Governo.
Il leghista: «Il parlamento cercherà di renderlo più efficiente». Altolà del
pentastellato: «Se vogliono annacquare saremo un argine». l ministro Centinaio
insiste sul ritorno dei voucher. Il leader 5S pronto a cedere, malumore tra i
grillini
Andrea Colombo, Il manifesto
Stavolta, forse per la prima
volta dalla firma del «contratto», la distanza tra i soci contraenti del
medesimo è tanto palese che nemmeno i vicepremier gemelli, Matteo Salvini e
Luigi Di Maio, riescono a camuffarla. Al contrario sono proprio loro a mettere
in scena il dissenso latente sul primo e per ora unico atto di governo: il
decreto Dignità. «E’ un buon inizio e Di Maio ha fatto un buon lavoro»,
assicura Salvini dall’assemblea Ania 2018 fingendosi conciliante. Certo,
aggiunge però, «il Parlamento cercherà di renderlo più efficiente e produttivo»
e non è certo un caso se riprende di peso alcuni dei principali appunti mossi
al provvedimento dalle aziende, quelli sull’eccessiva burocratizzazione indotta
dal decreto: «Il governo è per semplificare la vita, non per complicarla».
STAVOLTA DI MAIO DEVE per forza
replicare a stretto giro e a muso duro: «Il Parlamento è sovrano e se le
modifiche vanno nell’ottica del miglioramento saremo disponibili. Se invece
vogliono annacquare, allora saremo un argine». Nessuno dei due leader,
peraltro, specifica cosa sia «da migliorare» e cosa significherebbe invece
«annacquare». E’ chiaro che solo su due punti, le misure contro le
delocalizzazioni e quelle contro il gioco d’azzardo, i due partiti marciano
affiancati. Su tutto il resto le cose stanno diversamente.
Al primo posto nella lista del
Carroccio c’è la reintroduzione dei voucher, reclamata a gran voce dal ministro
leghista dell’Agricoltura Gianmarco Centinaio, ma sponsorizzata anche dal
ministro dell’Economia Giovanni Tria. Forza Italia non ha perso tempo e ieri ha
presentato un apposito ddl, anche con il palese obiettivo di piazzare un primo
cuneo tra i verdi amici e i gialli nemici. «Meno Di Maio, più Centinaio»
sintetizza la presidente del senatori azzurri Anna Maria Bernini, in linea con
l’ordine di scuderia che ha chiesto a tutti i forzisti di attaccare quanto più
possibile il Movimento 5 Stelle vellicando però il Carroccio. «L’abolizione dei
voucher è stata un grandissimo errore: è semplicemente aumentato il lavoro
nero», duetta la presidente dei deputati Maria Stella Gelmini.
IL PROBLEMA È CHE a commettere
quell’«errore» sono stati proprio i 5 Stelle, nella scorsa legislatura
schieratissimi a favore dell’abolizione. Adesso Di Maio è favorevole alla
retromarcia, anche perché il ritorno dei buoni che erano diventati il simbolo
stesso del precariato figura nel contratto di governo. I migranti devono essere
respinti nelle acque del Mediterraneo, ma meglio di loro per raccogliere frutta
sotto il sole di agosto non se ne trovano. Prima di rispedirli a casa loro sarà
quindi il caso di ripristinare la peggior forma di pagamento sin qui ideata
dagli ingegneri dei moderni rapporti di lavoro.
MA SE SUI VOUCHER il vicepremier
pentastellato è pronto a cedere, accontentando così il vasto fronte a cui
persino il suo timido decreto sembra un’insopportabile lesione alla libertà di
sfruttamento, nel Movimento gli umori sono diversi. In fondo il decreto deve
servire anche a certificare che quelle dei 5 Stelle contro il precariato non
sono solo parole vuote. Partire ripristinando il marchio stesso del precariato,
con la Cgil già sul sentiero di guerra e la segretaria generale Susanna Camusso
tassativa, «Noi siamo assolutamente contrari», non è il modo migliore per
centrare l’obiettivo. Ma alla fine almeno in alcuni settori, in particolare
quelli reclamati dal ministro Centinaio cioè l’agricoltura e il turismo, i
buoni della vergogna probabilmente finiranno per tornare.
SOLO CHE I «MIGLIORAMENTI»
richiesti dal Carroccio non si fermano qui. Anche perché una parte della sua
base elettorale, quella più tradizionale e nordica, lo zoccolo duro, martella
contro la stretta dei contratti a termine, tuona contro l’aumento dei
contributi dello 0,5% a ogni rinnovo, ha da ridire sul numero massimo dei
rinnovi consentiti e non gradisce neppure l’aumento cospicuo dell’indennizzo
per i licenziamenti senza giusta causa. Su quelle modifiche, richieste anche da
Forza Italia che accusa il decreto di essere stato «dettato dalla Cgil», e dal
Pd che fa quadrato intorno a ogni particolare del Jobs Act, in parlamento si
troverebbe, al momento della conversione, una maggioranza trasversale anche
senza i 5S. Solo che sarebbe la fine della maggioranza e del governo.
Ecco perché all’improvviso il
solito ricorso alla fiducia non pare più una bestemmia.

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