro
nella vita, il loro destino sarebbe stato altrettanto propizio? Il ruspante
(nel senso di guidatore di ruspe) titolare del Viminale, avrebbe inviato loro
tweet ruffiani e avrebbe espresso il desiderio di incontrarle? Se fossero state
“normali” studentesse, donne impegnate in mansioni che danno meno notorietà, se
fossero state lavoratrici o lavoratori sfruttate o sfruttati da qualche padano
padrone, avrebbero meritato eguale attenzione?
Se avessero osato aggirarsi per le
piazze delle italiche città sarebbero state additate come simbolo di inclusione
e di nuova società o come dimostrazione di “degrado”, “insicurezza”, se non
“sostituzione etnica”, come blaterano anche certi sedicenti di sinistra?
Le medagliate, in quanto atlete e
nonostante una legislazione sulla cittadinanza semplicemente ignobile, sono
riuscite, con maggiore o minore fatica ad ottenere il fatidico status, tanto
che proclamano in maniera solare la loro estraneità alle domande banali di un
certo giornalismo altrettanto arretrato. Ma per quante/i di loro il cammino
sarà reso difficile se non impossibile. Colpa della Lega? No. Tanti anni fa,
durante l’ennesimo governo di centro sinistra incontrai un ragazzo che faceva
il regista e insegnava regia anche a ragazzi italiani. Era fuggito dall’Algeria
dell’integralismo islamico in quanto accusato (era vero) di essere comunista.
Venne in Italia dove trovò lavoro e riuscì a realizzare la sua passione. Di
fronte alla richiesta di cittadinanza presentata 11 anni dopo regolare presenza
si sentì rispondere negativamente perché “la sua presenza non avrebbe
comportato all’Italia alcun arricchimento economico e culturale”. La realtà era
un’altra. Il governo non voleva compromettere le relazioni con l’Algeria, ma le
motivazioni sono raccapriccianti e sono all’origine forse del successo di una
xenofobia imperante.
Ben venga la medaglia dunque e
ben venga il fatto che anche ad altri sia divenuto chiaro che l’Italia del XXI
secolo è questa, meticcia e plurale. Ma quanto ci farebbe bene, come Paese,
trovare presto le immagini o i pensieri di quei bambini in copertina di Left,
intenti a costruirsi un futuro senza doversi difendere dai mostri che questo
Paese ha creato.
E non commettiamo l’errore di
fermarci a questo. I morti in mare di queste ore ci ricordano che restiamo un
Paese che respinge e rinchiude, che odia e che guarda con disprezzo l’altro.
Una paura dell’altro solo fino ad un certo punto connessa al colore della pelle
o alla lingua parlata. Fanno paura i poveri e quelli che arrivano da lontano ci
ricordano quelli che abbiamo vicino e per cui non sembra esserci futuro. Per
loro ci sarebbe bisogno di una medaglia per una corsa diversa. Quella che si
combatte ogni giorno per il diritto ad una cittadinanza dignitosa, sostanziale
e reale che per milioni di persone oggi non è garantita.

Nessun commento:
Posta un commento