Amnesty International
10 settembre 2018
L’8 settembre un tribunale del
Cairo ha emesso il verdetto nei confronti di 739 imputati accusati di vari
reati in relazione al violentissimo sgombero dei sit-in di piazza al-Rabaa
al-Adawiya e piazza al-Nahda il 14 agosto 2013.
Sono state emesse 75 condanne a
morte, 47 condanne all’ergastolo e altre 612 condanne a pene varianti da cinque
a 15 anni.
I 739 imputati sono stati
processati collettivamente per 17 omicidi (tra cui quelli di sette agenti di
polizia) e altri reati tra cui “raduno illegale“, “istigazione a violare la
legge” e “partecipazione ad atti di violenza“.
Secondo dati ufficiali, nei due violentissimi sgomberi persero la vita
sei agenti di polizia.
Tra gli imputati giudicati
colpevoli c’è anche il foto-giornalista Mahmoud Abu Zeid, detto Shawkan, condannato
a cinque anni. Avendo già trascorso in carcere un periodo di tempo superiore
alla condanna, cinque anni e 25 giorni, dovrebbe essere presto rilasciato. Lo
attendono comunque altri cinque anni di libertà condizionata.
Questo il commento di Najia Bounaim,
direttrice delle campagne di Amnesty International sull’Africa del Nord: “Le
sentenze sono state emesse al termine di un vergognoso processo di massa
riguardante oltre 700 persone. Le deploriamo nel modo più assoluto. La pena di
morte non dovrebbe mai essere presa in considerazione, in qualunque
circostanza.
Il fatto che non un singolo
agente di polizia sia stato chiamato a rispondere in tribunale dell’uccisione
di almeno 900 manifestanti nelle proteste di Rabaa e Nahda mostra di fronte a
quanta parodia della giustizia ci troviamo. Le autorità egiziane dovrebbero
vergognarsi. Chiediamo un nuovo processo di fronte a un tribunale imparziale
che rispetti in pieno il diritto a un giudizio equo e non ricorra alla pena di
morte.
Shawkan è stato condannato a cinque
anni per il mero fatto di svolgere il lavoro di fotogiornalista e aver
documentato le brutali azioni della polizia il 14 agosto 2013. Ha già trascorso
oltre cinque anni in carcere. Il vergognoso attacco delle autorità egiziane
alla libertà di stampa e di espressione deve cessare. Shawkan deve tornare in
libertà subito e senza alcuna condizione. Per noi è un prigioniero di
coscienza, detenuto solo per aver esercitato la sua professione di giornalista.
Fonte: Pressenza International
Press agengy

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